Spero tutto bene. Storie di biglietti di sola andata #sperotuttobene

Spero tutto bene | Melania Romanelli

Una valigia stracolma, piena di cose utili e di cose che non serviranno a niente, se non a ricordare (le cose inutili sono le più importanti). Un cuore che sopporta in egual misura il peso dell’eccitazione e della paura, del desiderio di andare e di una prematura nostalgia. Un saluto mai abbastanza lungo. Un ultimo sguardo. È la scena – uguale – di tutte le partenze con un biglietto di sola andata. Partenze verso una terra promessa.

Spero tutto bene è il racconto dei racconti di ciò che viene dopo quella partenza, di un’unica grande promessa mantenuta: quella di costruire un nido lontano da casa. Trapiantare le radici e ricostruire se stessi contando soltanto sulle proprie capacità, sulla volontà di rinascere migliori. Uomini, donne, bambini, che dall’Italia al Canada hanno trascinato un giorno una valigia e un cuore pesanti e hanno avuto il coraggio di scrivere una storia diversa da quella dei propri genitori.

E poi, molto tempo dopo, quelle storie sono state raccolte da un’altra viaggiatrice, che seguendo la rotta di una atavica ricerca della felicità, ha avuto la sensibilità di metterle nero su bianco. Non è facile raccontare le storie degli altri – ci vuole discrezione e intimità, rispetto e sensibilità, un equilibrio raro, ma Melania Romanelli lo fa con la naturalezza di chi è capace di osservare e di sentire. Di chi è capace di immaginare molte vite diverse.

10 storie (più o meno) vere

Sono dieci racconti, storie di imprenditori e artisti, di mogli e di mariti, di nonni. Dieci storie di persone straordinarie, che – silenziosamente – hanno attraversato l’Oceano per una vita migliore.

Sono dieci stili diversi: dal ritratto in chiave di violono di Five lines, four spaces, all’abbraccio lirico di Avremo ragione e dalla lettera d’amore di We will sing the World al fugace incontro di Ci vediamo in piazza!. A ogni racconto corrisponde un colore diverso, un’emozione, una canzone. Le storie sono vere, ma la loro realtà è venata da qualche licenza alla fantasia: non sempre i fatti sono quelli realmente accaduti, ma sulle emozioni – su quelle non si può dubitare, perché attraversano la pagina per esplodere nel cuore di chi legge.

Sono dieci canzoni, di una ideale playlist che mette insieme John Lennon e Daniele Silvestri, in un remix di italiano e inglese che non ha paura di concedersi al dialetto. Una lingua ibrida, come quella di chi parla, pensa, sogna in un esperanto improvvisato. La lingua di chi non può smettere di provare nostalgia, ma ormai appartiene a due luoghi.

Due interviste. Il libro si conclude con un’appendice brevissima, quasi telegrafica. È l’intervista doppia a due fratelli di 27 e 23 anni, che – rispettivamente – hanno scelto di partire e di restare. Quando Melania chiede a Giovanni, che abita a Toronto, “Ti manca l’Italia?” la sua risposta è sorprendentemente saggia.

“Non più di quanto mi mancherebbe il Canada”

Dice Giovanni. E in otto parole fa il punto sulla tensione irrisolvibile di chi ha le radici in un luogo, ma fiorisce in un altro.

È uno solo il filo conduttore. È la storia di Melania a cucire insieme epoche e desideri diversi, è la sua penna a decidere il ritmo senza eccessi di protagonismo, con uno sguardo senza pregiudizi, ma colmo di curiosità.

“Ho scritto un libro. Vediamoci.”

Con Melania ho frequentato i tre anni della specialistica e nei tre anni successivi abbiamo condiviso lo stesso appartamento, la stessa cucina, camere separate ma sogni vicini. Per un po’ ci siamo perse di vista, mantenendoci in contatto in quel modo blando che i social sono tanto efficaci a tenere in piedi. Nel frattempo sono successe molte cose nei nostri cammini divergenti: qualche mese fa lei ha scelto di lasciare Roma – questa città che da un’eternità assorbe vite e individui e che ha assorbito anche me – e ha affrontato il suo viaggio dell’eroina.

Un giorno mi ha scritto, voleva vedermi e raccontarmi di Spero tutto bene, condividere con me le tracce del suo cammino. Quasi non riuscivo a trattenere l’emozione – che poi perché mi sentivo in dovere di trattenerla nessuno lo sa – quando ho preso in mano la prima stampa di prova del libro di Melania. Quanta fiducia e umiltà ci vogliono per dare a un’altra persona un pezzo di sè e per chiedere anche qualche consiglio? Mentre prendevo questo libro in mano l’emozione che non riuscivo a decifrare era gratitudine. Grazie Melania, per avermi regalato inattesa fiducia.

Ve lo racconto per dire che Melania è una tosta che spalanca le porte e che non ha paura di condividere le sue, di emozioni. E già solo per questo Spero tutto bene è un viaggio che dovreste fare.

Spero tutto bene anche voi

Da donna di marketing ho il vizio del target, così senza nemmeno volerlo ho cominciato a pensare: per chi è questo libro? Chi dovrebbe leggerlo?

Spero tutto bene non è un libro di viaggi come altri. Non si sofferma sui paesaggi, non visita le città. Invece entra nelle case, fotografa anime. Spero tutto bene è un viaggio nelle persone, non nei luoghi. Persone che hanno in comune un’esperienza – la migrazione – che oggi è temuta, odiata, rifiutata. I migranti che arrivano nel nostro Paese sono vissuti come un problema, un peso di cui farsi carico, i migranti che lasciano il nostro Paese sono vissuti come una vergogna, una perdita che non si può colmare.

Forse occorre ricordare che ogni migrazione è il sogno di una vita migliore, che ognuno ha il diritto di cercare la sua terra promessa. Che ogni persona che parte lascia qualcuno e qualcosa che ama, ma – se va tutto bene – trova presto qualcuno o qualcosa da amare. Che la vita è una forza travolgente, che si muove nella direzione di desideri e bisogni.

Che dovrebbe leggerlo, quindi? Dovrebbe leggerlo chi sta cercando la sua strada e in questa ricerca si è allontanato da casa lasciandosi dietro un mare, un oceano, montagne, deserti. Dovrebbe leggerlo chi aspetta qualcuno e sa che forse non tornerà, per scoprire che la casa è nel cuore di chi parte.

Dovrebbe leggerlo chi ha voglia di partire, ma anche chi sceglie di restare, perché alla fine ovunque andiamo è l’impegno a fare la differenza.

Dovrebbe leggerlo anche chi forse non lo capirebbe, chi mette like agli status di Salvini, chi ha votato Trump. Perché c’è sempre una speranza che la lingua delle emozioni sia universale.

Spero tutto bene è un abbraccio a distanza. E chi non ne ha bisogno?

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Un’altra direzione: ecco perché ho smesso di lavorare in proprio

Cambio direzione

Con l’ultima pagina del calendario del 2016 ho strappato via anche alcuni dei piani che avevo tre-quattro anni fa. Se siamo connessi su LinkedIn, probabilmente hai intuito di cosa sto parlando: a gennaio ho cambiato lavoro. Questo cambiamento è arrivato al termine di un lungo periodo di riflessione che mi ha portata a mettere in discussione la direzione che avevo preso all’inizio del 2014, quando insieme con il mio coinquilino, fidanzato e compagno di viaggio ho aperto un’agenzia.

Abbiamo lanciato la nostra piccola impresa con la testa piena di sogni, entusiasmo e una verace, commovente, incosciente ingenuità. Volevamo fare cose belle e utili per promuovere la qualità del cibo italiano e l’abbiamo fatto, senza mai venire meno ai nostri valori. Abbiamo imparato molte cose, preso alcune batoste e ripensato quello che credevamo di sapere vedendolo dalla prospettiva nuova dell’imprenditore.

Dai racconti eroici sul mitologico self-made-man, rivisto e aggiornato con la retorica modaiola su startup e startuppari, viene rimosso con molesta ostinazione un aspetto non secondario dell’esistenza umana: il bilancio tra lavoro e vita privata. Nessuno si chiede quante ore del giorno e della notte debba lavorare chi fa impresa, se abbia a casa una famiglia o se la voglia costruire, quanto tempo riesca a trascorrere con le persone che ama senza pensare al lavoro. Nessuno si preoccupa di sapere che fine facciano gli amici quando un imprenditore attraversa un periodo di crisi. Successo e insuccesso si misurano con i numeri del business e il privato conta quanto una nota di colore. È contorno.

Cosa significa essere una coppia che lancia un’attività in proprio? Sfumare i confini tra lavoro e vita privata, fino a quando le due cose diventano un unico groviglio indistinto. Tornare a casa alla stessa ora durante la settimana e lavorare insieme nel week-end. Confondere i propri obiettivi personali con gli obiettivi di business e trascurare di parlare dei propri desideri. Significa dover coltivare una certa bipolarità per giudicare il lavoro dell’altro senza tener conto dell’amore, litigare a casa e sorridere in ufficio, abbracciarsi a casa e discutere in ufficio.

Ovviamente, significa anche che tutte le risorse economiche derivano da un’unica attività, quindi nei periodi di magra pagare il mutuo richiede acrobazie circensi.

A metà del 2016 mi sentivo intrappolata in una gabbia che avevo costruito io. Quando tutto era iniziato avevo negli occhi l’euforia di un nuovo progetto, ma dopo due anni quell’ebrezza era soffocata e inaridita dalle preoccupazioni che mi accompagnavano dal lavoro fino a casa, che portavo con me in vacanza o a cena con gli amici. Il lavoro era il terzo incomodo della nostra vita di coppia, drenava la complicità fino a costruire due solitudini che abitavano spazi attigui.

Ne avevo parlato con alcuni amici, con mia madre. Solo dopo con il mio coinquilino, fidanzato e socio: la vita di coppia e il lavoro si erano talmente impastate che la sola idea di separare le nostre carriere mi sembrava un modo di tradire il nostro modo di stare insieme. In fondo, avevamo fondato una società quando altri pensano di mettere su famiglia: in un modo un po’ perverso, l’agenzia era la nostra bambina.

In autunno ho sistemato il mio curriculum: avevo pensato che non me ne sarebbe più servito uno.

Non avevo fretta. Volevo trovare un lavoro che non entrasse in conflitto con quello che avevo costruito negli ultimi tre anni e che mi permettesse di mettermi ancora alla prova, imparare, crescere. Poco prima di Natale ho trovato l’occasione che stavo cercando per smettere di lavorare in proprio. Ora mi occupo della comunicazione di WordLift, una startup romana che applica le tecnologie dell’intelligenza artificale al web semantico. È una sfida affascinante, per la quale mi sono dovuta mettere di nuovo – e volentieri – a studiare.

E B-eat? È sempre la mia bambina. Capricciosa, ma la mia. Resto ancora socia e amministratrice e non riesco a togliere gli occhi dagli aspetti più strategici. Il mio compagno e alcuni collaboratori portano avanti l’operatività. Stando ai risultati di questo primo mese, è stata una buona scelta.

Black Mirror

Black Mirror, una grottesca visita guidata nella casa degli specchi

La prima immagine di Black Mirror è uno schermo nero che si crepa nel momento in cui ci guardi dentro: è così che inizia a disturbare lo spettatore seduto sul divano, infrangendo lo spazio tra realtà e finzione. La sua serialità non si fonda su un’unica storia, ma su una riflessione: come la tecnologia ci sta cambiando? In quanti e quali possibili modi ci sta rendendo schiavi? I social network, la realtà virtuale, i programmi televisivi del cazzo stanno erodendo pezzo dopo pezzo la nostra sensibilità fino a trasformarci in macchine per il consumo?

Nella prima puntata, il popolo della regina viene sconvolto da una irriverente richiesta di riscatto rivolta al Primo Ministro. Una nazione intera si trasforma in un manichino nelle mani di un psicopatico con un canale YouTube, corrodendo l’idea stessa di democrazia. È una fantascienza caustica che va a braccetto con la satira, prende in prestito qualcosa dagli snuff movie e cita Dogma 95. Il suo bersaglio non è la politica, siamo noi, con il nostro televisore a 16:9 e l’abbonamento a Netflix.

Fifteen Million Merits - Una scena della puntata di Black Mirror

Dopo l’ultima scena, sono lì: ancora mezza intontita sul divano. Sicuramente disturbata, probabilmente inquieta. Affascinata, persino, dal velenoso incanto di questa spaventosa iperbole. Afferro il telecomando incastrato tra un cuscino e l’altro. Premo sul pulsante rosso. Sullo schermo resta solo il riflesso oscuro del mio sguardo attonito. Eccolo, il black mirror.

Puntata dopo puntata, Black Mirror procede nella sua visita guidata nella casa degli specchi, dove una realtà deformata ci restituisce decine di questioni etiche e domande esistenziali. La più semplice – e probabilmente la più antica, la più naif e quella che non avrà mai una risposta davvero soddisfacente – ritorna puntuale come un refrain: qual è il senso della vita umana? C’è ancora spazio per dare un senso alla vita in un mondo in cui i bisogni ai quali dedichiamo il lavoro quotidiano sono tanto prevedibili quanto superficiali? Dove persino la rabbia e la ribellione si possono trasformare in prodotti culturali da fagocitare tra un porno e un reality show? Dove i dati sulle conversazioni raccolti dai social network sono sufficienti a far rinascere e sostituire un individuo? Dove si può fare un back-up della memoria e della mente stessa?

The Entire History of You - Una scena della puntata di Black Mirror

Le distopie di Charlie Brooker, autore della serie britannica, svolgono il ruolo che la fantascienza ha da sempre: chiederci dove stiamo andando, sollevando il tappeto spesso del progresso razionale per mostrare una polverosa matassa di questioni da risolvere e paure inespresse. Sono paure legate alla nostra biologica fragilità, contrapposta alla indistruttibile perfezione del codice binario: Asimov non è poi tanto lontano, abbiamo solo sollevato l’asticella di qualche centimetro.

E se quella che abbiamo davanti agli occhi ci sembra una grottesca caricatura, si affaccia ben presto alla mente un dubbio: che cosa penserebbe del mondo in cui viviamo chi a metà del secolo scorso si immaginava il futuro dell’uomo?

White Christmas - Una scena della puntata di Black Mirror

Oh, wait… perché stanno tutti parlando di Black Mirror se l’ultima puntata è stata realizzata due anni fa? La serie, andata in onda per la prima volta su Channel 4, è ora disponibile su Netflix che dal 21 ottobre 2016 trasmetterà la terza stagione.

Io ho già il mio telecomando in mano.

Al posto tuo

Al posto tuo - I protagonisti

Quante volte avete desiderato vivere la vita di qualcun altro? Magari quella dell’amico che ce l’ha fatta e che fa il lavoro che voi avete sempre desiderato, ma non avete mai osato inseguire; oppure quella del coinquilino single, che ogni venerdì sera torna a casa con una donna diversa; oppure quella della vostra nemesi, di cui odiate tutto, tranne il modo in cui è riuscita a farsi strada nella carriera e nella vita. Nel film Al posto tuo, diretto da Max Croci e nelle sale da ieri, lo scambio di vite avviene tra due professionisti: il geometra Rocco Fontana (Stefano Fresi), sposato, famiglia numerosa, e l’architetto Luca Molteni (Luca Argentero), bello, modaiolo e single.

Così Luca deve entrare nei panni ingombranti di Rocco – e non perché lo desideri, ma per via dei fantasiosi metodi di gestione delle risorse umane dell’azienda per la quale lavora. Il soggetto – ve lo dico subito, ma in realtà ve l’avevo detto anche ieri – è stato scritto da un amico, Massimo di Nicola, che insieme a Umberto Marino ha anche curato la sceneggiatura: abbiamo diviso i banchi dell’università, molte serate al cinema e molte discussioni sulla cultura pop. Per farla breve, sono entrata in sala piuttosto emozionata: vedendo i titoli di testa passare su una scena che, in effetti, avevamo vissuto insieme – più o meno, si sa che gli scrittori tendono a romanzare tutto – mi sono un po’ commossa. Da sentimentalona quale sono, mi sarebbe anche potuta scappare una lacrimuccia, se non fosse che il film riesce a strappare fin da subito una risata.

Al posto tuo - Luca Argentero e Giulietta Rebeggiani

Lo scambio di vite è un cliché poco battuto dal cinema italiano, mentre a Hollywood è un fortunato luogo comune: l’uomo che diventa donna (Nella sua pelle), la mamma che diventa figlia (Freaky Friday), il povero che diventa ricco (Una poltrona per due) e via equivocando, in un illimitato gioco dei contrari. Al posto tuo lo adatta ai ritmi e alle maschere della commedia italiana: per passare da una vita all’altra non serve una magia, è sufficiente la trovata estrosa ma realistica di un capo dispotico. Una nella vita dell’altro i due protagonisti si trovano a fare i conti con i propri limiti e con le curiose abitudini del proprio rivale sul lavoro.

Al posto tuo - Stefano Fresi

Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, il single accanito si gode lo scambio più del padre di famiglia, che si vede messo alla prova costantemente, sotto la pressione della gelosia e delle incursioni femminili. Tra una gag e l’altra, la commedia procede a un ritmo serrato, a volte a costo di lasciare indietro qualche buona trovata (avrei voluto più battute per la piccola Giulietta Rebeggiani!). Deliziosa, senza eccessi, sempre credibile, l’interpretazione comica di Stefano Fresi, che ho davvero adorato e che spicca sul resto dell’ottimo cast nel quale vediamo anche Ambra Angiolini nei panni di una moglie drago (ditemi che non sono così, vi prego!), Fioretta Mari che interpreta un’adorabile nonnina appassionata di burraco e di guida spericolata e Grazia Schiavo, l’esplosiva vicina di casa e amica di Luca.

In breve, Al posto tuo è un film leggero, che tra una risata e l’altra ci dice qualcosa che in fondo dovremmo sapere già: dietro a ogni persona, dietro a ogni vita, c’è una matassa di scelte importanti che rendono ciascuno l’eroe del proprio destino.

Su “Una barca nel bosco” (e su come anch’io lo sono stata, un tempo)

Una barca nel bosco

Un paio di settimane fa sono stata a Cagliari per lavoro. È stata, in effetti, la prima volta che ho lavorato nella città nella quale sono nata. Ho lavorato soprattutto a Roma, ma mi è capitato di lavorare anche a Napoli, Milano, Torino, Bologna. Ho lavorato a Venezia, ho lavorato a Parigi – per una di quelle inderogabili “emergenze” del mondo digital che non possono aspettare nemmeno il tempo di una breve vacanza e che ti fanno girare per locali come in astinenza da wi-fi – e in generale ovunque avessi a disposizione un portatile e una connessione a internet. Non avevo mai lavorato nella città dove sono venuta al mondo e dove ho frequentato il liceo.

Forse è per questa ragione che attraversando le strade di Cagliari, tagliando da via Is Mirrionis fino a viale Trento e poi giù per viale Trieste fino alla stazione dei treni, ho percorso a ritroso la strada della memoria. Mentre sentivo per la prima volta che l’aria di Cagliari odora di salsedine e mare (che forse devi allontanarti molto, per tornare e riconoscere quell’odore, che non ci fai caso se tutti i giorni ti entra nelle narici) ho cominciato a sentire nelle mie gambe il cammino di quell’adolescente goffa che cercava la propria identità aggrappandosi forte a quella degli altri. Ho riascoltato frammenti di una conversazione, passata più di tredici anni fa.

Così mi è tornato alla mente Una barca nel bosco, che è stato il primo libro che ho letto sul mio Kindle, qualche mese fa. Mi è tornato alla mente perché è così che mi sentivo diciott’anni fa, quando ho iniziato il liceo e forse anche tredici anni fa, quando l’ho finito e ho lasciato il paese per non tornare più. Non venivo da una piccola isola nel Mediterraneo per studiare in una fredda città del Nord. Venivo da un paesotto nel mezzo del Campidano dove la terra si deprime – si dice così – sotto il livello del mare e da quella terra mi staccavo per avvicinarmi alla costa e alla città più vicina. A Cagliari mi sembrava di dover ricostruire da capo persino le mie più basilari idee del mondo – e in effetti così ho fatto: perché era l’adolescenza ed era il momento di mettere tutto in discussione.

Prima che qualsiasi altra cosa, mi sentivo aliena, mi sentivo una barca nel bosco, perché non avevo capito niente di vestiti e di moda (e più ci provavo e meno riuscivo a leggere il codice ermetico dei vestiti e delle scarpe), perché non avevo viaggiato abbastanza, perché non conoscevo i locali notturni cagliaritani, perché non andavo in giro in scooter. E soprattutto perché studiare non mi sembrava così male. Studiavo, in realtà, quasi solo le cose che mi piacevano. Nelle materie che non amavo mi trascinavo come il Leonardo di Caprio post-sbornia di The Wolf of Wall Street. Credevo che studiare sarebbe bastato per traghettarmi dalla provincia ai miei sogni (e se non è bastato di certo è servito, ma questa è un’altra storia).

A quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto anni sei solo una bozza (ma una bozza estremamente complessa) di quello che sarai e la cosa che ti preoccupa di più al mondo è trovare qualcun altro che ti comprenda. E provi a far scoppiare con le dita la solitudine gemella degli altri giovani alieni accanto a te, senza che ti riesca quasi mai.

Leggere il romanzo di Paola Mastracola, che nella scuola ci lavora da tanti anni, vedendo forse molte di queste barche desolate in mezzo ai loro boschi di solitudine, è stato come la mia passeggiata in una Cagliari sempre uguale dopo tredici anni. È stato come ripercorrere il passato e ridere di tutte quelle preoccupazioni sciocche che ci assillano quando passiamo cinque, sei ore al giorno chiusi in una stanza con altri venti alieni in tuta da ginnastica, con gli ormoni che si muovono nell’aria come palline dentro un flipper.

Tale William Davis ha scritto: “Il tipo di humor che amo è quello che mi fa ridere per cinque secondi e pensare per dieci minuti.”

Ecco, questo è ciò che ho provato leggendo Una barca nel bosco: con la storia di Gaspare, ho sentito a distanza di anni di non essere sola. Credo che se avete a che fare con ragazzi e ragazze adolescenti, questo romanzo potrebbe essere la macchina del tempo che vi serve per capirli un po’ di più. Buona lettura!

La pazza gioia

La pazza gioia - Paolo Virzì  - Una scena del film La storia, magari, la conoscete già – e comunque non starò a spiegarvela perché voglio che possiate vederla con la meraviglia interrogativa che merita l’avventura agrodolce di queste due donne lontane per nascita, cultura, reddito, ma unite da una uguale solitudine.

Valeria Bruni Tedeschi veste con nevrotica eleganza gli abiti della nobile Beatrice, che a differenza dalla signora amata da Dante non riesce a essere onesta nemmeno con se stessa; Micaela Ramazzotti veste i panni striminziti di Donatella e parla un toscano sotto il quale si sentono le tracce di un romanesco indelebile. Si trovano in mezzo a un incrocio di drammi, cercano la felicità con l’incoscienza fragile di due bambine, si stringono quando capiscono che l’unica cosa che conta è perdonare se stesse.

Mi torna in mente una canzone di Carmen Consoli che ormai ha quasi vent’anni e nel 1999 diceva così:

Qualche volta l’importante è sentirsi più belli
Quanto basta, per sentire che il mondo è vicino
E non è perfetto.

Davanti a La pazza gioia ho riso e ho pianto, in certi momenti contemporaneamente: perché non è poi così ampia la linea che ci separa dalla follia. Ecco, se provassimo a fare i conti e forse anche la pace con questa idea, con l’idea che ci sia un seme di follia in ogni ragione e un seme di ragione in ogni follia, allora forse saremmo più pronti a comprenderci.

La pazza gioia - Paolo Virzì (Scena del film)

L’umanità è inversamente proporzionale al realismo in questa storia, forse perché quell’idea di comprensione può passare meglio attraverso il filtro colorato di una favola. Come in questa immagine, con i vestiti molto vintage e le birre molto meno.

D’altra parte i film di Virzì vivono sospesi in un tempo e in uno spazio che fluttuano tra il sogno più dolce e la realtà più cruda: ne è un esempio Tutta la vita davanti, che per molto tempo è stato il metro del mio presente. Almeno finché non sono riuscita a immaginare un futuro. Lo sono Ovosodo, Caterina va in città, Tutti i santi giorni: incantesimi che prendono il via da una realtà a volte troppo opprimente. Lo sguardo di Virzì distribuisce leggerezza, come una fata turchina senza capelli. È un realismo magico, ma tutto italiano, la dimensione in cui la pietà scavalca la diffidenza e il pregiudizio in nome di un briciolo di poesia.

Ci vorrebbe un Virzì ogni Salvini, per rispondere a colpi di fantasia all’ottusità che ci minaccia.

Il figlio di Bakunìn

Scarpe da minatore

E scoprirai quel che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.

Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn, Sellerio Editore Palermo

Prende i passi da qui l’avventura investigativa dell’invisibile narratore, che percorre il Campidano e la Marmilla per ricostruire la vita di un uomo che non ha mai conosciuto. Il racconto si fa e si disfa attraverso il telaio dei suoi incontri con le persone che hanno conosciuto Tullio Saba. L’uomo è uno, ma le lingue sono cento e ciascuna infila nella storia le sue allusioni e i suoi pregiudizi. Pochi ci mettono amore o qualcosa che si possa scambiare per tale. Tutti ci mettono le proprie vicende e un pezzettino di vita.

Ne viene fuori un ritratto affascinante, scritto in un italiano parlato in sardo. Tullio Saba è un eroe schiacciato dagli ideali, un malfattore, un seduttore senza né soldi né malizia; è un anarchico, un comunista, un minatore, un vagabondo, un artista. È tutto e niente, come potrete immaginare, ma se raschiate a fondo le parole di Sergio Atzeni, da qualche parte troverete il vostro Tullio Saba. Lo vedrete passeggiare nell’aria stanca di miniere e di paesaggi brulli, andare per paesi sempre uguali a ieri e far cadere la propria ombra sulle stradine strette del quartiere di Marina, a Cagliari.

Sono arrivata alla fine con la gola secca e il cuore stretto, per il mio Tullio Saba randagio e bisognoso di tozzo di affetto.

Non chiedetemi la sciocchezza di classificare questo libro con un tot di stelline, leggetelo e basta, che vi piacerà. E se non vi dovesse piacere, è colpa vostra che siete troppo continentali.

Questo non facciamolo vedere ai bambini, vi prego

tv

Silvia: Domenica scorsa sono stata al Festival delle Dieci Lune.
Cupofbrain: Come, ci sei stata domenica e ne parli oggi?
Silvia: Sì, ho il metabolismo lento.
Cupofbrain: In che senso?
Silvia: Nel senso che ci metto tanto a digerire le cose. È per questo che poi assimilo tutto. E ingrasso.
Cupofbrain: Che c’entra che ingrassi?
Silvia: Non c’entra. Volevo solo dire che una cosa successa domenica e un’altra successa prima si vanno a mescolare insieme e ci vuole tempo perché ne venga fuori qualcos’altro.
Cupofbrain: Hai bisogno di un bagno?
Silvia: Questa volta mi accontento di un blog.
Cupofbrain:  Ah, bene grazie. Molto umana. Dicevi di domenica?
Silvia: Domenica c’era il Festival e prima c’è stato l’affare di Vespa.
Cupofbrain: Quello di Porta a Porta?
Silvia: Quello.
Cupofbrain: Tu non stai bene.
Silvia: Te l’ho detto che ho la digestione lenta.
Cupofbrain: E allora?
Silvia: E allora al Festival delle Dieci Lune c’era Saverio Raimondo.
Cupofbrain: E chi è?
Silvia: Un comico satirico. Ha iniziato dicendo che la satira è come il sesso: più se ne parla e meno si fa. E in Italia si parla un sacco della satira. C’è un acceso, equilibrato, rappresentativo, democratico dibattito sulla satira. Che cos’è, a cosa serve, dove porta, quanto costa al chilo, ma sopra ogni altra cosa: quali sono i limiti della satira? Essì, questa cosa dei limiti interessa proprio tutti. È ovvio, dai. Non si scherza sulla religione, perché è irriverente e qualcuno si potrebbe pure offendere. Non si scherza sulle malattie, perché non sono mica una cosa da ridere. Non si scherza sulla famiglia, sull’eterosessualità, sull’omosessualità, sulla metrosessualità ed è meglio non parlare di masturbazione. Alla fine della fiera dei limiti, non rimane che guardarsi l’ombelico e ridere forte. Ma non troppo forte, non sia mai si offenda, pure lui: è solo un povero buchetto in una pancia rotonda, che di colpe non ne ha. Anzi, quando eravamo solo dei fagiolini è stato essenziale per mantenerci in vita.
Cupofbrain: Mi sembra che ti sia persa.
Silvia: No, non io. Ci siamo persi tutti. Comunque il punto è che i media italiani sono ossessionati dal politically correct, come se temessero che la ragione degli spettatori non arrivi a distinguere lo scherzo dalla cosa sulla quale si scherza. Ma secondo te una risata può essere politicamente corretta? Una cosa che ti fa ragliare come un asino, che ti imporpora le guance, che ti scompone tutto e se non stai attento ti fa pure pisciare sotto… questa cosa qui, può essere politicamente corretta?
Cupofbrain: È una domanda retorica?
Silvia: Be’ sì. Insomma, ci espone in tutta la nostra fisicità, la risata. È dissacrante. Come fai a contenerla? Invece qui si fa di tutto per metterle il vestito buono, per darle un valore più alto, per investirla di impegno sociale e trasformarla nell’ennesimo pulpito. O al contrario, per renderla grossolana e provincialotta. In entrambi casi si prova a disinnescarla. Perché la risata ha una controindicazione: ti spinge a pensare. Invece abbiamo questo retaggio culturale, che ci dice che il pensiero è appannaggio di pochi – per carità, tra quei pochi chi parla si include sempre – ed è una cosa serissima, così ci sentiamo in dovere di ripulire la satira. E non solo quella.
Cupofbrain: Cos’altro? Porta a Porta?
Silvia: Sì, anche. Esattamente.
Cupofbrain: Dai, su! Vespa se le merita le mazziate. Vorrai mica difenderlo?
Silvia: Sì. Be’ non in assoluto, sempre. Solo per questa volta.
Cupofbrain: Non starai mica pensando a quando ha ospitato Riina Junior?
Silvia: Esatto.
Cupofbrain: No, vabbè… ma non hai sentito la Guzzantessa? Tu stai fuori.
Silvia: Può darsi, ma ascolta.
Cupofbrain: Non posso fare altrimenti.
Silvia: E infatti. Tu l’hai vista l’intervista? Ecco, a me è non è sembrato che ne venisse fuori l’immagine di una persona equilibrata, da cui prendere esempio. Non ho pensato: “Oh, ma che tipo interessante. Quasi quasi mi compro il libro.” E poi diciamocelo: l’italiano medio legge un libro l’anno, possibile che scelga proprio questo?
Cupofbrain: Be’ la vedo dura.
Silvia: Infatti. Penso che ognuno abbia saputo trarre le sue conclusioni, vedendolo. Negli Stati Uniti intervistare persone che provengono dal mondo della criminalità è normale. Non è apologia, è informazione. Ogni uomo è nudo davanti alla nostra facoltà di giudizio. Non credo che abbiamo bisogno di uno schermo protettivo davanti al figlio di un mafioso.
Cupofbrain: Se magari Vespa l’avesse incalzato di più…
Silvia: Vespa è Vespa. Ha fatto Vespa. Ma non sono mancati gli spunti.
Cupofbrain: E se qualcuno non sapesse ragionare con la sua testa?
Silvia: Ci eleggiamo tutori di ogni cretino in questo Paese? Forse dovremmo un po’ superare questa concezione pedagogica, farci venire il dubbio che per far crescere le persone bisogna metterle nelle condizioni di pensare. Ma se tu vuoi insegnare a un bambino a mangiare una mela gliela fai a pezzi oppure gli dai una mela e un coltello?
Cupofbrain: Dipende, se vuoi che sia autonomo…
Silvia: Appunto! A forza di avere mele e coltelli il bambino imparerà come deve fare. Invece, nella televisione italiana c’è sempre qualcuno che la mela prova a offrirtela già sotto forma di bolo alimentare, qualcuno che pensa che per farti meno male sarà meglio darti un paio di forbici dalla punta arrotondata – sbucciare la frutta sarà un casino, ma almeno non ti farai male! – e qualcuno che pensa che a questo punto è meglio mettere via le mele e nutrirti di sola uva, che non si deve sbucciare.
Cupofbrain: Mia madre da piccola mi sbucciava pure l’uva.
Silvia: Sei patologica. Comunque, così funziona il cervello: se vuoi che la gente usi la testa devi darle qualcosa su cui riflettere. Purtroppo molte persone, sempre tra quelle che ritengono di essere in grado di pensare, considerano la maggioranza incapace di farlo e così la vorrebbero affamare, pur di proteggerne la supposta minorità mentale. Invece dovremmo prenderci la libertà di comunicare presupponendo l’intelligenza altrui.
Cupofbrain: Funzionerebbe?
Silvia: Non possiamo saperlo. Ma è vero il contrario, che a forza di ipotizzare la stupidità generale ci si ottunde.

Mani buone per impastare

Mani buone per impastare di Slawka G. Scarso, Blonk (2014)

I vicini di casa hanno sempre stimolato la mia immaginazione. Vite così diverse dalla mia, misteriosamente lontane nonostante la prossimità fisica. Ho imparato vivendo in città che di certe persone ti sembra di cogliere tutta la vita, da un pugno di dettagli e di parole origliate. Una volta avevo anche pensato di scrivere un racconto su due vicini che non si incontrano mai. Non l’ho mai fatto.

Invece Slawka G. Scarso ha scritto un’intera raccolta sui vicini e sul loro modo di conoscersi attraverso le cortine delle finestre, gli spioncini della serratura, i pianerottoli e le trombe delle scale. Mani buone per impastare è questo: otto racconti e una manciata di intermezzi parodici sui vicini di casa.

Mani buone per impastare

Leggerli mi ha fatto fatto pensare a quella casa in via Genzano, dove la grande finestra si affacciava sulla camera di un uomo sull’altro lato della strada: tramite questi enormi occhi sul muro dei palazzi potevamo sbirciare le nostre rispettive vite. Fino al giorno in cui la mia festa di compleanno è stata interrotta da uno spettacolo un po’ porno e ho capito che se lui non aveva bisogno di tende, io dovevo assolutamente comprarne una. E quella casa a San Giovanni, dove un giorno una vecchia signora ha scelto di morire e il suo corpo rotondo è passato davanti alla mia finestra, mentre studiavo sociologia. Mi ha ricordato Elsamorante (quella col nome tutto attaccato, dal pelo nero e il corpo snello ed elegante) che non è mai più tornata dalla casa dei miei in Sardegna.

Le storie e i personaggi di Slawka sono così assolutamente realistici, che spalancano le porte della memoria sulle tante persone che ho sfiorato solo per caso in appartamenti che sono stati miei solo per poco. Nei racconti di Mani buone per impastare c’è la curiosità a volte infantile, a volte morbosa che nutriamo per le persone di cui sappiamo troppo – ma ancora poco. C’è l’innocenza di certi piccoli fraintendimenti e anche una manciata abbondante di follia, c’è il malinconico mistero del passarsi davanti tutti i giorni senza davvero comprendersi mai.

Tutto questo in una scrittura leggera, agile e camaleontica che raccoglie le voci dei vicini senza emettere mai un fiato o un lamento, senza gridare un giudizio – per non fare scoprire il nascondiglio discreto dei suoi sguardi.

Siamo o non siamo Charlie Hebdo?

Da ieri su Facebook, su Twitter, su Instagram tutti sono diventati Charlie Hebdo.

Je Suis Charlie

A qualcuno questa cosa del brusio social che si riunisce all’improvviso intorno a un valore condiviso in un unico messaggio di lutto, uno solo, fa scattare immediatamente un impellente prurito intellettuale. Pare sia fisiologico. Così bisogna grattarsi fuori dal coro e dire che tutte le persone che #JeSuisCharlie sono un gregge di pecore. E quel gregge, per il fatto stesso di essere gregge, non è Charlie Hebdo.

Lo ha scritto Amlo, con la sua limpida sguaiatezza, e più pacatamente Fabio Chiusi su Wired. Leggendo i due articoli è venuto un po’ di prurito anche a me, lo confesso. Quel prurito che mi viene quando penso che stiamo guardando il dito senza vedere la luna.

Non credo che sia necessario avere la tessera dell’anticonformismo (sentite l’ossimoro? io un pochino sì) per schierarsi dalla parte della libertà di satira. Io credo che la libertà di satira faccia parte della libertà di pensiero e sia fondamentale per sviluppare una dialettica democratica. Detto in altre parole, tra le più citate a mondo e, pare erroneamente, attribuite a Voltaire:

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.”

È per questo e nessun altro motivo che io posso essere Charlie Hebdo, che tutti dovremmo esserlo.

Per uscire dal tunnel dei proclami di ideali, farò un esempio. Personalmente sono agnostica, ma credo che dovremmo imparare la differenza tra una religione – qualsiasi religione – e le sue strumentalizzazioni politiche. Per questo non mi piacciono le vignette di Charlie Hebdo con Maometto o la trinità cristiana, mentre apprezzo la vignetta che Jenus ha dedicato al tragico avvenimento di ieri. Questo ha a che fare con la mia sensibilità e il mio pensiero, ma non mi impedisce di credere che dobbiamo, tutti insieme, difendere la libertà di fare satira su religione, politica e ogni altra cosa rappresenti la cultura dominante, perché la comprensione del mondo nasce dal confronto tra pensieri divergenti.

Una vignetta è pensiero. Un colpo di kalashnikov è violenza. #JeSuisCharlie è una presa di coscienza: sta a noi mantenerla viva.