Un’altra direzione: ecco perché ho smesso di lavorare in proprio

Cambio direzione

Con l’ultima pagina del calendario del 2016 ho strappato via anche alcuni dei piani che avevo tre-quattro anni fa. Se siamo connessi su LinkedIn, probabilmente hai intuito di cosa sto parlando: a gennaio ho cambiato lavoro. Questo cambiamento è arrivato al termine di un lungo periodo di riflessione che mi ha portata a mettere in discussione la direzione che avevo preso all’inizio del 2014, quando insieme con il mio coinquilino, fidanzato e compagno di viaggio ho aperto un’agenzia.

Abbiamo lanciato la nostra piccola impresa con la testa piena di sogni, entusiasmo e una verace, commovente, incosciente ingenuità. Volevamo fare cose belle e utili per promuovere la qualità del cibo italiano e l’abbiamo fatto, senza mai venire meno ai nostri valori. Abbiamo imparato molte cose, preso alcune batoste e ripensato quello che credevamo di sapere vedendolo dalla prospettiva nuova dell’imprenditore.

Dai racconti eroici sul mitologico self-made-man, rivisto e aggiornato con la retorica modaiola su startup e startuppari, viene rimosso con molesta ostinazione un aspetto non secondario dell’esistenza umana: il bilancio tra lavoro e vita privata. Nessuno si chiede quante ore del giorno e della notte debba lavorare chi fa impresa, se abbia a casa una famiglia o se la voglia costruire, quanto tempo riesca a trascorrere con le persone che ama senza pensare al lavoro. Nessuno si preoccupa di sapere che fine facciano gli amici quando un imprenditore attraversa un periodo di crisi. Successo e insuccesso si misurano con i numeri del business e il privato conta quanto una nota di colore. È contorno.

Cosa significa essere una coppia che lancia un’attività in proprio? Sfumare i confini tra lavoro e vita privata, fino a quando le due cose diventano un unico groviglio indistinto. Tornare a casa alla stessa ora durante la settimana e lavorare insieme nel week-end. Confondere i propri obiettivi personali con gli obiettivi di business e trascurare di parlare dei propri desideri. Significa dover coltivare una certa bipolarità per giudicare il lavoro dell’altro senza tener conto dell’amore, litigare a casa e sorridere in ufficio, abbracciarsi a casa e discutere in ufficio.

Ovviamente, significa anche che tutte le risorse economiche derivano da un’unica attività, quindi nei periodi di magra pagare il mutuo richiede acrobazie circensi.

A metà del 2016 mi sentivo intrappolata in una gabbia che avevo costruito io. Quando tutto era iniziato avevo negli occhi l’euforia di un nuovo progetto, ma dopo due anni quell’ebrezza era soffocata e inaridita dalle preoccupazioni che mi accompagnavano dal lavoro fino a casa, che portavo con me in vacanza o a cena con gli amici. Il lavoro era il terzo incomodo della nostra vita di coppia, drenava la complicità fino a costruire due solitudini che abitavano spazi attigui.

Ne avevo parlato con alcuni amici, con mia madre. Solo dopo con il mio coinquilino, fidanzato e socio: la vita di coppia e il lavoro si erano talmente impastate che la sola idea di separare le nostre carriere mi sembrava un modo di tradire il nostro modo di stare insieme. In fondo, avevamo fondato una società quando altri pensano di mettere su famiglia: in un modo un po’ perverso, l’agenzia era la nostra bambina.

In autunno ho sistemato il mio curriculum: avevo pensato che non me ne sarebbe più servito uno.

Non avevo fretta. Volevo trovare un lavoro che non entrasse in conflitto con quello che avevo costruito negli ultimi tre anni e che mi permettesse di mettermi ancora alla prova, imparare, crescere. Poco prima di Natale ho trovato l’occasione che stavo cercando per smettere di lavorare in proprio. Ora mi occupo della comunicazione di WordLift, una startup romana che applica le tecnologie dell’intelligenza artificale al web semantico. È una sfida affascinante, per la quale mi sono dovuta mettere di nuovo – e volentieri – a studiare.

E B-eat? È sempre la mia bambina. Capricciosa, ma la mia. Resto ancora socia e amministratrice e non riesco a togliere gli occhi dagli aspetti più strategici. Il mio compagno e alcuni collaboratori portano avanti l’operatività. Stando ai risultati di questo primo mese, è stata una buona scelta.

Frozen: sorelle a distanza

Anna ed Elsa in Frozen

Era solo una manciata di mesi fa. Accoccolata sul divano guardavo Frozen, credendo di trovarci solo una buffa storia di principesse, pupazzi di neve e incantesimi. Invece, l’incantesimo era che in quella storia c’ero io, venti anni fa. L’incantesimo era che in quella storia c’era mia sorella, venti anni fa. Io col mio stupido modo di tenere le distanze, tu con la tua gioia infinita di vivere, giocare e sognare. Avremmo dovuto dividere l’infanzia, ma io mi sentivo già adulta e così ti sono sempre mancata.

Chilometri di mondo, in mezzo a noi, mi hanno restituito una sorella più grande, ma sempre carica di sogni. Sei scesa dal tuo volo intercontinentale con un cartello che citava: “Do you want to build a snowman?”. E io quella scritta l’ho vista a malapena, mentre i miei occhi cercavano di comunicare al mio cuore che tu eri lì, davanti a me, dopo diciotto mesi in Australia. Non si torna dall’altro capo del mondo a sorpresa con un cartello in mano; ma questo è il tuo stile: fare cose estremamente belle con una sorridente leggerezza.

Sono passati pochi mesi da allora. E adesso sei nella mia stanza che impacchetti uno a uno i tuoi desideri, arrotolati in mezzo alle maglie e ai pantaloni di cotone. Questo pomeriggio partirai, per portarli in un altro lontano.

Voglio che tu sappia, sorella di sangue e di terra, che il tuo coraggio basterà per fare tutte le cose che vuoi e altre, che non osi nemmeno immaginare. Voglio che tu sappia, sorella di cuore, che attraverserei i sette regni per costruire quel pupazzo di neve ed essere finalmente bambina.

[Incontri mattutini]

Sull'autobus un signore si rivolge a una ragazza che legge una rivista patinatissima. Non si conoscono.

Lui ha una voce simpatica e rassicurante e le dice che le donne dovrebbero avere un po' di ciccetta, che quelle modelle lì sono come manichini col compito di far risaltare gli abiti, non il proprio corpo. Le dice che sono vittime, sfruttate letteralmente fino all'osso dal sistema della moda. Le dice che per tenersi in piedi si riempiono di anfetamine e cocaina. Le dice che le donne così estremamente magre non piacciono agli uomini e nemmeno alle altre donne.

Io vorrei ringraziarlo, ma non lo faccio. Non gli dico nulla e me ne sto lì a sorridere come un salame mentre lui scende dall'autobus con la sua andatura un po' sgangherata e il suo viso buono.

Grazie uomo perbene!

Le strade della memoria, le storie, la storia

Il protagonista del libro che sto leggendo, che si chiama T. D. Lemon Novecento ed è uscito dalla penna di Baricco, era uno che credeva nella potenza dei racconti: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva. Io credo che sui racconti si basi la nostra identità. Non sulla storia, ma sulle storie: sull’intreccio di punti di vista piuttosto che sullo sguardo obiettivo, sul senso che abbiamo saputo dare alle cose che sono successe, piuttosto che sui crudi avvenimenti.

Vale per gli individui e vale per i gruppi sociali: una famiglia è tutta riassunta nella scena del rito matrimoniale ripetuta davanti a un voluminoso album fotografico, un paese è nei racconti di guerra di un ottantenne, una chiesa è nella storia di un santo e dei suoi miracoli. Qual è la prima storia che vi viene in mente se vi chiedono di raccontare la città in cui siete nati? La prima storia che raccontereste sull’Italia e sugli italiani a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare (e che, con un po’ di fortuna, non abbia sentito nemmeno parlare del bunga bunga di Berlusconi)?

Cacheu in Guinea Bissau

Cacheu, in Guinea Bissau

La memoria ci tiene uniti e ci indica la strada: il collante tra passato e presente è la materia prima dei musei comunitari, nati per raccontare le vicende storiche di una comunità da un punto di vista interno ad essa. Sono musei vivi, che nel mantenere il ricordo di una storia, comunicano al resto del mondo l’essenza della comunità di persone che li hanno voluti.

Due esempi di questo modo di valorizzare i territori e la cultura indigena sono il museo comunitario di Cupilco, in Messico, e quello di Cacheu, in Guinea Bissau. Il primo è nato per raccontare l’esperienza di una comunità indigena locale (azteca in territorio maya), che intorno alla religiosità popolare ha mantenuto una forte coesione sociale, sviluppando addirittura un proprio sistema di welfare. Il secondo museo, invece, riutilizza le strutture architettoniche che venivano usate nella tratta degli schiavi africani, trasformandole in luoghi della memoria.

Questi due musei comunitari saranno al centro del seminario che si svolgerà mercoledì 18 settembre allo IULM di Milano presso l’aula seminari del VI piano. Religiosità popolare, resistenza culturale alla modernizzazione e legame tra cultura e territorio saranno alcuni dei temi affrontati dai relatori del seminario – antropologi, storici e altri studiosi chiamati a intervenire dalle più importanti università italiane.

Se vuoi dare un’occhiata all’evento, puoi trovare tutte le informazioni e scaricare la locandina, dalla sezione news sito dello IULM.

Cupilco in Messico

Cupilco, nel Messico sud-orientale

Cose belle che nessuno vi ha detto in #60mqx2

Convivenza di coppia

Un anno fa giocavo a raccontare la mia vita da single a puntate. Ero orgogliosa dell’etichetta e me ne andavo trotterellando, quando ho praticamente inciampato nella persona che me l’ha tolta. Cuoricini e cuoricini – so che li desiderate morbosamente, ma vi risparmio i dettagli – e a maggio ci siamo trovati a dividere i sessanta-metri-quadri di cui sotto.

Se fossimo preparati o meno non lo sapevamo nemmeno noi, ma avevamo voglia di scoprirlo. Ovviamente ne abbiamo parlato, dall’alto della nostra timorosa inesperienza. Abbiamo messo le cose in chiaro: guarda che io sbavo il cuscino, io ho la mania di parlare mentre dormo, guarda che io occupo il bagno mentre gioco a Ruzzle, io mi scordo di comprare la carta igienica, io a volte mi trattengo in ufficio e arrivo tardi, io non sento la sveglia che suona la mattina… roba del genere, che naturalmente non ci spaventava nemmeno un po’.

Mi ricordo quando ho chiamato mio padre e lui mi ha detto:

“Vi conoscerete meglio e scoprirete molte cose che adesso non sapete: potrebbero essere sia belle che brutte.” Chiaro come un oroscopo.

“Papà, comunque me l’ha già detto che mette i coltelli ad asciugare dalla parte del manico.”

“Ah be’, e allora!”

I romantici sembrano tutti estinti quando parli di voler convivere. Con questo post, voglio ripristinare il romanticismo dei proverbiali due-cuori-e-una-capanna o anche, in versione twittera, #60mqx2.

Love is a risk

 

DIECI COSE BELLE CHE NESSUNO VI DICE SULLA CONVIVENZA

  1. Quel momento in cui giro la chiave nella toppa, faccio un solo giro e so di non essere sola. Non importa come sia andata la giornata, perchè la parte più bella sta per cominciare.
  2. Quando ho la febbre radioattiva e sono ridotta a uno zombie che vaga per casa in cerca di rimedi chimici di breve durata in bustine effervescenti e c’è qualcuno che dice: “Come sei carina!”
  3. Quando sollevo la testa dal laptop e vedo un marcantonio alto uno-e-novanta, che gira per casa con disinvolta nudità alla ricerca dei vestiti.
  4. Quando sto per avere una crisi di nervi, vorrei fare il mondo a pezzettini e rompere tutto con un carro armato, ma lo sguardo della persona che amo mi porta a misurare tutto con le dovute proporzioni.
  5. Quando ho un problema con la compagnia telefonica e non sono io a dover essere aggressiva.
  6. Quando mi addormento, tutte le notti.
  7. Quando mi sveglio, tutte le mattine.
  8. Quando rientro a casa stanca, affamata come un lupo, con i supermercati chiusi da un pezzo e i bangladeshani che stanno abbassando le serrande. E la cena è già pronta. Oppure la cena non è pronta, ma lui si offre di scendere a prendere due pizze, due supplì e una birrozza artigianale a cinque euro.
  9. Quando tuona e io posso fare la ragazza terrorizzata e strappare un bacio di consolazione.
  10. [Ma soprattutto] quando decliniamo la nostra vita al futuro e in due i piani non hanno ostacoli.

LOVEThESIGN, il mio nuovo coinquilino e una casa piena di cose

Black Notes by Vinyluse

Black Notes by Vinyluse

Un anno fa avevo il perfetto appartamento della ragazza single. A prova di festa con gli amici, a prova di tête-à-tête con l’amica del cuore, a prova di pizza solitaria mangiata sul tappeto davanti alla tv e, sì, anche a prova di rimorchio estemporaneo. Era il mio spazio ed era esattamente uguale a me

E adesso ho un nuovo coinquilino. Quando l’ultimo scatolone ha fatto il suo ingresso dalla porta ho capito che la mia felicità sarebbe potuta diventare la rovina del mio appartamento. Troppe cose nuove e poco tempo per metterle a posto.

Il tentativo di buttare ogni cosa dentro gli armadi a muro è risultato in un indistricabile delirio piramidale, dal quale io e Davide abbiamo facilmente dedotto che è il momento di comprare qualche nuovo mobile e complementi d’arredo vari. Giusto per non litigare su dove mettere le scarpe. E i libri. E i vestiti. E i giochi da tavolo. E le bambole. E, insomma, tutta quella roba che abbiamo accumulato negli anni come fanno le chiocciole con la propria casetta ambulante fatta di bava.

Cucchiaini Help! by Propaganda

Cucchiaini Help! by Propaganda

Servono librerie, lampade, mobili e cassettiere, più qualche oggetto di design che faccia assomigliare la nostra casa a Silvia e Davide insieme. Aggiungiamo che ci piace giocare a fare i cuochi provetti (quel cuscinetto in più sulle cosce accumulato dall’inverno ne è testimone) quindi abbiamo bisogno di strumenti per esprimere la nostra fantasia gastronomica. Facile passare da un appartamento completamente arredato a qualche stipendio da spendere per ripensare la casa.

Appendiabiti Pince Alors! by Swabdesign

Appendiabiti Pince Alors! by Swabdesign

Se avessi un coinquilino normale sarei andata all’IKEA, come fanno tutti i fidanzatini e come ho fatto anche io quando ero single – attraversando peraltro con profonda tristezza uno stuolo di coppiette pre-matrimoniali. Invece no, il mio coinquilino è un web-designer e ha più gusto estetico di una fashion blogger. Così siamo finiti su LOVEthESIGN, un e-commerce tutto italiano specializzato in oggetti di design, che vanno dall’artigianato fino ai più noti brand italiani e internazionali: dalle posate Bugatti ai favolosi camini Acquaefuoco, dalle poltrone da sogno (anche nel prezzo) di D3CO alle lampade Foscarini e FrauMaier. Sono più di cento i brand presenti, con prodotti di arredamento, complementi d’arredo, illuminazione, oggetti per la cucina e per l’arredo outdoor.

Ma, tornando alla nostra casetta, e partendo dal balcone, mi sono innamorata del Tavolino Fioriera Martialis, ovviamente nero: incastonati nel piano d’appoggio geometrico ci sono una serie di vasi rossi. Se io o il mio coinquilino fossimo dotati di pollice verde dovremmo assolutamente possederlo! Il problema è che dentro a quei vasi non vedo speranza di vita avendo già ucciso, nell’ordine: basilico, rosmarino, fiori e piante da esterno, cactus e un bonsai di ginseng. In assenza di piante potremmo scegliere altri oggetti per dare vivacità al balcone: direi che due belle poltroncine Jolly Roger di Gufram potrebbero fare al caso nostro.

In sala, aggiungerei la lampada da terra Uto by Foscarini, che vedete in foto, disponibile in tanti colori diversi: mi sembra davvero la soluzione ideale per aggiungere luminosità e calore alla sala da pranzo, mantenendone l’aspetto brioso che caratterizza il resto dell’arredamento della stanza. Che ve ne pare?

Lovethesign lampade

Lampada da terra Uto by Foscarini

Credevamo che design facesse rima con “due conti correnti in rosso”, ma abbiamo scoperto che può anche non essere così. Sulla home-page di LOVEthESIGN, infatti si possono trovare molte offerte: ad esempio dal 15 luglio al 31 agosto si può approfittare del Summer Home Party con un interessante sconto del 20% per chi realizza almeno tre acquisti. Nella sezione LOVEPROMO, poi ci sono offerte scontate straordinarie, con brand che si possono pagare fino al 55% in meno.

Un’altra possibilità interessante per chi deve acquistare casa è il pagamento a rate, che si può chiedere anche per cifre moderate e per l’acquisto di singoli articoli.

In tutto questo, mi è rimasto un piccolo oggetto dei desideri, che però nei nostri sessanta-metri-quadri-più-balconi non saprei dove mettere: l’affascinante Biocamino Nest bianco. Chissà, magari un giorno cambieremo casa, che ne dici coinquilino?

29 cose (ancora) da fare prima dei 30

Cose da fare prima dei 30

Avrei dovuto pubblicare questo post una settimana fa esatta, cioè il giorno in cui il mio piedino da Cenerentola calzante 36 ha mosso il primo passo fuori dal ventinovesimo anno d’età entrando nel trentesimo. Ci sono molte cose che cambiano tra i 20 e i 30 anni, ma i primi passi davvero importanti, ormai, sono tutti slittati nel decennio 30-40. Parlo di tutte le cose che fanno di una ragazza una donna inequivocabilmente adulta, allontanandola dalla categoria dei ggiovani con la doppia G. Su questo decennio ricco di traguardi e scelte importanti, mi ha fatto riflettere un’amica neotrentenne nel giorno del suo compleanno.

Mi piace l’idea di punteggiare questo passaggio con piccoli obiettivi, una sorta di to-do-list lunga un anno intero, come dice il titolo. Il macro-obiettivo sottinteso a tutta questa pappardella è questo:

Levare le ancore, tutti i giorni
L’ancora è un oggetto bellissimo, perché ti permette di stare fermo e sentirti sicuro, anche quando tutto intorno a te sembra instabile. L’unico problema è che l’ancora diventa zavorra quando si smette di immaginare l’orizzonte successivo. Levare le ancore tutti i giorni è un modo per spostare tutti i giorni la linea di confine della propria comfort zone, come direbbero gli americani.

Sunset sailing

1) Fare una passeggiata senza meta in un giorno in cui credo di avere troppe cose da fare. Questo sembra un controsenso, ma mi vengono in mente tutte le cose che faccio male per la fretta, tutte le calorie che brucio per lo stress (questo non è male) e tutto il tempo che perdo involontariamente (anche solo a lamentarmi). Voglio provare a scombinare tutto: accorciare il tempo mettere in ordine le idee e notare che alla fine tutto trova una soluzione nella calma. [Ok, considerando il mio pragmatismo e la tendenza a correre da una parte all’altra come il Bianconiglio, questa forse non è la più semplice delle 29 cose da fare prima dei 30.]

2) Andare in palestra tutti i giorni, per una settimana intera. Non dico tutti i giorni tutto l’anno, perché sarebbe una sfida persa in partenza, ma almeno per una settimana, devo dimostrare a me stessa che posso fare almeno una cacosissima mezz’ora di cardio per sette giorni di seguito.

3) Fare un viaggio in almeno un Paese extraeuropeo. (Forza, indovinate quale!)

4) Studiare qualcosa che ho dimenticato. Vorrei passare una settimana ad approfondire qualcosa di utile che si è vaporizzato tra le nebbie della mia attempata memoria.

5) Fare un disegno. Solo per vedere se so ancora mantenere in mano una matita.

6) Aiutare qualcuno a trovare un talento sprecato. Non so bene chi o cosa, ma voglio incontrare qualcuno e dirgli/dirle: questo lo puoi fare.

7) Scrivere una lettera alle dieci persone che sento più vicine. Questa non è facile, perché visto che l’ho scritto qualcuno potrebbe aspettarsi una lettera che non arriverà, ma, insomma, l’idea non è quella di fare una di classifica dei sentimenti che mi legano alle persone, ma quella di prendermi cura delle relazioni in un modo speciale, anche se queste persone sono presenti nella quotidianità.

8) Dire più no. Vi dico un segreto: io ero quella che al liceo faceva i compiti e li faceva copiare a qualcun altro, non per generosità, ma per l’ansia di essere accettata. Io sono ancora quella che dice troppi sì, per l’ansia di piacere alla gente. Il problema è che io voglio essere quella che dice i sì per scelta e con convinzione. Il che implica qualche no.

9) Prendere la patente. Se sei tra i pochi che non sanno che non ho la patente, puoi già smettere di sgranare gli occhi: sì, ho 29 anni, una laurea, un lavoro, un fidanzato e una casa e non ho mai preso la patente. Non ci ho mai nemmeno provato. Questo è il vero motivo per cui giro sempre con i mezzi pubblici, non è che sia tanto virtuosa. Mi sembra sia arrivato il momento di cambiare.

10) Comprare una bicicletta. Anche una bici scrausa (che tanto con la fine che fanno le bici qui a Roma!) per fare due pedalate nel quartiere nelle giornate di primavera. (Gli ultimi due punti non sono una rivolta contro l’ATAC.)

11) Scrivere un capitolo 2. C’era una volta, tanto tempo fa, una ragazzina che desiderava diventare una scrittrice. Tra i tanti doni di questa ragazzina non c’era, evidentemente, quel tanto di costanza e determinazione che porta dal capitolo uno al capitolo due. La ragazzina fece, negli anni, diversi tentativi, accumulando abbastanza incipit da scrivere Il castello dei destini incrociati 2 (col permesso di Calvino e dei suoi eredi). Ora, sulla soglia dei trenta, è arrivato il momento di scrivere un capitolo due, che dite? Altrimenti giuro, a trent’anni vado a smacchiare leopardi.

12) Mangiare un cibo esotico impensabile. Tipo formiche, cavallette, muffe dai colori inquietanti. Il compito è reso più difficile dall’avere già mangiato le rane.

13) Fare un regalo di non-compleanno a qualcuno che non se lo aspetta. Questa è una cosa che ho già fatto altre volte, ma fa sempre piacere e poi -ehi!- dovrò pure arrivare alla fine della lista.

14) Scrivere una cosa bella senza pubblicarla, twittarla, condividerla in alcun modo. Così se per caso muoio famosa, ci sarà nel cassetto un inedito: una cosa che ormai è estremamente retrò. Tanto non morirò famosa, ma in ogni caso saranno parole solo mie.

15) Leggere di più, giocare meno a Ruzzle. Perché le parole sono migliori se hanno anche un senso. E non ti fanno litigare col tuo fidanzato.

16) Passare una giornata a letto senza essere malata. Per questa mi serve un aiutino. 🙂

17) Dormire in spiaggia. Alla faccia dell’umidità e visto che non l’ho mai fatto… now or never!

18) Andare in un posto in cui non vado da anni. Non so, tipo alla scuola elementare, in qualche posto dove giocavo con i miei cugini quando avevo l’età per indossare tute da ginnastica chiamandole canadesi (gli amici sardi capiranno) o dietro la palestra delle scuole medie.

19) Costringere il mio ragazzo a vedersi un film romantico con happy-ending. Non per altro, perché così ho qualcosa da fare stasera.

20) Realizzare una fantasia infantile. Di quelle fantasie strampalate che per decenza anneghi nella normalità superati i dodici tredici anni: la prendo e vedo come esce adesso che sono abbastanza grande per essere matta con buongusto.

21) Trovare una frase che per me conta qualcosa e scriverla sul muro. Ok, potrei fare un tatuaggio, ma non ne ho il coraggio e nemmeno il desiderio, tanto da casa mia ci passo quasi tutti i giorni.

22) Comprare i biglietti e partire a sorpresa nel giro di 24 ore. Tutta la vita che sogno di farlo, tutta la vita che mi sembra di non averne il tempo o di non avere i soldi o che non sia il momento. Voglio una scena alla Mago Merlino, del tipo: “Honolulu, arrivoooo!”

23) Comprare una luce in più per la sala da pranzo. Non è nulla di trascendentale, ma l’idea di andare di nuovo all’IKEA mi spaventa, solo che qui a scrivere in penombra me sto a ciecà.

24) Dare a una persona che non vedo da tanto tempo, la possibilità di stupirmi. A volte trovo agghiacciante la consapevolezza che per certe persone io sarò sempre la stessa di due, quattro, cinque, dieci anni fa. Credo sia lo stesso per gli altri: tutti cambiamo, ma non tutti sono aperti a vedere il nostro percorso. Voglio provare a riconoscere il cambiamento in qualcuno che per me è ibernato nel passato.

25) Avere il coraggio e la fiducia di mostrare la mia felicità tutti i giorni. Questo, più che una cosa da fare, è un impegno bello tosto.

26) Cucire un bottone. Anche se poi la cucitura dovesse ricordare i vestiti della famiglia Flinstone (o le cicatrici di Frankenstein).

27) Fare un pacchetto regalo e lasciarlo su una panchina. Un pacchetto pieno, mica vuoto, e trovare una posizione per vedere che succede. Vi ricordate quella storia dei piccoli gesti a catena che migliorano la giornata di tante persone? Facciamo un po’ di sperimentazione sociologica.

28) Leggere un libro in spagnolo. Proverò a capire almeno l’80% di quello che c’è scritto e a immaginare il resto.

29) Costruire le basi per un cambiamento importante. (Work in progress) 😉

Stampo questa lista e la metto dentro un barattolo: 18 marzo 2014, io nun te temo!

Tre luoghi comuni romantici da abbattere per vivere felici

Alanis Morissette

Alanis Morissette

La sindrome di Alanis Morissette, ovvero la banalità delle persone felici

Se siete stati innamorati qualche volta, è naturale che vi siete sentiti anche un attimino stupidi, come in questa famosa scena di Bambi che ritorna dall’infanzia. Forse perché confondiamo il cinismo con l’arguzia e la rabbia con l’energia. Mentre la serenità, si sa, quella è per gli sciocchi e per i vecchi, per non parlare della felicità che capita solo a chi ha la pancia piena e non è più in grado di cercare nulla.

Prendiamo Alanis Morissette, per esempio: per anni è stata il simbolo di una femmilità ribelle e allegramente distruttiva, spesso arrabbiatissima con l’ultimo amor perduto. Ed era grandiosa, ti dava una carica da poterci correre sotto il sole di mezzogiorno. Poi Alanis ha messo la testa a posto: si è sistemata, ha avuto un bambino. E l’album successivo? Niente di che.

Allora il punto è: bisogna avercela con qualcuno per essere creativi o anche, soltanto, bisogna essere un po’ cattivi per essere interessanti? Forse abbiamo sopravvalutato la forza generativa del conflitto e ci fidiamo così poco dei sorrisi da preferire i musi lunghi e gli sguardi torvi.

Voi fate come volete, ma io mi sento felice adesso – e non lo trovo per nulla banale.

Romeo+juliet

Romeo + Juliet

La sindrome di Romeo e Giulietta, ovvero l’intrinseca tragedia dell’amore vero

Da tempo immemore la cultura occidentale (restringo il campo perché non ho dati sufficienti sulle altre) ha alimentato con il ricatto amori assimetrici e relazioni disastrose – per non parlare dei soldi entrati nelle casse degli psicoterapeuti di tutto il mondo. Perché l’amore, per essere vero, deve essere tragedia, sofferenza e disperazione, nell’ossessiva e cocciuta certezza che prima o poi dal letame nascerà un fiore.

Ah lo struggimento di Romeo e Giulietta! Sarebbero diventati gli innamorati per antonomasia se non avessero versato tante lacrime e un po’ di sangue? Una concezione dell’amore votata al sado-masochismo emotivo, che può farti completamente dimenticare che si può amare anche senza lacrime e pianti.

Disintossicarsi da questo preconcetto non è affatto facile: magari un giorno incontri qualcuno con cui l’amore è una commedia, una cosa semplice – come dice quel cantante che non mi piace ma ha ragione. E l’unico ostacolo vero sapete qual è? La purezza è così luminosa, che quasi non lo riconosci, l’amore.

Ulisse e Penelope

Ulisse e Penelope

La sindrome di Penelope e Ulisse, ovvero la quotidianità è la rovina dell’amore

Se il matrimonio è la tomba dell’amore e la convivenza – non ne parliamo! – ne è come minimo la camera iperbarica, di contro la lontananza è la più grande ispirazione dell’innamorato. L’amore diventa più forte nella privazione – e lo sapeva bene Ulisse che lasciava che Penelope aspettasse, mentre dava un paio di bottarelle alla maga Circe, alle sirene e a qualche troiana di passaggio.

La lontananza non crea davvero un legame più intenso tra due persone, no, è solo che l’amore per la persona diventa amore per l’idea di quella persona. E l’amore per un’idea è mille volte più resistente, ma non ha niente a che fare con la persona che russa accanto a voi ogni notte.

Propongo una ricetta nuova: torniamo da quella persona, guardiamola mentre si fa la barba, mentre si annusa le ascelle, mentre facendo colazione sporca la tovaglietta. Fatto? Avete sorriso? Bene!

Non è che sia poi difficile essere innamorati, non è che serva il pegno di un cuore insanguinato. Serve guardarsi dentro e scoprire di essere felici, tutti i giorni. Magari non tutti i giorni tutto il giorno, ma sì tutti i giorni – per parafrasare Charlotte in Sex and the City.

Io come tu: i diritti dell’infanzia cominciano qui

Sono cresciuta in un Paese di 8.000 anime, dove i bambini stranieri si contavano sulla punta delle dita. C’erano Igor e Zlatko fuggiti con la loro famiglia da Sarajevo e dalla guerra, una piccola comunità marocchina e basta così. Trattati con curiosità per uno o due mesi, questi bambini (oggi adulti) si integravano in fretta e in breve tempo nessuno faceva più caso alle differenze religiose o etniche. Oggi abito nella capitale, dove per forza di cose le comunità straniere sono più numerose e diversificate, ma non per questo il tessuto sociale sembra più aperto e accogliente di quello di Uta venti anni fa.

Uguali a parole, gli stranieri che vivono a Roma sono diversi di fatto: ghettizzati in strati sociali multietnici e separati per quartieri. Io vivo a Centocelle dove il melting pot è più evidente e anche un po’ più riuscito, ma restano di fatto forti differenze economiche a separe le persone. A soffrirne sono soprattutto i bambini, sotto l’ombra del pregiudizio sociale.

A volte mi trovo a pensarci e sono felice di immaginare che se avrò un bimbo o una bimba, crescerà in una società multirazziale, in cui il catechismo non è l’unica forma di verità religiosa e il cous cous non è più un piatto esotico. Proprio per questo vorrei vivere in un Paese capace di far rispettare i diritti dell’infanzia de facto e non solo a livello formale. Per questo ho deciso di sostenere la nuova campagna Unicef che promuove l’uguaglianza e la rimozione delle norme sociali discriminatorie.

Non è possibile accettare deroghe sui diritti dell’infanzia solo perché un bambino non è italiano fino alla terza generazione: ogni giorno arrivano in Italia 446 nuovi immigrati e considerando che la popolazione cresce solo grazie al loro arrivo, è facile capire che il futuro che ci aspetta non può che essere culturalmente aperto e socialmente responsabile. Guardate il video della campagna io come tu promossa da Unicef e se volete dire la vostra lasciate un commento al post.

Rigurgiti d’amore – Leggere attentamente il foglietto illustrativo

Se l’amore fosse una pietanza sarebbe una peperonata. La metafora può sembrare ardita e di certo la maggior parte di voi avrebbe pensato a un piatto con un indice glicemico più alto: una torta, un cioccolatino, un frollino del mulino bianco. Tuttalpiù una pizza, per gli innamorati di origine meridionale, ma la peperonata proprio non sembra avere nulla di romantico: appesantisce l’alito e non si digerisce nemmeno.

Appunto: non si digerisce. A dispetto della cinica vignetta che suggerisce che farfalle nello stomaco siano presto disintegrate dall’acidità dei succhi gastrici, l’amore è una pietanza che mette a dura prova l’apparato digerente e che a volte – a dispetto del suo potenziale corrosivo – si inerpica per l’esofago e torna a farsi ricordare. Più la peperonata è pesante, più tende a ribellarsi al normale processo fisiologico e alla comune legge della gravità. Viene un momento in cui il sapore di ritorno smette di sembrare peperonata e resta solo l’acida rabbia a raschiare la gola.

Lo so, adesso siete disgustati. E se per caso state vivendo un revival amoroso o pensate con nostalgia a quel ragazzo che o a una certa ragazza (cit.), probabilmente vorreste ingannarvi sul sudetto reflusso e pensare che abbia un gusto molto più dolce. Vi invito a ricredervi, è solo un rigurgito. Ha il pallido sapore del piacere che avete provato una volta, ma per forza di cose è arrivato troppo vicino alla via d’uscita per essere ancora buono.

“Sto ancora rimettendo la nostra ultima cena, romantica.”

Ragazza che vomita cuori