Equilibrismi postmoderni: acrobati tra lavoro e vita privata

Lavoro VS vita privataAvete presente il brodo primordiale? Forse no, non c’eravate. O forse c’eravate, ma questa è una questione filosoficamente oziosa sulla quale preferirei non dilungarmi. Che ci foste o meno, cercate di immaginarlo: una roba color marrone nella quale tutto ciò che deve essere galleggia e guazza, in attesa di divenire. Più o meno è così che mi sento adesso. Una merda? No, non proprio, piuttosto un condensato di caotica anarchia di ispirazioni, bisogni, riflessioni, spunti: innumerevoli desideri ancora in nuce che spingono sulla realtà per trasformarsi in qualcosa di concreto. In altre parole, mi sento un (informe) grumo transitorio.
C’è un argomento in particolare attorno al quale gravitano molti miei pensieri ed è la gestione equilibrata del tempo. Non è una cosa da poco, lo so: il tempo è la nostra vita e la nostra vita è (nella limitata immanenza di una visione agnostica) tutto quello che possiamo essere. Lavoro, amore, famiglia, amici, hobby e passioni (senza contare le consuete due ore quotidiane perse a smadonnare nel traffico, possibilmente in ritardo e di corsa): qual è l’ordine che avete deciso di dare a queste cose (nell’ottimistico caso in cui abbiate scelto un ordine di priorità)? Qual è il giusto mix? Come fare a realizzare le proprie potenzialità (e possibilmente a guadagnare al contempo il pane quotidiano) senza farsi interamente risucchiare da uno solo di questi ambiti? Guardate questo video, riflettete, lasciatevi ispirare.
E poi, se volete rispondete alla mia domanda da cento milioni di dollari che è questa: qual è la vostra ricetta per far funzionare l’equilibrio tra lavoro e vita privata?

Una giornata particolare: non tutti fanno un pupazzo di neve davanti al Colosseo

Oggi ho fatto un pupazzo di neve davanti al Colosseo. Oggi mi sono sentita felice come non succedeva da tempo e il motivo è semplice…

Mentre Alemanno si incazza con quelli delle previsioni metereologiche e consiglia ai tre milioni di abitanti della sua città di restare chiusi in casa, buona parte dei suddetti abitanti, con buon pace del suddetto sindaco, si sono riversati per le strade armati: macchina fotografica in mano, decine di migliaia di cittadini e non hanno attraversato a piedi la città per godere del raro spettacolo di una capitale imbiancata dalla neve. Chiunque abiti qui è consapevole della bellezza maestosa di strade e monumenti, ma chissà quante volte passiamo davanti al Colosseo immersi nei fatti nostri senza più vederne la meraviglia. Poi cadono alcuni centimetri di neve e tutti spalancano gli occhi, aprendoli di nuovo allo stupore.

Neve al Colosseo | Roma 2012

 

Qui al Sud (perché Roma è orgogliosamente terrona) una nevicata riporta tutti in una dimensione ludica e infantile: il mondo è di nuovo uno spettacolo e una festa.  C’è chi prende la tavola da mare e la trasforma in un improvvisato slittino e chi tira fuori dall’armadio tutto l’armamentario da settimana bianca, sci compresi, c’è chi tira palle di neve e chi disegna angeli per terra, chi scende per strada in piena notte e c’è chi come me si improvvisa scultore. Nell’entusiasmo collettivo mi sembrava di essere stata catapultata magicamente in un mondo che assomiglia a un social network: tutti sorridono e sono bellissimi come nei ritratti photoshoppati che usano come avatar, persone che non si sono mai incontrate prima si fotografano a vicenda e commentano pure, qualcuno clicca like sotto il mio pupazzo di neve e lo condivide con gli amici scattandogli una foto con la reflex.

 

Neve al Colosseo | Roma 2012

La condivisione è la chiave: sotto le nuvole bianche che hanno coperto Roma, tutti avevamo in comune la gioia e l’entusiasmo per un evento tanto naturale quanto fuori dall’ordinario (pare che una nevicata così non si vedesse dall’85, io non avevo neppure un anno e in ogni caso non abitavo qui). Condividere un’emozione e farlo guardandosi negli occhi è ancora, al di là delle innovazioni tecnologiche, il più grande motore della felicità. E allora mi è venuto in mente quanto sia vitale ed essenziale, compiere l’operazione inversa a quella che si fa tutti giorni nella vita metropolitana: superare il distacco che poniamo in modo più o meno consapevole e trovare un legame, un’empatia, una forma di primordiale solidarietà con l’uomo qualunque che incontriamo per la strada. Insomma, sarebbe bello se iniziassimo a diventare un po’ più social anche fuori dal web. La lunga passeggiata lungo le strade innevate mi ha suggerito un modo per portare un po’ di tepore nel focolare domestico: mi sono trasformata nella fantastica donna di casa che posso essere quando voglio e ho cucinato delle robette leggerissime… 😉

Spuntature e polenta

Mini muffin al cioccolato

 

Alla fine, anche un piatto di polenta e un dolce al cioccolato possono servire a dimostrare che… Happiness in real only when shared.

La top five dei motivi per cui non vedo l’ora di andare a vivere da sola

Casa di pan di zenzero

L’adozione felina l’ho già annunciata, quindi possiamo tranquillamente partire dal motivo numero due.

#2 Smettere di passare buona parte del week-end tra Ikea e Mondo Convenienza

E, come corollario: smettere di leggere cataloghi e di spulciare siti di arredamento low budget. Iniziare, invece, a sdraiarmi sul divano con una rivista qualunque in mano, la musica in sottofondo, le candele accese… poi fa capolino una reflex e la mia foto viene pubblicata nel prossimo catalogo Ikea. 😛

#3 Regalarmi un po’ di lentezza

Se un giorno avrò tempo per guardarmi alle spalle, mi accorgerò di aver vissuto più cose di quante potessi goderne, di aver corso troppo in un ingordo overload. La novità è darsi il tempo per rallentare. E presto avrò anche un posto dove farlo.

#3 Preparare la casetta di pan di zenzero

In questo caso una torta qualunque non è abbastanza. E poi raccolgo la sfida dei CookHunters, così se mi riesce bene faccio anche un videotutorial sulla costruzione della dolce casetta della strega.

#5 Girare per casa nuda

Volete mettere la comodità e l’estremo senso di libertà di non doversi preoccupare di chi rientra, di chi si sveglia, di chi arriva?! Ah!

Cattivi propositi per il 2012

Di buoni propositi sono piene le timeline, i blog e ovviamente non manca l’hashtag #buonipropositi. Non manca chi si lamenta dell’inflazione di buonismo e chi si propone di non avere propositi. L’anno scorso scrissi un post illuminato con il neon dell’ottimismo, con cui tiravo le somme su un anno, il 2010, che mi sembrava si chiudesse veramente bene. L’unico proposito per il 2011 lo accennai senza scriverlo, come se fosse un desiderio espresso in silenzio davanti all’illusione di una stella cadente e, in effetti, fece la stessa fine dei desideri non esauditi di milioni di persone che restano col naso per aria. Sapendo che nessun buon proposito resta impunito, in quest’anno che inizia con l’ombra dell’inflazionato calendario Maya e di un 2011 piuttosto deludente e amarognolo, mi permetto di appendere il nuovo calendario con una botta di cinismo e di cominciare con 12 cattivi propositi per il 2012.
Cattivo ragazzo: Alex in Arancia meccanica
  1. Fare fuori le persone nocive. No, non diventerò una specie di giustiziera alla Lisbeth Salander, non ho intenzione di ammazzare nessuno – per il momento. L’idea è più che altro quella di allontanare scientificamente e senza pietà tutti gli individui che volenti o nolenti mi feriscono, se non altro quando la scelta è in qualche modo tra me e loro.
  2. Coltivare i vizi. Non tutti, solo alcuni. Giusto per non sentirmi una cretina completa se, verso la fine dell’anno, un secondo Big Bang dovesse sorprenderci dimostrando che in fondo le vecchie profezie sono più credibili delle promesse dei nostri politici.
  3. Essere meno disponibile. Anche questo proposito si deve intendere in senso relativo, non assoluto: in pratica significa più paletti, meno regali – specialmente regali che col tempo diventano consuetudini per cui non è prevista nemmeno la gratitudine.
  4. Non credere a nient’altro che ai miei sensi. Compreso il sesto.
  5. Chiudere il telefono in faccia a chi se lo merita.
  6. Smettere di amare troppo. E iniziare ad amare poco e niente.
  7. Essere irresponsabile. Almeno, esserlo nella misura in cui quest’atteggiamento mi aiuta a santificare l’istinto senza pensare troppo al futuro. [Tanto puoi essere responsabile quanto vuoi, che basta una crisi mondiale a sfanculare i tuoi progetti.]
  8. Ingrassare. Alla faccia di tutti quelli che si mettono a dieta.
  9. Imparare a chiedere. Sfacciatamente, senza pudore.
  10. Tirare i dadi, puntare tutto e accettare quello che succede. Tutte le volte che può servirmi a imparare qualcosa di nuovo, tutte le volte che può farmi sentire viva.
  11. Riservarmi la possibilità di contraddire me stessa. Così se per caso i cattivi propositi dovessero essere efficaci quanto quelli buoni potrò sempre appellarmi all’idea che la coerenza non sia un obbligo né una virtù.
  12. Buttare i manuali, persino questo. E seguire le strade che mi si aprono davanti.

PS: sì, questo è un post programmato con studiato anticipo e quindi no, non mi sono messa a scrivere mentre gli altri si ubriacano e si scambiano gli auguri. Probabilmente, a quest’ora sarò abbastanza brilla anche io, solo che mi sembrava carino far uscire questo post proprio a mezzanotte, come il tappo di spumante, il fuoco d’artificio, come la fine del conto alla rovescia, come un messaggio a tutti quelli che oggi e nei prossimi giorni passeranno da questo blog e ai quali auguro, nonostante le premesse, un meraviglioso – stupefacente – 2012!

Il diavolo veste Prada, ma io no

Devo ammettere che quando ho visto Il diavolo veste Prada non mi ha colpita particolarmente: non avrei saputo immaginare che, a distanza di pochi anni, mi sarei sentita come la protagonista di quel film. Questa volta lo spunto per questa specie di rubrichetta sporadica che è Living in a Movie mi è stato imboccato da una persona vicina: è bastato un cenno perché tutti i pezzi del puzzle prendessero il proprio posto. Il che non significa che ho raggiunto una specie di consapevolezza karmica del mio destino, ma solo, più prosaicamente, che il 2011 mi ha fatto assomigliare molto alla protagonista, mentre ho collezionato, uno dopo l’altro, successi e sconfitte analoghi. Ve la ricordate Anne Hathaway in quel film?
Anne Hathaway in Il diavolo veste Prada
A parte il fatto che la Hathaway è un’ex modella e io, evidentemente, no, a parte il fatto che non ho il suo sorriso disarmante e il suo sguardo candidamente infantile, a parte il fatto che non solo non ho mai indossato un abito Prada, ma non ho nemmeno mai sentito nominare la maggior parte delle griffe haute couture… insomma, a parte tutto questo e a parte il fatto che non faccio (quasi più) la giornalista, ma mi occupo di marketing, io questa storia l’ho capita solo ora. Càpita.
A volte per sentire qualcosa bisogna solo aspettare il momento o la condizione giusti. Se vi pare, potete considerarmi una Andy Sachs bruttina e vestita decisamente male – e comunque sempre molto più cheap che chic. Avete mai avuto la netta sensazione di aver barattato tutto quello che di bello e genuino e reale avevate con qualcosa che poi non si è rivelato valere quanto vi sembrava?
Se viviamo in un’epoca in cui ognuno è venditore di se stesso, non inizia a diventare importante stare attenti a cosa si sta mettendo in vendita? Quali sono, alla fine, i termini dello scambio? Credo di aver fatto un cattivo affare. E la parte peggiore della storia è che in questo momento io stessa sono quel cattivo affare. Dov’è il mio senso? Si dice che ad ogni rinuncia, corrisponde una contropartita considerevole, ma l’eccezione alla regola insidia la norma…
Il diavolo potrà pure vestire Prada, ma io certi giorni ho la sensazione di non riuscire nemmeno a guardarmi allo specchio. E così si sarebbe concluso questo post, se non fosse che una mia amica mi ha fatto notare che in questo modo deludo il naturale bisogno di happy ending dei miei lettori: ebbene, io al momento un happy ending per non deludervi non ce l’ho proprio, ma mi sto aggrappando all’idea che i momenti peggiori siano i migliori per essere ottimisti. Quindi vi lascio con questa 😉

Quest’anno a Natale facciamo un regalo al nostro pianeta con WWF

Quando sono stata invitata a partecipare alla nuova campagna adozioni del WWF la mia mente è volata verso i miei desideri e mi è venuto in mente che uno dei motivi per cui attendo con ansia il mio prossimo trasloco è…

(Credo che ne riparleremo, quindi tanto vale cominciare a scrivere un elenco.)

I motivi per cui non vedo l’ora di andare a vivere da sola.

#1 Adottare un gatto

Sono cresciuta in una casa a metà strada tra il centro abitato e il bucolico nulla cosmico. Da bambina ho sempre avuto la casa circondata di cani, gatti, galline, conigli, varie ed eventuali. Io sono sempre stata una tipina da gatti, però. Sono indipendenti ed eleganti e questo ti fa immaginare che abbiano personalità. E poi, a modo loro, sono sinceri: stanno con te solo se lo desiderano, non fanno come i cani, sempre alla mercé delle voglie del padrone. Forse i gatti mi piacciono perché il mio modello di donna è ritagliato intorno alle tre sorelle che han fatto un patto e alla paladina Lady Oscar. Forse mi piacciono perché, a modo mio, io assomiglio a un gatto (ma non a una gatta!). Fatto sta che ho deciso: a febbraio, quando andrò ad abitare nella casa nuova, adotterò un gattino. Un cucciolo-fagottino che si struscerà indolente sul divano mentre io sarò distratta a guardare un film o che mi passeggerà tra i piedi mentre preparo la cena per due (cioè per me e per il micetto). Ho già gli occhi a cuore!

Tra le cose che invece posso fare anche subito c’è un regalo di Natale che sia anche un gesto d’amore verso gli animali che popolano il nostro pianeta. Come? Adottando una specie! Tranquilli, non ho intenzione di presentarmi a casa degli amici con una tigre al guinzaglio o di trascinare sotto l’albero una vaschetta con una foca. Come ogni anno, il WWF organizza una campagna di adozioni per proteggere le specie di animali in via di estinzione in tutto il pianeta. Dodici specie sono state elette simbolo della campagna di fundrainsing e dell’azione della ONG nel mondo e chiunque potrà scegliere di adottare una di esse per dare il suo piccolo contributo. Quest’anno regalando a un’amica uno dei peluche farò anche una cosa utile – quindi, anche se il peluche finirà dimenticato in una delle nostre stanze piene di oggetti, di certo avrò speso bene i miei soldi.

Ma cosa fa concretamente il WWF per salvare gli animali? Lotta contro il bracconaggio, riabilita animali da rimettere in libertà, lavora sul territorio per proteggere gli habitat delle specie in pericolo. Un quarto dei mammiferi terrestri rischiano di scomparire, ma l’estinzione è come un tumore: è possibile salvarsi se si prende il problema in tempo. Quindi, è arrivato il momento di fare la nostra parte, se non vogliamo avere sulla coscienza le povere tigri asiatiche che, nonostante la stazza, di fronte alla minaccia umana sono più indifese del mio (futuro) gattino.

Come fare ad adottare una specie? Semplice, ci sono pacchetti per tutte le tasche e per tutti i cuori. Per ciascuna forma di adozione riceverete dei gadget che attesteranno il vostro impegno per la natura.

  • Adozione Semplice (donazione a partire da 30€): una lettera di Fulco Pratesi, una scheda sulle caratteristiche ed i rischi corsi dalla specie, un certificato, un grande planisfero con evidenziate le aree di azione del WWF e un adesivo da apporre sull’area tutelata.
  • L’adozione con Peluche (donazione a partire da 50€): include oltre ai materiali dell’adozione semplice un tenero “rappresentante” della specie scelta. I peluche WWF sono realizzati con una grande attenzione all’ambiente e ai bambini essendo privi di componenti tossici che possono venire rilasciati sia in fase di produzione sia di gioco.
  • L’adozione Trio (donazione a partire da 125€) è dedicata ai quattro grandi habitat condivisi dalle specie: trio polare (orso polare, foca, pinguino), trio asiatico (tigre, orango e panda), trio africano (ghepardo, elefante e scimpanzè), trio italiano (orso bruno, lupo e delfino). Per ciascun trio si ricevono i tre peluche ed i rispettivi kit, ciascuno con il planisfero, e i certificati possono essere personalizzati con nomi diversi.
  • Per chi vuole un’adozione a impatto zero, è possibile scegliere l’adozione digitale o “I WWF you” (donazione a partire da 30€), con il panda WWF circondato da un cuoricino, che permette di ricevere uno screensaver, uno sfondo per il desktop e una firma digitale direttamente via mail.

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Baricco, Mr. Gwyn e la serendipità su via Appia

Alessandro Baricco
Sono una di quelle persone che sentono ogni tanto l’urgenza della solitudine. Soprattutto quando troppa inquietudine mi gira per la testa, oppure quando sono sovraccarica di impegni e vado in overdose da socialità – troppe persone, troppe cose da fare, troppa poca me. Considerando che la settimana scorsa si sono verificate insieme entrambe queste condizioni, sono arrivata al punto di totale saturazione. Mercoledì sera è stato il mio corpo a chiedermi un’ora di solitaria passeggiata verso casa, così sono stata obbligata a mettere in una parentesi il resto del mondo.
Che è l’unico modo che conosco per ricominciare a repirare.
All’altezza di San Giovanni camminavo spedita, guardando a malapena davanti a me. A Piazza San Giovanni Re di Roma fotografavo le prime decorazioni natalizie -con l’albero di Natale, il due novembre! A Ponte Lungo facevo azzardati paralleli tra il mio stato d’animo e le nuove vetrine di Calzedonia – quegli orologi che scorrono accelerati dietro le merci.
[Cosa c’entra in tutto questo il nuovo libro di Baricco? Niente, credo, ma mi piaccioni i preamboli]
All’altezza di Furio Camillo, passando davanti alla Feltrinelli dell’Appia, mi ha colpita la copertina di un libro. Un’impronta digitale e un titolo quasi illeggibile al suo interno. Un cartello piuttosto piccolo avvisava i passanti: mercoledì sera alle 21 Alessandro Baricco presenta il suo nuovo libro. Mi accorgo che è il giorno giusto. Guardo l’orologio, mancano dieci minuti alle nove.
Baricco è uno dei miei scrittori preferiti e, colpita dalla casualità perfettamente orchestrata della circostanza, entro. Di Mr. Gwyn lo scrittore avrà letto, esagerando, una decina di pagine, forse anche meno. Eppure, quasi subito, ho trovato una frase che sembrava racchiudere perfettamente il mio attuale stato d’animo. E non è poco, anzi. Perché in fondo in qualsiasi opera cerchiamo un frammento di specchio. Benvenuto nella mia libreria, Mr.Gwyn.

Indignati e violentati: testimonianze dai social network

Questo post nasce, come quello di sabato sera, da un moto di indignazione, dalla volontà di capire, dalla triste incredulità rispetto a quello che è accaduto appena sotto casa. Nasce come la raccolta di alcune delle impressioni e riflessioni a caldo raccolte sui social network. Da quelli che c’erano e hanno manifestato in maniera pacifica, da quelli che non sono scesi in piazza, ma si sentono indignati comunque, da quelli che hanno molte domande da insinuare.
Come ho già detto, io alla manifestazione non sono andata. Quando ho capito cosa stava succedendo mi sono attaccata ai giornali online e ai social network ad assorbire un flusso misto di informazioni, pregiudizi e quelle che sembravano cronache di guerra o, almeno, di guerriglia urbana. Se è vero che un’immagine vale mille parole, una delle prime cose a colpirmi sabato è stata questa foto, accompagnata dal commento di Chiara Chiusolo:
Era più o meno questa l’idea che avevo della manifestazione… e che abbiamo ottenuto adesso??? Una beneamata FAVA!!!
Indignados
Perché indignati? Non sono tanto le banche il primo obiettivo degli indignati italiani, quanto il precariato economico che diventa esistenziale. Il lavoro – che va e viene – è la prima etichetta distintiva con cui ciascuno degli indignati che ho intervistato sceglie di presentarsi: non è un caso.

Ho quasi 27 anni ed un lavoro precario. Se alle tre e mezza di questo lunedi pomeriggio sono davanti al pc, non è (solo) per mia scelta. Passo i tempo ad assicurarmi che il cellulare prenda bene, in attesa del mio prossimo contratto e pregando perchè la mia unica alternativa non sia fare le valige e tornare nella città da cui sono partita. Il mio uomo, liberoprofessionistaprecario, è (miracolosamente) al lavoro… ultimamente parliamo spesso della possibilità o meno di andare a vivere insieme. Che bello eh? E se un giorno la nostra sorte precaria ci facesse ritrovare con le pezze lì dove non splende il sole, come la mettiamo??? Quante inutili speranze nutrite nella manifestazione di sabato!!! E più che semplicemente “indignata”, sono indignata per gli indignati… nel senso che, Signore e Signori della Corte, siamo noi lo stramaledetto motore di questa nazione in coma farmacologico. Siamo operai, panettieri, agricoltori, commessi e quant’altro.

Abbiamo noi il coltello dalla parte del manico, abbiamo il sacrosanto diritto e il dovere morale di paralizzarlo, questo Paese: incrociamo tutti le braccia, all’unisono e facciamolo ad oltranza, finchè l’indignazione tacita ed incisiva non arrivi al cervello di chi tiene i nostri fili, e strappi via i tappi dalle orecchie di quelli che non prestano attenzione a nulla se non a ciò che tintinni come moneta sonante! Per quanto la musica, gli striscioni colorati e una bella giornata di sole siano una gran bella coreografia, una sfilata nel centro storico non cambia la storia. Sono anni che abbiamo toccato il fondo, eravamo tutti in attesa della naturale risalita. Ed invece ci siamo rivelati delle ottime talpe!

Vogliamo tutti un futuro, vogliamo poter sognare e fare programmi a breve e lungo termine. Minimo comun denominatore che dovrebbe si portarci tutti in piazza, ma anche ai palazzi del potere il giorno dopo, e altrove il giorno seguente. La cronaca di un corteo annunciato, da sola, serve a ben poco.

Chiara Chiusolo

Mi chiamo Stefano, 37 anni, trascorsi da precario dell’informazione cinematografica, come a dire “nessun presente” (citando Giorgio Canali) e un futuro improbabile. Coabito ancora con genitori coi quali il rapporto è a dir poco problematico, perché i miei compensi incerti e sporadici non sarebbero sufficienti ad affittare la botte di Diogene il Cinico. Sono completamente scettico, rispetto all’idea che la situazione mia e dei miei simili possa migliorare, senza che si dia inizio a una rivoluzione sociale di portata mondiale. Sono comunista, per cui i motivi che mi hanno portato ad aderire alla manifestazione vanno al di là dell’indignazione individuale, che pure è forte. Movimenti come quello degli “Indignados” partono da un disagio reale, concreto, ma non hanno spesso una guida forte, sicura, che gli consenta di incanalare l’energia e la rabbia in un progetto rivoluzionario pienamente consapevole. Da circa due anni milito in un partito di orientamento trotskista, lì ho imparato in sostanza che “ogni lasciata è persa”: nel senso che bisogna “fare entrismo”, ovvero entrare con le nostre ridotte forze (in un’epoca che vede trionfare i poteri internazionali e locali più reazionari, vessatori e opprimenti) in ogni movimento che si proponga come contrario agli abomini del sistema capitalista, per cercare di spingerne gli affiliati verso una protesta ancora più radicale. 

Stefano aka Darth Steve

Fondamentalmente penso di dover lavorare per vivere e che la mia vita non debba essere il lavoro mentre le attuali politiche spingono a precarizzare più possibile il lavoro in modo da evitare che un lavoratore possa, nella vita, fare altro che lavorare, possibilmente alle condizioni peggiori possibile. va da sè che, a utilità terminata, crepi, visto che le pensioni non sono previste in questo sistema. quindi ben vengano i contratti rinegoziabili, i licenziamenti facili, i tagli al welfare, all’istruzione, alla sanità. purchè pubbliche, eh; le private, accessibili a pochi, vengono invece potenziate di conseguenza. beh, onestamente, tutto questo mi fa schifo ANCHE se è possibile che io mi trovi nella categoria di persone “non del tutto sfruttate”. e, se un branco di piccoli ometti pagati per essere rappresentanti delle nostre richieste crede di essere diventata un’oligarchia assoluta, beh, mi assicurerò personalmente che l’equivalente moderno della ghigliottina del 1789 francese sia loro chiaro presagio del futuro prossimo.

Davide aka Sarcastic Ogre

Che idea vi siete fatti dei black bloc?

Ci sono molte domande che mi ronzano in testa da sabato: chi sono questi black bloc e cosa vogliono? Seguono un’ideologia e degli obiettivi politici oppure sono solo degli spaccatutto, delle “Bombe di distrazione di massa“, come ha efficacemente sintetizzato il mio amico Francesco (aka Ciccio)? Perché al termine di ogni manifestazione non emergono mai i nomi, perché sembra sempre che siano inarrestabili, letteralmente? L‘intervista su Repubblica non è bastata a colmare i miei dubbi, al contrario. L’intervistato è elusivo e vago: il giornalista che ha scelto il titolo Il black bloc svela i piani di guerra” commette il solito reato di sensazionalismo.

Black cops. h14.20 inizio degli scontri, h21.19 nessuna notizia di arresti.

Alessandro Gambino

Indignata con i black bloc: da pacifico corteo di contestazione a un campo di battaglia… anche questo è un bavaglio…  […] Non mi spiego come solo 3 camionette abbiano cercato di fermare dei teppisti allo sbaraglio. Io ero a San Giovanni e vi assicuro che o non erano organizzati o la volontà di fermarli non c’era

Marilena Vinci

Venerdì in via Nazionale c’era un presidio di un’ottantina di soggetti in preparazione della manifestazione di sabato. Tutta via Nazionale, dall’inizio alla fine era piena di camionette. Ai limiti dell’assurdo. E poi, sabato, con una manifestazione di 150.000 persone ed oltre nessuno è stato in grado di evitare quello che è successo? Tutti i poliziotti che per una settimana c’è mancato poco che me li ritrovavo pure a casa, sabato dove stavano? Io non riesco a credere che non era tutto previsto, scusatemi. Manifestanti o non manifestanti, pagati o non pagati, idioti o non idioti noi a manifestare pacificamente eravamo di più e questo DEVE arrivare all’opinione pubblica.

Roberta Rosatone

pur non avendone la certezza, continuo a pensare che a) siano infiltrati; b) siano effettivamente violenti paralleli al movimento “tollerati” dalle “forze dell’ordine” affinchè creino il casus belli per disordini.

una manifestazione, pur essendo nella patria della gente che crede + a minzolini che a ciò che avviene sotto la propria finestra, se è pacifica, almeno la gente pensa “beh, guarda quanti giovani, tutti colorati”; se è violenta penserà, invece “oh, no, la mia macchina parcheggiata qua sotto”.

Davide aka Sarcastic Ogre

Sono convinto che insieme a qualche testa calda ci fossero diversi agenti infiltrati, con disposizioni ben precise atte a screditare, con un ricorso insensato alla violenza, l’intera manifestazione. Mi sono tornati in mente gli analoghi inganni proposti, nell’ambito del solito e ormai prevedibile “terrorismo di stato”, a Genova nel 2001, dove il fantomatico “black bloc” fu un pretesto usato ad arte per poter massacrare indiscriminatamente tutti gli altri manifestanti, tranne loro. Così come mi è tornata in mente la cupa ironia di una canzone, del già citato Giorgio Canali: “L’uomo della digos travestito di nero / lancia sassi, urla slogan, sembra quasi vero / talmente vero che poi prende e porta a casa / le manganellate del collega in divisa / sfortunate coincidenze / malaugurate circostanze / esiti imprevedibili…” 

Stefano aka Darth Steve

Per chiudere, mi permetto di citare un’amara considerazione twittera di Stefano Epifani:

950 città in protesta. Solo una in rivolta. Il sintomo sinistro che proprio in quella non avverrà la rivoluzione.

Odio l’autunno

Se l’autunno non mi piace non è colpa del sole che si nasconde dietro le nuvole, anche se devo riconoscere una certa componente metereopatica nella mia personalità. Non è nemmeno colpa delle temperature calanti che, anzi, finite le giornate di mare e ricominciato il lavoro a pieno ritmo, sono più che benvenute. La colpa è tutta del cambio di stagione. Quello nell’armadio, intendo. Se non hai un armadio abbastanza spazioso il cambio di stagione è un rituale al quale devi piegarti due volte l’anno. Sono single, ho un armadio a sei ante, quindi si potrebbe supporre che questa necessità non mi riguardi. Eppure non è così – nonostante ciò sono sempre convinta di non avere nulla da mettere. Così intorno ad aprile e a ottobre devo fare il balletto della selezione, imballaggio e recupero dei vestiti. Ad aprile è praticamente una festa: l’inverno è alle spalle, una nuova estate sta per cominciare e l’unica preoccupazione è capire quanti chili bisogna perdere ancora per poter indossare dignitosamente il costume. A ottobre, se non sto attenta, una malinconica nostalgia si infila tra i vestiti e la polvere prendendomi alle spalle a tradimento.

Ieri ho messo via tutti i baccanali estivi, le canottiere allegre e i bikini e ho riportato alla luce i vestiti invernali, i residui fossili di un amore eterno che è passato, i cappotti pesantissimi e le sciarpe. Mentre guardavo sfilare un anno attraverso scarpe, gonne e altre-cose-che-insomma-ci-siamo-capiti, mi sono resa conto di avere un potente dejà vù emotivo. Come un anno fa, è arrivata una folata di ricordi morti. In autunno il presente sembra appannato da un senso d’immobilità e il futuro, quello, sembra proprio non volere arrivare. Così sono inevitabilmente tentata di fare come Euridice, voltandomi verso un ideale coniugato al passato. Quest’anno ho deciso: il passato è dietro di me, il presente è pieno di cose meravigliose e l’inverno sta arrivando e porterà il futuro. Punto.

Io, adesso, mi sento ancora più indignata. E voi?

We are the 1%
Oggi non mi sono unita al corteo degli indignati a Roma. Non perché non ne condivida le motivazioni, ma per una serie di ragioni sulle quali non mi soffermerò, non ultimo il fatto di essere totalmente incapace di credere che le cose possano davvero cambiare e che il cambiamento possa nascere dal basso. So bene che un atteggiamento passivo si presta a mille critiche, ma dopo gli avvenimenti di questo pomeriggio anche io vorrei dire la mia opinione, per quel – poco, pochissimo – che vale.
Dalla mia comoda postazione domestica ho seguito sui social media e sul web la folle degenerazione della protesta a Roma. All’improvviso mi sono sentita coinvolta, all’improvviso mi sono sentita vicinissima a tutte le persone che erano scese in piazza per manifestare pacificamente e si sono trovate nel bel mezzo della guerriglia urbana. Soprattutto ho sentito – e sento ancora – il bisogno di capire. Vorrei sapere come mai su quasi 1.000 città coinvolte in 82 Paesi diversi solo a Roma la protesta si sia trasformata in guerriglia urbana.
Vorrei sapere se sia colpa di un governo che non sa mantenere la sicurezza, vorrei sapere chi sono davvero i black bloc e di chi fanno gli interessi, vorrei sapere se questo macello fosse davvero prevedibile come dicono alcuni col senno di poi. Ancora una volta, mi vergogno e sono amareggiata per questa povera Italia. Il vero peccato è che le violenze rischiano di appannare le vere motivazioni alla base dell’indignazione. Il 15 ottobre non è stato un’altra Genova 2001. Il 15 ottobre 2011 è stato il giorno in cui in tutto il mondo persone che hanno ancora a cuore il futuro e la democrazia, si sono sollevate contro l’abuso dei poteri. Date un’occhiata ai punti programmatici degli indignati:

  1. Contro l’austerità come soluzione della crisi;
  2. Contro il precariato materiale ed esistenziale;
  3. Per la libera circolazione della conoscenza attraverso le reti;
  4. Per la libera circolazione delle persone, perché siamo tutti migranti e tutti cittadini;
  5. Per un nuovo modello democratico, realmente rappresentativo.
Per decidere di alzarsi e seguire gli indignati non c’è bisogno di essere poveri, giovani o precari. Provate a leggere le testimonianze di alcuni privilegiati che chiedono per sé più tasse, un punto di vista decisamente inusuale: we are the 1 percent, we stand with the 99 percent.