Confesso che ho vissuto… l’estate scivolosa dei social network

Dopo essere tornata al lavoro una settimana fa con un vestito scientificamente studiato per mettere in evidenza l’abbronzatura e aver realizzato abbastanza rapidamente che: “Ehi, qui c’è da lavorare sul serio!“, dopo le prime piogge di fine agosto/inizio settembre, che mi sussurrano all’orecchio che la fine dell’estate non lascia scampo e non è ulteriormente procrastinabile, dopo che la pelle abbronzata ha iniziato a esfoliarsi senza permesso nonostante tutte le creme e gli accorgimenti … mi sembra chiaro che sia giunto il momento di fare ammenda dei propri peccati estivi e tornare alla routine. Sul sito spagnolo di GQ ho letto un post di denuncia sulle peccaminose licenze della moltitudine degli utenti su Facebook che diventano epidemiche durante i mesi estivi.

Le tentazioni sono forti e gli scivoloni dietro l’angolo e persino i più insospettabili sono caduti almeno una volta.

Nella mia consapevole ma a volte pericolosa leggerezza, mi sono macchiata di colpe e cadute di stile con quotidiana ostinazione. Ed è con grande umiltà che mi inginocchio pubblicamente e chiudo il cerchio di questa estate con le cinque macchie per le quali merito di scontare la mia pena nel purgatorio social.

1. Ho fotografato le mie gambe in spiaggia. Quando la geolocalizzazione non basta a comunicare in quale meraviglioso paradiso si stia oziando, è ora di un autoscatto che mostri le gambe colte nell’atto di assorbire la maggiore quantità possibile di raggi solari. La posizione più comune è quella con gamba piegata, il ginocchio orgogliosamente rivolto verso il sole. Un esempio si può vedere nella foto qui sotto, dove ho offerto una visuale sulla spiaggia dietro ad un intero pacco di wurstel assortiti. Una variante comune è la foto che con malizia un po’ naif mostra anche l’ombelico. Inutile dire che non mi sono risparmiata neppure quest’ultima.

Summer wurstel legs

Summer Wurstel

2. Ho pubblicato post che pubblicizzavano una mia certa tendenza all’alcolismo. Il fatto che alla fine di una serata anziché godere del sonno alcolico dei giusti, mi sia fermata sul terrazzino per fare un collage delle foto scattate e pubblicarlo su Instagram sarebbe anche un peccato veniale, ma la caption con errore ortografico annesso, che sembra confermare involontariamente lo stato di leggera ebrezza espresso dalla foto è inammissibile.

3. Mi sono geolocalizzata in maniera incauta. Aggiungere la geolocalizzazione ormai è così facile che lo si fa senza pensaci troppo, specialmente su Instagram, dove disegnare una geografia degli spostamenti individuali e in una parola della vita stessa diventa semplicissimo grazie alla photo map. Qualche volta piantare la propria bandiera da qualche parte non è la migliore delle idee, come ho avuto modo di riconoscere. Non tutti i mali vengono per nuocere: grazie alla mia mancanza di cautela ho dovuto imparare come fare per togliere le foto dalla mappa.

Instagram: geotag

La mia photo map su Instagram

4. Ho documentando le mie giornate al mare con una serie di pose da sirenetta spiaggiata. Non sarebbe di per sé peccato se avessi lasciato riposare le foto in qualche cartella privata di Dropbox. Invece, dimostrando un reiterato e studiato narcisismo, a intervalli regolari ho pubblicato alcuni degli scatti su Instagram, Facebook e Twitter. Ho guadagnato follower, amici, ammiratori e qualche meritatissima presa per il culo da parte degli amici, quelli veri, che sono arrivati al contro-scatto parodico.

Tramonto | Maria Silvia Sanna

Poser da spiaggia davanti alla furba luce del tramonto

5. Ho risposto alle email di lavoro dalla spiaggia e ho pubblicato foto da bimbaminkia scattate in ufficio. Mai come quest’anno le vacanze e il lavoro si sono mischiati e mentre in ufficio entravo nel mood estivo, in vacanza rispondevo a improrogabili richieste dei colleghi. Rimane il retrogusto di un’estate molto più lunga di quelle tre settimane di ferie effettive, ma anche la consapevolezza che qualche volta lasciare l’iPhone a casa mi avrebbe fatto essere più presente.

In trasparenza, tra uno scivolone e l’altro, si nota la linea sempre più sottile e ambigua tra professionale e personale, tra personal branding e puro gusto di esprimersi. Non è più tempo per analizzare i pericoli e interpretare gli effetti di questa sfumatura, ma forse è il momento buono per iniziare a essere semplicemente se stessi, l’unico modo per non tradirsi mai (troppo).

Che ne dite? Quali sono stati i vostri peccati?

Quando il blogger va in vacanza: 3 idee per salutare i vostri lettori

Quando il blogger va in vacanza

Anche nella blogosfera l’estate è tempo di vacanza e i blog sembrano colpiti dall’esodo come le grandi metropoli. Molti hanno iniziato a esporre il cartello “Torno subito” oppure “Siamo in ferie”, così mentre le blogstar rosolano al sole o respirano l’aria fresca di montagna, i lettori restano a bocca asciutta proprio nel bel mezzo dell’impietosa calura. Latitano persino i blogger che non sono andati da nessuna parte, ma come moderni Pinocchio nel Paese dei Balocchi metropolitano, non sanno resistere all’antopologia della vita notturna, alla scientifica ricerca del gelato più buono in città, alla scurpolosa misurazione dell’accorciamento delle gonne e dell’allargamento delle scollatore e all’approfondimento della biologia marina delle inquinate spiagge dell’hinterland. Io stessa, come avrete notato, sono un po’ svanita… per quanto questa non sia proprio una novità.

D’accordo allora, godiamoci l’esate, ma se proprio bisogna salutare i lettori, facciamolo con garbo – altrimenti chi ammirerà la nostra impeccabile abbronzatura caraibica settembrina?

La mia idea, ditemi se vi piace, è quella di pubblicare qualche contenuto speciale da leggere durante l’estate…

  1. Un e-book.
    “Un e-book? Ma io sono un blogger, non scrivo mica libri!”
    Sbagliato! Molte delle cose che hai già scritto potrebbero diventare un ebook da sfogliare sotto un ombrellone. Pensaci: potresti scrivere una raccolta dei tuoi migliori post su un determinato tema o realizzare un’ottima mini-guida su qualche tema sul quale sei molto ferrato.
  2. Una lista di risorse utili.
    Metti insieme alcune delle cose più belle che hai trovato sul tema principale di cui ti occupi e proponile al lettore nella veste di classifica estiva, di elenco di must imperdibili o di checklist vacanziera.
  3. Un gioco.
    Apri una caccia al tesoro, fai un sondaggio, pubblica un piccolo test… insomma punta sull’aspetto ludico e usalo per creare delle aspettative circa le novità che riempiranno il tuo blog in autunno.
    “Perché devo proporre qualcosa di nuovo in autunno?”
    Ovviamente. 😉

Vi prometto che la settimana prossima seguirò i miei stessi consigli, in modo che possiate perdonarmi per tutte le volte in cui gli effetti di un falò in spiaggia, la scelta di località estere e/o spiagge in cui la connessione 3G non funziona o la testa annebbiata dall’alcol e dall’ammmore mi terranno lontana da questo blog.

Working Capital Accelerator: nuovi grant di ricerca #WCAP da 25000 euro

Aspiranti startupper aprire le orecchie e aguzzate le menti: Working Capital mette in palio 20 grant da 25000 euro per progetti di ricerca e di pre-incubazione d’impresa della durata di 12 mesi. Gli ambiti di interesse sono: digital, Internet, green. 

WCAP

Come partecipare?  Registrati al sito di Working Capitalscarica il kit per proporre la tua idea e poi carica il progetto dettagliato del tuo grant di ricerca entro il 30 settembre. Le edizioni precedenti Nelle sue tre edizioni, Working Capital ha aggregato un’ampia comunità di innovatori, raggiungendo risultati importanti nel sostegno ai giovani talenti e agli imprenditori italiani. Questi i numeri delle iniziative supportate in questi tre anni:

  1. 59 progetti di ricerca (sostenuti attraverso contratti di ricerca e il tutoring di TILAB, il centro di ricerca del Gruppo Telecom Italia);
  2. 13 progetti di impresa (supportati attraverso contratti di incubazione);
  3. 36 startup in fase iniziale sostenute attraverso slot di pre-incubazione.

Overblog rivela i segreti degli influencer della blogosfera

La domanda da un milione di dollari della blogosfera è: come si fa a diventare una blogstar? Ce lo siamo chiesti tutti, io per prima, vedendo tante persone piuttosto comuni assurgere al leggendario Olimpo dei Blogger e i loro blog schizzare in cima alle classifiche più autorevoli. Insieme alla curiosità una punta di invidia – o magari un sano e genuino bisogno di eccellere foraggiato da una massiccia dose di competitività.
Studio di Overblog

In occasione del suo sbarco in America per il Blog World and New Media Expo 2012, la piattaforma francese Overblog (gruppo, Ebuzzing, sissignori, e – a proposito – se volete iscrivervi cliccate qui) ci regala una panoramica sulle differenze tra blogger europei e americani, sui loro orientamenti e sulle tecniche che usano per costruire la propria influenza. Certo, ancora non è stata scoperta alcuna formula magica, ma  il recentissimo studio di Overblog, che raccoglie le esperienze di 5.000 influencer situati in Europa e Nord America, ci offre alcuni dati su cui riflettere. USA Vs Europe: i blogger americani restano quelli più pro-oriented Il mito del blogger professionista che guadagna un sacco di soldi è fondato e i dati raccolti da Overblog evidenziano come in Europa siamo ancora indietro da questo punto di vista. A mio avviso, alcuni indicatori del maggiore orientamento al blogging professionale nel Nord America sono:

  • Il maggior numero di blogger che si appoggiano su un blog hosting service;
  • La tendenza a girovagare di più per la blogosfera: i blogger del vecchio continente spulciano una dozzina di blog al giorno (in media), diciotto quelli americani;
  • Il fatto che il company blogging sia estremamente più diffuso negli Stati Uniti, dove il 57% dei blogger gestisce il blog della propria società, mentre un altro 43% scrive per il blog di una o più società per le quali lavora;
  • La presenza, negli Stati Uniti, di un maggior numero di blogger che hanno alle spalle una pluriennale esperienza sul campo;
  • L’so, da parte della maggior parte dei blogger statunitensi (94%) della propria vera identità (il che significa molto dal punto di vista del personal branding e della credibilità di un blogger), contro il 32% di quelli europei;
  • Per finire, i maggiori guadagni dei blogger statunitensi, ma questo è un punto sul quale tornerò alla fine del post.
Alcune curiosità sulle quali riflettere 
  • Vita privata? Il 70% dei blogger americani racconta qualche dettaglio personale di tanto in tanto, contro il 56% degli europei. Significativo il fatto che il 40% di questi ultimi non ne parli mai sul suo blog. E ora si apre l’eterna questione: parlare della propria vita privata fa bene al blog? Si passa dai duri e puri della professionalità che restano fermi sulla propria categoria di interesse, senza offrire spunti che riguardano la propria esperienza umana, a coloro che focalizzano tutte le proprie energie nella costruzione del personaggio a tuttotondo. Personalmente, sono per la via di mezzo, ma ho notato (non senza un certo piacere narcisistico) che i miei lettori tendono ad apprezzare molto i post leggeri, focalizzati sulla vita privata e anche quelli che, pur non concentrandosi su di essa, ne forniscono qualche piccolo scorcio. Io credo che aprire le porte del proprio quotidiano crei un legame empatico con i lettori, che rende spesso più appetibili e interessanti anche le opinioni e i contenuti. E se questa fosse una delle lezioni dei colleghi d’oltreoceano?
  • Dimmi perché blogghi…
    Curioso che, quando si tratta di dichiarare la ragione per la quale si sceglie di fare il blogger, i soldi siano in fondo alla lista. Un’altra cosa che mi sembra di poter evincere, come sottotesto delle risposte, è ancora una volta un orientamento più professionale da parte degli americani. Mentre in Europa i blogger sono guidati soprattutto dalla passione per il settore di cui si occupano, negli Stati Uniti la condivisione delle conoscenze, la costruzione della propria autorevolezza e la ricerca di opportunità di business per la propria azienda assumono un maggior peso.
  • I blog sono sempre più social-oriented I consigli old-school relativi all’ottimizzazione SEO e alla partecipazione alle conversazioni su altri siti e blog, sembrano del tutto destituiti grazie ai social network: aggiornamenti frequenti e social-syndication sono estesamente riconosciuti come le più efficienti fonti di traffico per il blog.
  • E la community? I lettori leggono i contenuti sul blog, ma poi partecipano alla conversazione sui social network, per questo la maggior parte dei blogger europei fa community building tramite Facebook, mentre quelli americani sembrano preferire Twitter. Non è quindi un caso se i blogger statunitensi spendono molto più tempo a gestire la community, che ad aggiornare il blog.

Tempo per singola attività

Parliamo di soldi… Negli Stati Uniti essere blogger può anche essere la principale/unica fonte di guadagno. Diversa la situazione in Europa, dove solo una piccola minoranza può permettersi di mantenersi solo attraverso questa attività. Curioso che in Europa il 50% dei blogger professionisti dichiari di non guadagnare nulla dal proprio blog e solo l’11% guadagna cifre che si possono verosimilmente considerare sufficienti come entrata unica.

Guadagnare con un blog

Guadagnare con il blog

Personalmente, temo che il divario tra USA ed Europa sia anche una questione di attitudine e ce ne accorgiamo dando un’occhiata alle reazioni dei blogger quando si tratta di rispondere a proposte da parte delle aziende.

Rapporto tra brand e blog

Mentre la maggior parte dei blogger vaglia tutte le proposte per selezionare quelle più convenienti, c’è un 25% di blogger europei che dichiarano di rifiutare tutto (forse in nome di una ideale purezza dei contenuti del blog?), risposta scelta solo dall’11% dei blogger americani.

Risorse per i blog

Ma insomma da dove arrivano i guadagni dei blogger?

Mentre gli statunitensi hanno capito l’enorme valore dell’offrire prestazioni di consulenza, quelli europei sono piuttosto ancorati a una concezione del blog in quanto media (che gira intorno al contenuto più che intorno all’autore), quindi cercano di ricavare denaro soprattutto dall’advertising. Rispetto a quanto detto prima, mi sembra la quadratura del cerchio. Non credete?

L’overload social ci manderà in tilt? I social network e il nostro cervello

Cervello sovrastimolato“Troppi stimoli.” Ha sentenziato sorridendo un mio nuovo collega, dopo un’occhiata alla mia finestra social. In ufficio ho l’abitudine di aprire su Firefox tutto quello che mi serve per lavorare e su Chrome i miei social network preferiti. Visto il lavoro che faccio, capita facilmente che le due finestre si invertano e gli spazi si mescolino, ma in linea di massima trovo questo espediente abbastanza utile per evitare distrazioni. Anche, cerco di determinare la quantità di tempo da dedicare a ciascuna cosa, ma ogni tanto la vista di una notifica mi colpisce come un veleno e l’unico antidoto contro la curiosità è andare a controllare di che si tratti. Credo che un po’ tutti quelli che lavorano davanti a un computer abbiano lo stesso problema. Gli stimoli arrivano in continuazione e solo una forte determinazione e un pungente senso del dovere permettono di dare alle cose la giusta priorità. Anche mentre scrivo questo articolo, la mail di Facebook si riempie dei messaggi di un tizio che ho incontrato per caso in un locale dopo (un milione di) anni da quando abbiamo avuto una storia, un suono mi avverte dell’arrivo di alcune mail e su Twitter va avanti una interessante conversazione che sto lurkando senza avere troppo da dire – per non parlare di Elsa, che cerca di assaggiare il bicchiere di birra appoggiato sul tavolino. Fortuna che ho lasciato il caricabatterie in ufficio, così nessuno può raggiungermi sul cellulare scarico! 😉

A parte gli scherzi, stiamo certamente sfiorando quelli che sono i limiti fisiologici della nostra mente: alcune ricerche iniziano a evidenziare come ci muoviamo verso un’obesità cognitiva. Cosa significa?

Facebook droga

Mi ha colpito molto questo articolo tratto da un blog del network Harvard Business Review: Your Brain on Facebook. L’autore dell’articolo, David Rock, fornisce alcuni spunti interessanti sull’overload social al quale siamo continuamente sottoposti e sulle sue conseguenze. Alcuni dei punti principali in sintesi:

  1. Così come merendine, hamburger, alcolici e altre “calorie vuote” hanno reso obesa una parte consistente della popolazione mondiale, allo stesso modo rischiamo di riempire il nostro cervello di “stimoli vuoti” che apparentemente ci forniscono una ricompensa psicologica producendo dopamina a ogni nostro scambio virtuale.
  2. Le interazioni face to face restano esponenzialmente più coinvolgenti e soddisfacenti, ma quelle sui social network sono semplici da attivare. Resta, però, un senso di insoddisfazione che nelle interazioni di persona sarebbe sopito dalla produzione di ossitocina e serotonina. Così, come bulimici conversazionali, continuiamo a cercare nuovi stimoli e ricompense sui social network.
  3. L’eccesso di dopamina genera piacere (come un eccesso di zucchero, nota l’autore del post) ma ci rende iperattivi, intaccando la facoltà di concentrarci su ciò che stiamo facendo.

Facebook Invadente

Così per tante ore al giorno, tutti i giorni, sfarfalliamo da una finestra all’altra gongolandoci per un like, divertendoci a rispondere a una serie di commenti spiritosi o facendo uno spudorato stalking virtuale  a qualcuno cui non chiederemo mai di uscire per un aperitivo. Le ricompense sociali sono un flusso continuo, ma piuttosto mediocre, epurato da ogni rischio. Al di là delle possibili conseguenze sulla vita sociale stessa, esistono conseguenze che si allungano sul lavoro o sullo studio… Uno studio di psicologia sociale del Covenant College sulla relazione tra l’uso di Facebook e le performance accademiche sottolinea la correlazione positiva tra l’uso di Facebook e la presenza di nevrosi e di una certa estroversione. In più, il tempo passato su Facebook sembra erodere i risultati accademici. Chiunque abbia un minimo di competenze legate alla metodologia di ricerca sociale, potrebbe avanzare il dubbio che la correlazione positiva possa essere inversa: anziché leggere il dato supponendo che l’uso di Facebook rovini gli studenti in gamba, si potrebbe invertire la direzione delle freccia e pensare che studenti pigri e persone molto socievoli preferiscano espandere la propria vita sociale attraverso Facebook piuttosto che mettersi a studiare. Certo, è ormai un luogo comune dire che i social network siano una droga ed è successo a tutti di non riuscire a concludere un compito perché troppo distratti. Con un po’ di autodisciplina, però, si può ancora scegliere cosa fare e a cosa/chi dedicare l’attenzione. Io, per esempio, avevo proprio intenzione di finire questo articolo, così ho lasciato perdere i social network e ho ignorato Elsa, che per la noia si è addormentata tra le mie gambe. Se, nonostante la lunghezza di questo post, siete arrivati fino a qui, siete la dimostrazione del fatto che sia ancora possibile mantenere un certo livello di concentrazione per alcuni minuti. Grazie per il tempo che mi avete dedicato! 🙂

Pinterest stimola la creatività o asseconda la pigrizia?

Pinterest

Negli ultimi mesi si è parlato molto del fenomeno Pinterest, il nuovo social network specializzato nell’organizzazione e condivisione di immagini. Osannato come il prossimo gigante del web (con la curva di crescita più rapida nel già fulmineo contesto dei social network), Pinterest ha subito nelle ultime settimane un calo nella rapidità di crescita, ma resta la grande novità del 2012 (a essere precisi in fase Beta e negli Stati Uniti, la storia comincia ben prima). Personalmente me ne sono innamorata senza riserve e lo sto usando per collezionare cose belle, frasi che mi colpiscono e per portare un po’ di traffico al mio blog attraverso le immagini più significative. A dirla tutta, quest’ultima attività occupa – credo – l’1% del tempo che ci passo. Mi comporto come se Pinterest fosse soprattutto un album dei desideri o un’agenda delle medie in versione digitale. Interrogandomi sul successo di una piattaforma tutta basata sull’appeal delle immagini, la mia curiosità, più che dai suoi possibili utilizzi nel campo del marketing, è attratta dall’aspetto etnografico/sociologico.  In parole povere: perché la gente usa Pinterest e in che modo? Approfondendo l’argomento è imprescindibile un’occhiata al POV di Enguage: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart. In particolare un paragrafo mette in rilievo il passaggio dalla creazione di contenuti alla cura degli stessi di cui Pinterest non è che l’ultimo protagonista.

Now we’re seeing people shift more energy toward curating interesting and compelling content. People stare into a fire hose of information every day, and it’s having an impact. They’re actively seeking ways to not only filter and organize what they find, but also to less stressfully consume more content. That is the behavior Pinterest exploits. FONTE: A Review of Social Media’s Newest Sweetheart by Enguage

Nell’overload di informazioni a cui qualunque utente di Internet è sottoposto, le persone iniziano a cercare un modo per organizzare, salvare e avere letteralmente cura dei contenuti più interessanti, in modo da poterli trovare in maniera semplice e gradevole quando ne avranno bisogno. Gradevole è la parola chiave: Pinterest vince la sfida dell’attenzione degli utenti chiedendo meno stress e meno tempo da impiegare a leggere. basta un rapido colpo d’occhio per scorrere una bacheca organizzata con cura. Vogliamo conservare e catalogare ciò che ci interessa in un modo che ne conservi la bellezza e che aiuti ad esprimere la nostra personalità. In questo senso si può dire che la content curation sia la nuova forma di espressione del sè: la nostra identità si esplica come un collage di immagini, suggestioni, frasi ed elementi di lifestyle che altri hanno creato. Come nella vita di tutti i giorni l’originalità è perla rara e la maggior parte di quello che siamo, mangiamo, facciamo, lo dobbiamo al pensiero di qualcuno che ci ha preceduti. Se si guarda il bicchiere come mezzo vuoto, si può essere facilmente portati a pensare che questo eroda lo spazio per la creatività sostituendola con un’espressione di sé più superficiale e pigra. Ci si dimentica, però, che in tutta la storia degli user generated contents (e, allargando lo sguardo, nella storia delle arti, delle lettere e della creatività) sono sempre stati molto più numerosi gli utenti/spettatori/lettori rispetto a quelli che realmente producono contenuti originali. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Tra l’altro, c’è chi sostiene che che usare Pinterest sia un modo per stimolare la creatività in cucina, a casa e persino sul lavoro. Eppure il tempo è poco e spesso le ore spese nel creare la perfetta bacheca di DIY o un menù virtuale per il pranzo della domenica, sono direttamente sottratte al fare queste cose per davvero. La domanda è di quelle da un milione di dollari… come fare a realizzare il giusto equilibrio tra il tempo dedicato alla ricerca di stimoli e quello dedicato al fare qualcosa? 😉

WebForAll: la task force solidale del web

Snoopy: click here to save the world
In un momento di riflessione circa l’utilità sociale del mio lavoro (parlare di utilità sociale del marketing a qualcuno potrebbe sembrare uno sfacciato ossimoro, ma vi prego di seguirmi), ho pensato che se mi mettessi in proprio mi piacerebbe scegliere alcuni progetti solidali a cui dedicare il mio lavoro in maniera gratuita, solo perché lo meritano. Poche settimane dopo, non potevo credere al fatto che ci fosse qualcuno che stava già realizzando – in maniera strutturata – un’idea simile e anche migliore. Nasce a Bologna il progetto WebForAll, allo scopo di realizzare servizi digitali web-oriented per associazioni non profit impegnate nel sociale. Il 24 e il 25 marzo una task force di creativi si è riunita per realizzare una serie di progetti in un weekend di lavoro solidale e collettivo che ha riunito professionisti nel settore web provenienti da varie città. Ho chiesto a Paolo Leone, uno dei fondatori del progetto, un bilancio delle due giornate per raccontarci com’è andata…

Un bilancio più che positivo! Siamo andati oltre ogni previsione, sia per quanto riguarda la realizzazione dei lavori sia sotto il punto di vista della partecipazione.
Un po’ di numeri per capirci: 
– 20 volontari provenienti da tutta Italia e non solo (Roma, Cesena, Bergamo, Bruxelles per citarne alcune);
– 8 associazioni non profit presenti per seguire le fasi di sviluppo;
– 9 siti realizzati, alcuni completamente nuovi altri restyling di siti già esistenti;
– 5 talk tenuti in contemporanea allo sviluppo;
– Oltre 80 presenze, tra volontari, associazioni, relatori, visitatori, curiosi;
– Una valanga di tweet e live blog.
Quello che mi ha fatto molto piacere è stata la partecipazione, di tutti. Le associazioni, infatti, sono state coinvolte ed hanno partecipato attivamente alla realizzazione dei progetti; questo ha permesso loro di sentirsi parte integrante dell’ evento e le ha rese doppiamente felici.
Le associazioni che erano solo in veste di visitatori, invece, hanno partecipato attivamente ai talk facendo domande, esprimendo la propria opinione ed addirittura prendendo appunti. Stupendo.
Dall’altra parte, gli sviluppatori: semplicemente fantastici. Si sono messi davanti al loro pc ed hanno ideato, creato e realizzato. Sono venuti da ogni dove ed hanno portato con loro un entusiasmo ed una carica incredibile. Hanno collaborato tutti insieme, passandosi consigli e metodi; c’è chi ha imparato ad usare nuovi paradigmi di programmazione e chi ha imparato a lavorare in team con grafici e creativi. Ma il meglio è stato la sera. Ho organizzato, infatti, una cena con tutti in modo da socializzare e fare una sorta di brainstorming ed il risultato è stato … una serata fino alle 5 del mattino in giro per bologna correndo e cantando come matti 😀
Insomma un successo a tutto tondo: partecipazione, impegno, realizzazione ma anche divertimento e socializzazione.

Sarei curiosa di vedere i siti che avete realizzato!

Man mano che le ultime correzioni sono a posto e che i tempi tecnici di registrazione/migrazione del dominio ce lo permettono, stiamo pubblicando live tutto quello che è stato realizzato. E’ possibile avere una panoramica qui: http://webforall-project.it/portfolio .
Tuttavia il lavoro è stato non solo quello di costruire il sito, ma anche di insegnare alle varie associazioni come fare per mantenerlo ed aggiornarlo con propri contenuti. Insomma, abbiamo abbattuto anche una buona fetta del digital divide! 😀

Mi potresti tracciare un piccolo identikit dei professionisti che hanno aderito? 

Non solo professionisti, ma anche studenti, appassionati. In generale però i volontari che hanno partecipato allo sviluppo erano tutti ragazzi tra i 22 e i 34 anni (sì, a 34 si è ancora ragazzi!). Alcuni di loro hanno alle spalle già anni di lavoro nel settore, per altri è stata una prima volta nel mondo del lavoro (passami l’espressione). In maggioranza erano uomini, ma c’è stata anche la partecipazione di alcune ragazze.
La cosa comune  tra tutti è stata lo spirito di iniziativa e l’assoluta serietà: finchè il sito non è stato completato, non si sono alzati dalle sedie. Neanche quando ho indetto la pausa pomeridiana per patatine e birra! 

Prossimi progetti in cantiere per Webforall?

In cantiere ce ne sono molti, in attività ce ne sono alcuni. Oltre a concludere la pubblicazione di quelli realizzati nel weekend, stiamo già collaborando per la realizzazione di altri progetti (non solo siti) con varie associazioni ed ONLUS. Al momento siamo in una prima fase di analisi, ma ben presto partiremo con dei nuovi sviluppi… che ti racconterò tra qualche settimana! 😉
Oltre questo ovviamente c’è l’intenzione di una seconda edizione. E di una terza. E di una quarta! Siamo in contatto con varie realtà che ci danno supporto per l’organizzazione ed il sostegno economico e che ci lasciano ben sperare per il futuro.
La mia idea, ed il mio sogno, è quello di realizzare qualcosa di sostenibile che mi permetta di offire un servizio gratuito ma al tempo stesso mi permetta di remunerare tutti coloro che vi hanno partecipato.  E’ un percorso difficile, lo so, infatti per il momento mi accontento di aver creato un bel gruppo di persone con cui collaborare per la creazione di progetti socialmente utili.
Insomma tanta roba, la voglia c’è e le opportunità non mancano… basta solo riuscire a ritagliarsi un po’ di tempo!

Che cosa dire di più?! #Sapevatelo! 😉

EnemyGraph: blasfemia social

Love and haters
Ho ripreso questa simpatica dichiarazione d’amore da Pinterest, il nuovo social network che crea dipendenza (a proposito – e poi subito vado al nocciolo del discorso – mi trovate anche lì… avevate forse dubbi?), perché mi sembra una introduzione perfetta per parlare dell’EnemyGraph.

Ti amo perché odiamo le stesse cose

Frase bizzarra, efficace ossimoro che fa luce su un sottinteso banale quanto sottovalutato delle relazioni umane: anche le contrapposizioni creano relazioni. Si tratta di psicologia sociale spicciola: ognuno di noi è portato a massimizzare le somiglianze in-group e minimizzarle out-group. Da ciò deriva che un aperto schieramento contro qualcosa o qualcuno ci avvicina a qualcosa/qualcun altro. D’altra parte la nostra cultura è fatta di contrapposizioni viscerali, che solo a uno sguardo davvero attento si rivelano molto meno nette di quanto non appaiano:

PC Vs. Mac Coca Cola Vs. Pepsi Nike Vs. Adidas Twitter Vs. Facebook Madonna Vs. Lady Gaga

E sono solo pochi esempi, per rimanere nell’ambito dei brand (sì, anche Madonna e Lady Gaga sono brand). Si tratta di un giochetto che può fare chiunque prendendo un campo a caso della conoscenza umana.

Ora provate a pensare a quante volte la vostra stima nei confronti di una persona semi-sconosciuta ha subito una rapida impennata grazie a un comune snobismo:

“Maria De Filippi? Chi, il marito di Costanzo?” “I Beatles? La diffusione degli acidi negli anni Sessanta è stata la loro grande fortuna.” “La Costa Smeralda? Perché, è Sardegna quella?”

Una frase del genere e l’interlocutore che avevate appena degnato di uno sguardo annoiato diventa all’improvviso il vostro miglior amico. Magie dell’affinità elettiva. Oppure: quante volte vi è capitato di sentire desiderare il tasto dislike su Facebook? Ognuno di noi vuole poter affermare i propri gusti, ma anche i propri dis-gusti. Ed eccoci giunti al punto: l’applicazione EnemyGraph serve proprio a questo. Non più (solo) gruppi di fan e sostenitori ma anche gruppi di accaniti detrattori che hanno in comune l’odio anziché l’amore. EnemyGraph è una paradossale connessione sulla base dei muri che tracciamo tra noi e le cose che non ci piacciono, ma anche una classifica dei personaggio famosi e dei brand più odiati. Potrebbe sembrare un approccio antisociale e invece è più social che mai.

Mi è piaciuto moltissimo l’articolo con cui l’ideatore dell’app presenta EnemyGraph: con finezza sociologica e uno spirito corsaro che fa pensare alla cultura hacker, Dean Terry si prende gioco di tutti, ma soprattutto del gigante Facebook, sulle spalle del quale si erge. 

Va bene, ma cosa ce ne facciamo di questa rete dell’odio? Allo stadio attuale EnemyGraph è solo una intelligente bozza e i like alla sua pagina sono poco al di sopra delle tre migliaia. Se diventasse di uso comune e si sviluppasse ulteriormente a livello di usabiltà e reperibilità delle informazioni, dal punto di vista del marketing EnemyGraph potrebbe rivelarsi una meravigliosa miniera:

  1. La classifica dei più odiati potrebbe essere una sorta di cartina di tornasole per la brand awarness: ricordate la vecchia e abusata citazione di Wilde? Ecco: i brand con più fan sono anche quelli che generano più odio, perché sono quelli più esposti quindi, nel bene o nel male sono al centro dell’attenzione.
  2. Analizzare l’opinione dei propri detrattori è da sempre un ottimo spunto per migliorare.
  3. Capire le ragioni della la negatività degli utenti verso un concorrente diretto può essere uno strumento per rafforzare le differenze e polarizzare il proprio posizionamento.
  4. Studiare le connessioni tra like ed enemies può realizzare una precisa mappa delle tendenze culturali e/o consumistiche.
  5. Dal punto di vista degli utenti, formare gruppi di nemici può essere d’aiuto per incanalare una inimicizia comune in una qualche forma di guerra. Detta così sembra una cosa terribilmente incivile, ma io penso a gruppi di attivisti che reclutano adepti nel nome di una causa comune, mentre spero sia più improbabile che un gruppo di detrattori scatenati vada sotto casa di Justin Bibier – primo nella classifica dell’odio – per riempirlo di botte!

Io, una fuoriserie (con Annina)

Fuori serieStrano posto (non-luogo, iper-luogo?) il web, partecipi a un concorso che perderai e guadagni un’intervista. [Sì, perché di vincere Enel Blogger Award non ho proprio speranze. Sono fuori dalla top five dei più votati e da tempo fuori dalla partita perché non ho pubblicato nulla per svariate settimane (ma come, non sapete perché? Leggete qui).] Quando Annalisa Vacca aka Annina, mi ha chiesto un’intervista per il suo programma su WR8 la mia prima reazione è stata di semplice stupore, cui è seguita un’egocentrica voglia di protagonismo, che ha infine lasciato spazio all’incertezza: e adesso che le racconto? Perché, diciamocelo, la prontezza di risposta non è mai stata una delle mie qualità. E non ho nemmeno una bella voce. Comunque, difficilmente mi lascio scappare la possibilità di fare una cosa nuova, perché ho l’insidioso pregio-difetto della curiosità. E così ieri è andata in onda la mia intervista per Fuoriserie con Annina, la trasmissione che punta i riflettori sui protagonisti del web social: youtuber, blogger, twitteri e non solo.

Cliccate qui per ascoltare la puntata di Fuoriserie con la mia intervista. 🙂

Sarebbe piaciuto al profeta della pop art, uno spazio virtuale senza regia in cui chiunque può diventare un personaggio e meritare un microfono acceso. Persino io.

Cinema che parla al cuore: The dark side of the Sun e il Camp Sundown

The dark side of the moon

The dark side of the Sun Quest’anno al Festival del cinema di Roma è stato presentato un documentario a cavallo tra realtà e animazione, The Dark Side of the Sun realizzato nel corso di tre anni all’interno di un progetto nato per raccontare con delicatezza il dramma sociale dei bambini lunari. Il documentario diretto da Carlo Shalom HintermannLorenzo Ceccotti, di cui potete vedere il trailer qua sotto, è stato realizzato seguendo partecipando in maniera attiva al Camp Sundown – un campo estivo fondato dai genitori di Katie, ragazza di 18 anni affetta da XP, una rara malattia della pelle che rende i raggi del sole nocivi e addirittura mortali.

The Dark Side Of The Sun | English Cinematic Trailer from Lorenzo Ceccotti on Vimeo.

L’iniziativa solidale Tra i protagonisti del documentario c’è Fatima, una ragazza di origini marocchine di ventidue anni che abita nella provincia di Torino con i genitori e altri due fratelli minori, entrambi malati come lei di XP. Nel 2010, grazie al progetto di Hintermann ha potuto partecipare al Camp Sundown: così le si è aperto tutto un nuovo mondo e ha potuto conoscere persone che vivono come lei una vita rovesciata. Quest’anno, grazie al crowdfunding, potrebbe tornarci. Partecipando al progetto su Eppela, chiunque può fare la sua piccola offerta per finanziare il volo per lei e i suoi familiari per New York. In cambio del vostro contributo, potrete ricevere la colonna sonora del film, il film stesso in copia digitale e per i grandi donatori è prevista addirittura una targa nella hall of fame del Camp Sundown. Un attimo… cos’è Eppela? Si tratta di un sito specializzato nella raccolta fondi a partire dal basso per progetti di vario tipo: artistici, imprenditoriali, solidali. La risposta made in Italy ad analoghi progetti statunitensi, per alcuni un modo creativo di realizzare i propri sogni, per molti il primo banco di prova per valutare come il mercato possa rispondere ad un’idea. Che siate visionari senza un soldo o persone comuni che cercano un modo per cambiare in meglio il mondo in cui vivono, ecco il posto giusto: Eppela.