Black Mirror

Black Mirror, una grottesca visita guidata nella casa degli specchi

La prima immagine di Black Mirror è uno schermo nero che si crepa nel momento in cui ci guardi dentro: è così che inizia a disturbare lo spettatore seduto sul divano, infrangendo lo spazio tra realtà e finzione. La sua serialità non si fonda su un’unica storia, ma su una riflessione: come la tecnologia ci sta cambiando? In quanti e quali possibili modi ci sta rendendo schiavi? I social network, la realtà virtuale, i programmi televisivi del cazzo stanno erodendo pezzo dopo pezzo la nostra sensibilità fino a trasformarci in macchine per il consumo?

Nella prima puntata, il popolo della regina viene sconvolto da una irriverente richiesta di riscatto rivolta al Primo Ministro. Una nazione intera si trasforma in un manichino nelle mani di un psicopatico con un canale YouTube, corrodendo l’idea stessa di democrazia. È una fantascienza caustica che va a braccetto con la satira, prende in prestito qualcosa dagli snuff movie e cita Dogma 95. Il suo bersaglio non è la politica, siamo noi, con il nostro televisore a 16:9 e l’abbonamento a Netflix.

Fifteen Million Merits - Una scena della puntata di Black Mirror

Dopo l’ultima scena, sono lì: ancora mezza intontita sul divano. Sicuramente disturbata, probabilmente inquieta. Affascinata, persino, dal velenoso incanto di questa spaventosa iperbole. Afferro il telecomando incastrato tra un cuscino e l’altro. Premo sul pulsante rosso. Sullo schermo resta solo il riflesso oscuro del mio sguardo attonito. Eccolo, il black mirror.

Puntata dopo puntata, Black Mirror procede nella sua visita guidata nella casa degli specchi, dove una realtà deformata ci restituisce decine di questioni etiche e domande esistenziali. La più semplice – e probabilmente la più antica, la più naif e quella che non avrà mai una risposta davvero soddisfacente – ritorna puntuale come un refrain: qual è il senso della vita umana? C’è ancora spazio per dare un senso alla vita in un mondo in cui i bisogni ai quali dedichiamo il lavoro quotidiano sono tanto prevedibili quanto superficiali? Dove persino la rabbia e la ribellione si possono trasformare in prodotti culturali da fagocitare tra un porno e un reality show? Dove i dati sulle conversazioni raccolti dai social network sono sufficienti a far rinascere e sostituire un individuo? Dove si può fare un back-up della memoria e della mente stessa?

The Entire History of You - Una scena della puntata di Black Mirror

Le distopie di Charlie Brooker, autore della serie britannica, svolgono il ruolo che la fantascienza ha da sempre: chiederci dove stiamo andando, sollevando il tappeto spesso del progresso razionale per mostrare una polverosa matassa di questioni da risolvere e paure inespresse. Sono paure legate alla nostra biologica fragilità, contrapposta alla indistruttibile perfezione del codice binario: Asimov non è poi tanto lontano, abbiamo solo sollevato l’asticella di qualche centimetro.

E se quella che abbiamo davanti agli occhi ci sembra una grottesca caricatura, si affaccia ben presto alla mente un dubbio: che cosa penserebbe del mondo in cui viviamo chi a metà del secolo scorso si immaginava il futuro dell’uomo?

White Christmas - Una scena della puntata di Black Mirror

Oh, wait… perché stanno tutti parlando di Black Mirror se l’ultima puntata è stata realizzata due anni fa? La serie, andata in onda per la prima volta su Channel 4, è ora disponibile su Netflix che dal 21 ottobre 2016 trasmetterà la terza stagione.

Io ho già il mio telecomando in mano.

Al posto tuo

Al posto tuo - I protagonisti

Quante volte avete desiderato vivere la vita di qualcun altro? Magari quella dell’amico che ce l’ha fatta e che fa il lavoro che voi avete sempre desiderato, ma non avete mai osato inseguire; oppure quella del coinquilino single, che ogni venerdì sera torna a casa con una donna diversa; oppure quella della vostra nemesi, di cui odiate tutto, tranne il modo in cui è riuscita a farsi strada nella carriera e nella vita. Nel film Al posto tuo, diretto da Max Croci e nelle sale da ieri, lo scambio di vite avviene tra due professionisti: il geometra Rocco Fontana (Stefano Fresi), sposato, famiglia numerosa, e l’architetto Luca Molteni (Luca Argentero), bello, modaiolo e single.

Così Luca deve entrare nei panni ingombranti di Rocco – e non perché lo desideri, ma per via dei fantasiosi metodi di gestione delle risorse umane dell’azienda per la quale lavora. Il soggetto – ve lo dico subito, ma in realtà ve l’avevo detto anche ieri – è stato scritto da un amico, Massimo di Nicola, che insieme a Umberto Marino ha anche curato la sceneggiatura: abbiamo diviso i banchi dell’università, molte serate al cinema e molte discussioni sulla cultura pop. Per farla breve, sono entrata in sala piuttosto emozionata: vedendo i titoli di testa passare su una scena che, in effetti, avevamo vissuto insieme – più o meno, si sa che gli scrittori tendono a romanzare tutto – mi sono un po’ commossa. Da sentimentalona quale sono, mi sarebbe anche potuta scappare una lacrimuccia, se non fosse che il film riesce a strappare fin da subito una risata.

Al posto tuo - Luca Argentero e Giulietta Rebeggiani

Lo scambio di vite è un cliché poco battuto dal cinema italiano, mentre a Hollywood è un fortunato luogo comune: l’uomo che diventa donna (Nella sua pelle), la mamma che diventa figlia (Freaky Friday), il povero che diventa ricco (Una poltrona per due) e via equivocando, in un illimitato gioco dei contrari. Al posto tuo lo adatta ai ritmi e alle maschere della commedia italiana: per passare da una vita all’altra non serve una magia, è sufficiente la trovata estrosa ma realistica di un capo dispotico. Una nella vita dell’altro i due protagonisti si trovano a fare i conti con i propri limiti e con le curiose abitudini del proprio rivale sul lavoro.

Al posto tuo - Stefano Fresi

Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, il single accanito si gode lo scambio più del padre di famiglia, che si vede messo alla prova costantemente, sotto la pressione della gelosia e delle incursioni femminili. Tra una gag e l’altra, la commedia procede a un ritmo serrato, a volte a costo di lasciare indietro qualche buona trovata (avrei voluto più battute per la piccola Giulietta Rebeggiani!). Deliziosa, senza eccessi, sempre credibile, l’interpretazione comica di Stefano Fresi, che ho davvero adorato e che spicca sul resto dell’ottimo cast nel quale vediamo anche Ambra Angiolini nei panni di una moglie drago (ditemi che non sono così, vi prego!), Fioretta Mari che interpreta un’adorabile nonnina appassionata di burraco e di guida spericolata e Grazia Schiavo, l’esplosiva vicina di casa e amica di Luca.

In breve, Al posto tuo è un film leggero, che tra una risata e l’altra ci dice qualcosa che in fondo dovremmo sapere già: dietro a ogni persona, dietro a ogni vita, c’è una matassa di scelte importanti che rendono ciascuno l’eroe del proprio destino.

La pazza gioia

La pazza gioia - Paolo Virzì  - Una scena del film La storia, magari, la conoscete già – e comunque non starò a spiegarvela perché voglio che possiate vederla con la meraviglia interrogativa che merita l’avventura agrodolce di queste due donne lontane per nascita, cultura, reddito, ma unite da una uguale solitudine.

Valeria Bruni Tedeschi veste con nevrotica eleganza gli abiti della nobile Beatrice, che a differenza dalla signora amata da Dante non riesce a essere onesta nemmeno con se stessa; Micaela Ramazzotti veste i panni striminziti di Donatella e parla un toscano sotto il quale si sentono le tracce di un romanesco indelebile. Si trovano in mezzo a un incrocio di drammi, cercano la felicità con l’incoscienza fragile di due bambine, si stringono quando capiscono che l’unica cosa che conta è perdonare se stesse.

Mi torna in mente una canzone di Carmen Consoli che ormai ha quasi vent’anni e nel 1999 diceva così:

Qualche volta l’importante è sentirsi più belli
Quanto basta, per sentire che il mondo è vicino
E non è perfetto.

Davanti a La pazza gioia ho riso e ho pianto, in certi momenti contemporaneamente: perché non è poi così ampia la linea che ci separa dalla follia. Ecco, se provassimo a fare i conti e forse anche la pace con questa idea, con l’idea che ci sia un seme di follia in ogni ragione e un seme di ragione in ogni follia, allora forse saremmo più pronti a comprenderci.

La pazza gioia - Paolo Virzì (Scena del film)

L’umanità è inversamente proporzionale al realismo in questa storia, forse perché quell’idea di comprensione può passare meglio attraverso il filtro colorato di una favola. Come in questa immagine, con i vestiti molto vintage e le birre molto meno.

D’altra parte i film di Virzì vivono sospesi in un tempo e in uno spazio che fluttuano tra il sogno più dolce e la realtà più cruda: ne è un esempio Tutta la vita davanti, che per molto tempo è stato il metro del mio presente. Almeno finché non sono riuscita a immaginare un futuro. Lo sono Ovosodo, Caterina va in città, Tutti i santi giorni: incantesimi che prendono il via da una realtà a volte troppo opprimente. Lo sguardo di Virzì distribuisce leggerezza, come una fata turchina senza capelli. È un realismo magico, ma tutto italiano, la dimensione in cui la pietà scavalca la diffidenza e il pregiudizio in nome di un briciolo di poesia.

Ci vorrebbe un Virzì ogni Salvini, per rispondere a colpi di fantasia all’ottusità che ci minaccia.

Frozen: sorelle a distanza

Anna ed Elsa in Frozen

Era solo una manciata di mesi fa. Accoccolata sul divano guardavo Frozen, credendo di trovarci solo una buffa storia di principesse, pupazzi di neve e incantesimi. Invece, l’incantesimo era che in quella storia c’ero io, venti anni fa. L’incantesimo era che in quella storia c’era mia sorella, venti anni fa. Io col mio stupido modo di tenere le distanze, tu con la tua gioia infinita di vivere, giocare e sognare. Avremmo dovuto dividere l’infanzia, ma io mi sentivo già adulta e così ti sono sempre mancata.

Chilometri di mondo, in mezzo a noi, mi hanno restituito una sorella più grande, ma sempre carica di sogni. Sei scesa dal tuo volo intercontinentale con un cartello che citava: “Do you want to build a snowman?”. E io quella scritta l’ho vista a malapena, mentre i miei occhi cercavano di comunicare al mio cuore che tu eri lì, davanti a me, dopo diciotto mesi in Australia. Non si torna dall’altro capo del mondo a sorpresa con un cartello in mano; ma questo è il tuo stile: fare cose estremamente belle con una sorridente leggerezza.

Sono passati pochi mesi da allora. E adesso sei nella mia stanza che impacchetti uno a uno i tuoi desideri, arrotolati in mezzo alle maglie e ai pantaloni di cotone. Questo pomeriggio partirai, per portarli in un altro lontano.

Voglio che tu sappia, sorella di sangue e di terra, che il tuo coraggio basterà per fare tutte le cose che vuoi e altre, che non osi nemmeno immaginare. Voglio che tu sappia, sorella di cuore, che attraverserei i sette regni per costruire quel pupazzo di neve ed essere finalmente bambina.

Il futuro già presente di Elysium (e District 9)

Matt Damon contro Jodie Foster in una disperata guerra ad armi impari tra i poveri abitanti della Terra, satura e malridotta, e i potenti signori di Elysium, satellite artificiale e felice del nostro pianeta.

Elysium è il paradiso degli eroi nella cultura greco-romana: un luogo squisito per persone buone. Curiosamente, è anche l’anagramma imperfetto di esilio, ma ad essere allontanati non sono i reietti, ma i miliardari, gli oligarchi, i potenti. Nel film di Neil BlomkampElysium è un paradiso di indifferenza, lusso e artificiale amenità. Un paradiso asettico, i cui abitanti sono a ben vedere in esilio dalla autentica e perduta bellezza un pianeta sfregiato da inquinamento, sfruttamento e malattia. Terra vista da Elysium

Una scena del film: Elysium e la Terra visti dallo spazio

Elysium è una metafora fantascientifica: forse guardandolo vi capiterà di sentire disprezzo per l’egoismo di chi ha scelto di non condividere con il resto della popolazione della Terra i benefici della scienza e l’ingiustizia vi colpirà come uno schiaffo sul viso. Dopo mezzo secondo, potrete agilmente e comodamente rivolgere lo stesso biasimo verso voi stessi. Senza bisogno di satelliti artificiali dal nome latineggiante, noi siamo gli indifferenti che semplicemente fingono ogni giorno che una gran parte della popolazione della Terra neppure esista.
Matt Damon in Elysium

Matt Damon, cyborg eroico in Elysium

Continuiamo a sentirci sicuri, ignorando la fame dei nostri vicini, finché non comincia a strabordare e si materializza nell’immigrazione clandestina. E anche allora applichiamo la nostra rimozione, mantenendo per quanto possibile i nuovi arrivati ai margini del nostro mondo di bellezza. Questo era il tema di District 9, il primo film di Neil Blomkamp, che a differenza di Elysium era un film indipendente e a budget piuttosto contenuto, ma viaggiava sulla stessa linea di senso: in quel caso una base aliena sembrava in tutto e per tutto un centro di accoglienza temporanea o un campo nomadi.
Scena di District 9

Una scena di District 9

Quello che il regista ha fatto, in entrambi i casi, è stato spogliare la realtà della quotidiana verosimiglianza, darle un aspetto fantastico e metterla al centro di un palcoscenico. Il mondo è invisibile, finché non applica una maschera e comincia a recitare. Solo allora arriva al cuore.
Locandina del film District 9

Una locandina di District 9

Siamo abituati a immaginare gli alieni come creature che attirerebbero se non la nostra benevolenza, quanto meno la nostra curiosità, così come un certo mito del progresso ci porta a vedere nella scienza l’ancora di salvezza dell’umanità. Il rovesciamento prospettico ci fa aprire gli occhi sulla nostra direzione di marcia, tutt’altro che accogliente, democratica ed egualitaria. Possiamo aspettare la venuta di un eroe cibernetico che salvi l’umanità o possiamo smettere di comportarci come se in gioco non ci fosse il nostro futuro. Oppure lasciamo stare, in fondo è solo fantascienza, no?

La fine del mondo in mondovisione: Pacific Rim VS World War Z

Pacific Rim VS World War Z

Pacific Rim VS World War Z

Il 21 dicembre 2012 dei Maya è ormai lontano, ma Hollywood continua a vagheggiare l’apocalisse: quale migliore occasione per sfoderare nuovissimi effetti speciali in CG? Con la scusa della fine del mondo si può permettere anche qualche scenetta splatter e una buona dose di adrenalinica violenza, pur preservando i buoni sentimenti verso il genere umano.

Se questa estate è catastrofica, non è solo per via dei week-end piovosi che impediscono la tintarella: tra non-morti e giganteschi mostri alieni, le sale cinematografiche estive non sono mai state così roboanti. Ma se su un ipotetico ring salissero Zombie contro Kaijū, chi vincerebbe la mortale competizione?

Locandina di World War Z

Locandina orizzontale di World War Z

PRIMO ROUND: L’EROE

Nella squadra di WWZ si presenta a salvare l’umanità il bello del cinema americano, Brad Pitt, contro di lui PR schiera il non troppo noto Charlie Hunnam, un eroe che guadagna profondità con lo scorrere del film, impresa non semplice per uno impegnato a combattere contro giganteschi lucertoloni. Entrambi si sono ritirati dalle scene, ma vengono ributtati nalla mischia da un mentore che crede fermamente nel loro valore. Entrambi hanno una ragione personale per salvare il mondo sull’orlo del baratro: per Brad sono tre donne, le sue due bambine e sua moglie, mentre Charlie inizia a combattere per riscatto e finisce col farlo per amore. Infallibile e praticamente invincibile, Brad è immune a qualsiasi attacco e nessuna ferita riesce ad ucciderlo, a costo di uccidere di tanto in tanto la credibilità del racconto. Al contrario Charlie è vulnerabile anche dentro un robottone d’acciaio a reazione nucleare, ha qualche nemico e ogni tanto si ribella agli ordini: forse è per questo che ci piace un po’ di più.

Pacific Rim 1, World War Z 0

SECONDO ROUND: REGIA E SCENEGGIATURA

Un solo nome: Guillermo del Toro. E non chiedetemi altro, dai.

Però, se proprio ci tenete, posso dirvi che Pacific Rim riesce a mantenere un ritmo adrenalinico nel tessuto di una storia che calibra testosterone ed approfondimento psicologico.

World War Z ci prova, ma qualche volta si perde in voli pindarici e passaggi più spettacolari che logici.

Pacific Rim 2, World War Z 0

TERZO ROUND: ZOMBIE CONTRO KAIJU

E qui…

Qui la battaglia in effetti si fa dura.

Entrambi giocano sulla paura dell’invasore, pronto a conquistare e a distruggere il pianeta.

Così come gli zombie sono un intramontabile classico del cinema horror americano, i Kaijū sono un luogo comune dei disaster movie giapponesi. World War Z, seguendo le orme di Io sono leggenda e di 28 giorni dopo giustifica gli zombie con una epidemia virale. Pacific Rim, arditamente, trova un originale file rouge che connette i dinosauri, gli alieni e i mostri marini.

Gli zombie agiscono in massa, presi singolarmente fanno quasi compassione, i kaijū sono dei bestioni per i quali non si può provare nessuna empatia.

In breve: gli zombie terrorizzano e fanno venire qualche infarto subitaneo, ma nulla può battere la soddisfazione quasi fisica di vedere un mostro gigantesco abbattuto da un robot.

Pacific Rim 3, World War Z 0

Locandina di Pacific Rim

Locandina orizzontale di Pacific Rim

Cloud Atlas

Cloud Atlas: poster orizzontale

Titolo originale: Cloud Atlas
Nazione:
USA, Germania, Singapore, Hong Kong
Anno: 2012
Genere: Sci-fi
Durata: 172 minuti
Regia: Lana e Andy Wachowski
Cast: Tom Hanks, Halle Berry, Doona Bae, Jim Broadbent, Hugo Weaving, Jim Sturgess, Ben Whishaw, Keith David, Susan Sarandon, Hugh Grant
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 10 gennaio 2013

Ambizioso, filosofico e complesso, l’ultimo film degli ideatori di Matrix è tratto dall’omonimo romanzo di David Mitchell – sul quale ho appena messo un segnalibro virtuale aggiungendolo alla non breve lista di libri da leggere.

Non preoccupatevi se per i primi cinque minuti vi sentirete smarriti, anche sforzandovi dovrete attendere un po’ per vedere i fili che legano una storia di fantascienza con un thriller, una drammatica storia d’amore con una d’avventura, un mondo postapocalittico ai limiti del fantasy con un presente farsesco. Lungo le (quasi) tre ore di durata di Cloud Atlas tutti i pezzi andranno a costruire un macroscopico puzzle di natura filosofica. Gli intrecci trascendono con leggerezza i limiti narrativi dello spazio e del tempo, unendosi in un’unica parabola sul supremo valore della libertà e sulla capacità di ciascuno di lasciare nel mondo un segno che possa moltiplicarsi nell’infinito tempo futuro.

Non si smentiscono, insomma, i due Wachowski che amano utilizzare l’ottava arte per esprimere un patchwork di concetti di provenienze varie e insinuare dubbi esistenziali senza tuttavia lesinare sull’uso degli effetti speciali. Giocano sui parallelismi narrativi e anche su quelli metanarrativi, mascherando i personaggi in un vortice di identità possibili (sin troppo facile dare il merito di questa scelta stilistica al non troppo recente cambiamento di sesso di Lana, ma… ops! L’ho appena fatto).

Formidabile il lavoro scenografico, come anche il trucco e gli effetti speciali che giustificano – insieme con il casting non esattamente votato al risparmio – il budget stellare del film (IMDB stima 100 milioni di dollari). Quando uscirete dalla sala avrete la curiosa impressione di aver visto sei film completamente diversi, che suonavano però lo stesso tema melodico. C’è da dire che la forza del film è anche la sua debolezza e in alcuni momenti il costante incrocio narrativo richiede uno piccolo sforzo per mantenere la nostra sospensione dell’incredulità. Sono tanti i momenti un po’ naif, inverosimili e addirittura grotteschi, ma si fanno perdonare grazie a una visione d’insieme potente e immaginifica.

A qualcuno piace classico… e a voi?

Comincia domani la seconda edizione della rassegna A qualcuno piace classico e accompagnerà il nostro inverno cinefilo fino alle porte della primavera. Un ciclo di capolavori del passato da riscoprire in tutto il fascino originario della pellicola 35mm.

Tutto comincerà martedì 16 ottobre, alle ore 21.00, con Effetto notte di François Truffaut, preceduto dalla proiezione in anteprima del frammento di 14 minuti di Marizza, il film perduto di F.W. Murnau, restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale.
16 ottobre 2012 – 28 maggio 2013
Palazzo delle Esposizioni – Sala Cinema
Scalinata di via Milano 9A, Roma
INGRESSO LIBERO FINO A ESAURIMENTO POSTI
L’evento è promosso dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dalla Cineteca Nazionale, dal Palazzo delle Esposizioni (che ospiterà tutte le proiezioni) e dall’Ass. Cult. La Farfalla sul Mirino.
A qualcuno piace classico
A qualcuno piace classico – Seconda edizione della rassegna romana
TUTTO IL PROGRAMMA
martedì 16 ottobre 2012, ore 21.00 
EFFETTO NOTTE
(La nuit américaine, Francia 1973)
di François Truffaut, con Jacqueline Bisset, François Truffaut, Jean-Pierre Léaud
colore, durata: 115′, 35mm versione italiana
prima del film sarà proiettato
MARIZZA
(Marizza, gennant die Schmuggler-Madonna, Germania 1921-22)
di F.W. Murnau, con Adele Sandrock, Harry Frank, H.H. von Twardowski
b/n, durata: 14′ (18fps), 35mm didascalie italiane
martedì 30 ottobre 2012, ore 21.00 
SHANGHAI EXPRESS
(Shanghai Express, Usa 1932)
di Joseph von Sternberg, con Marlene Dietrich, Clive Brook, Eugene Pallette
b/n, durata: 80′, 35mm versione italiana
martedì 13 novembre 2012, ore 21.00 
RAN
(Ran, Giappone 1985)
di Akira Kurosawa, con Tatsuya Nakadai, Akira Terao, Takeshi Kato
colore, durata: 163′, 35mm versione italiana
martedì 27 novembre 2012, ore 21.00 
IL BUCO
(Le trou, Francia 1959)
di Jacques Becker, con Michel Constantin, Philippe Leroy, Catherine Spaak
b/n, durata: 140′, 35mm versione italiana
lunedì 10 dicembre 2012, ore 21.00 
LA COSA
(The Thing, Usa 1982)
di John Carpenter, con Kurt Russell, Wilford Brimley, Keith David
colore, durata: 108′, 35mm versione italiana
martedì 8 gennaio 2013, ore 21.00 
IL TERZO UOMO
(The Third Man, GB 1949)
di Carol Reed, con Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli
b/n, durata: 104′, 35mm versione italiana
martedì 22 gennaio 2013, ore 21.00 
LA NOTTE DEL PIACERE
(Fröken Julie, Svezia 1951)
di Alf Sjöberg, con Anita Björk, Ulf Palme, Märta Dorff
b/n, durata: 91′, 35mm versione italiana
martedì 5 febbraio 2013, ore 21.00 
LA STRADA
(Italia 1954)
di Federico Fellini, con Anthony Quinn, Giulietta Masina, Richard Basehart
b/n, durata: 104′, 35mm
martedì 19 febbraio 2013, ore 21.00 
IL TAGLIAGOLE
(Le Boucher, Francia 1969)
di Claude Chabrol,con Stéphane Audran, Jean Yanne,  Antonio Passalia
colore, durata: 95′, 35mm versione italiana
martedì 5 marzo 2013, ore 21.00 
FITZCARRALDO
(Fitzcarraldo, RFT 1981)
di Werner Herzog, con Klaus Kinski, Claudia Cardinale, Peter Berling
colore, durata: 157′, 35mm versione italiana
martedì 19 marzo 2013 – ore 21.00 
BARRIERA INVISIBILE
(Gentleman’s Agreement, Usa 1947)
di Elia Kazan, con Gregory Peck, Dorothy McGuire, John Garfield
b/n, durata: 118′, 35mm versione italiana
martedì 2 aprile 2013, ore 21.00 
LO SPIONE
(Le doulos, Francia 1962)
di Jean-Pierre Melville, con Jean-Paul Belmondo, Serge Reggiani, Michel Piccoli
b/n, durata: 108′, 35mm versione italiana
martedì 16 aprile 2013, ore 21.00 
NON PER SOLDI… MA PER DENARO
(The Fortune Cookie, Usa 1966)
di Billy Wilder, con Jack Lemmon, Walter Matthau, Judi West
b/n, durata: 125′, 35mm versione originale con sottotitoli italiani
martedì 30 aprile 2013, ore 21.00 
IL FANTASMA DELLA LIBERTÀ
(Le fantôme de la liberté, Francia 1974)
di Luis Buñuel, con  Jean-Claude Brialy, Michel Piccoli, Adriana Asti, Adolfo Celi
colore, durata: 103′, 35mm versione italiana
martedì 14 maggio 2013, ore 21.00 
GRAND HOTEL
(Grand Hotel, Usa 1932)
di Edmund Goulding, con Greta Garbo, John Barrymore, Joan Crawford, Wallace Beery
b/n, durata: 113′, 35mm versione italiana
martedì 28 maggio 2013, ore 21.00 
CRONACA DI UN AMORE
(Italia 1950)
di Michelangelo Antonioni, con Lucia Bosè, Massimo Girotti
b/n, durata: 110′, 35mm versione restaurata

 

Iconografia // Catwoman al cinema

Quando Anne Hathaway è stata scelta da Christopher Nolan non avevo idea di come si sarebbe potuta trasformare per essere felina al punto giusto. La Hathaway pre-Batman era graziosa, attraente, femminile… ma se avessi dovuto paragonarla a un animale – con quegli occhi tondi e le labbra carnose – difficilmente mi sarebbe venuto in mente un gatto. Ha fatto rumore la sua rigida dieta per ottendere una forma fisica perfetta, ma io continuavo a nutrire una certa perplessità. Chiunque può dimagrire per un film, specialmente le ex modelle – e Christian Bale, se sei un maschio, il difficile è arrivare allo stesso livello di chi ha vestito gli stessi panni.

La prima Catwoman del grande schermo (che nel doppiaggio purista dell’epoca era stata facilmente trasformata in Donna Gatto) è stata Lee Meriwether, finemente maliziosa come potevano ancora esserlo le modelle degli anni Sessanta. Troppo lontana (a livello cronologico e stilistico) perché un qualche confronto possa pesare sulla Hathaway.

Anne Hathaway in Catwoman Anne Hathaway in Catwoman Anne Hathaway in Catwoman Michelle Pfeiffer in Catwoman Michelle Pfeiffer in Catwoman Halle Berry in Catwoman Lee Meriwether in Catwoman

Lee Meriwether, la Donna Gatto in Batman

Facile il paragone tra lei e Halle Berry, di certo felina e ammiccante, ma l’omonimo Catwoman del 2004 è così infedele al personaggio della DC Comics, che nessuno muore dalla voglia di ricordarlo.

Halle Berry in Catwoman

Halle Berry in Catwoman

Il confronto davvero difficile e inevitabile è stato sin dall’inizio quello con Michelle Pfeiffer (in Batman Returns di Tim Burton, 1992), che con quegli occhi e con quello sguardo Catwoman c’è praticamente nata.

Michelle Pfeiffer in CatwomanMichelle Pfeiffer in Catwoman

Michelle Pfeiffer nel costume in latex di Catwoman

E alla fine arriva lei, Anne Hathaway, capace di alternare un’innocenza fanciullesca ad una malizia un po’ folle ed elegantissima nelle sue mosse feline. A guardarla recitare, trasformata dalla mano severa ed esigente di Nolan, la perplessità scompare: non solo è all’altezza Pfeiffer, ma ha il magnetismo per diventare anche lei icona.

Anne Hathaway in CatwomanAnne Hathaway in CatwomanAnne Hathaway in Catwoman

Anne Hathaway in Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno

Sono andata a vedere Cosmopolis, ma ho preferito lo spot Ford prima dell’inizio

Il grande difetto dell’ultimo Cronemberg non è tanto la noia, quanto l’impossibilità di dormire a causa del continuo blablabla.

Cosmopolis

Non dura nemmeno due ore, Cosmopolis, ma sembra quasi che il protagonista e gli altri odiosi personaggi riescano a riempirne almeno 12 o 13 con le loro chiacchiere. Infrangendo una regola base del cinema, Cronemberg se ne infischia di raccontare i passaggi narrativi mostrandoli attraverso l’azione, ma decide di usare una continua didascalia chiacchierata su ogni fotogramma. Tutto viene spiegato, raccontato, detto – tutto men che fatto. Avvinghiato al libro di Don De Lillo, Cosmopolis porta lo spettatore allo sfinimento e da un certo punto in poi l’assenza di svolte significative grava sui presenti in sala come l’afa di un torrido caldo agostano.

Ed è tutto quello che ho da dire. Ah, certo! C’è tutta la storia del quadretto sci-fi che mostra un futuro molto prossimo o un presente (poco) alternativo, la fredda volgarità del sesso in un’epoca in cui i corpi sembrano mere incombenze, la critica alla società dell’informazione, il marxismo… certo. Il punto con certi film non è tanto capirli, quanto quale sia la ragione per cui ci si debba infliggere la pena di farlo.

Che poi mi sono innamorata dello spot Ford: non vi fa pensare ad Aronofsky? 😉 Vabbe’, la prossima volta il terzo MIB non me lo leva nessuno, ecco.