Spero tutto bene. Storie di biglietti di sola andata #sperotuttobene

Spero tutto bene | Melania Romanelli

Una valigia stracolma, piena di cose utili e di cose che non serviranno a niente, se non a ricordare (le cose inutili sono le più importanti). Un cuore che sopporta in egual misura il peso dell’eccitazione e della paura, del desiderio di andare e di una prematura nostalgia. Un saluto mai abbastanza lungo. Un ultimo sguardo. È la scena – uguale – di tutte le partenze con un biglietto di sola andata. Partenze verso una terra promessa.

Spero tutto bene è il racconto dei racconti di ciò che viene dopo quella partenza, di un’unica grande promessa mantenuta: quella di costruire un nido lontano da casa. Trapiantare le radici e ricostruire se stessi contando soltanto sulle proprie capacità, sulla volontà di rinascere migliori. Uomini, donne, bambini, che dall’Italia al Canada hanno trascinato un giorno una valigia e un cuore pesanti e hanno avuto il coraggio di scrivere una storia diversa da quella dei propri genitori.

E poi, molto tempo dopo, quelle storie sono state raccolte da un’altra viaggiatrice, che seguendo la rotta di una atavica ricerca della felicità, ha avuto la sensibilità di metterle nero su bianco. Non è facile raccontare le storie degli altri – ci vuole discrezione e intimità, rispetto e sensibilità, un equilibrio raro, ma Melania Romanelli lo fa con la naturalezza di chi è capace di osservare e di sentire. Di chi è capace di immaginare molte vite diverse.

10 storie (più o meno) vere

Sono dieci racconti, storie di imprenditori e artisti, di mogli e di mariti, di nonni. Dieci storie di persone straordinarie, che – silenziosamente – hanno attraversato l’Oceano per una vita migliore.

Sono dieci stili diversi: dal ritratto in chiave di violono di Five lines, four spaces, all’abbraccio lirico di Avremo ragione e dalla lettera d’amore di We will sing the World al fugace incontro di Ci vediamo in piazza!. A ogni racconto corrisponde un colore diverso, un’emozione, una canzone. Le storie sono vere, ma la loro realtà è venata da qualche licenza alla fantasia: non sempre i fatti sono quelli realmente accaduti, ma sulle emozioni – su quelle non si può dubitare, perché attraversano la pagina per esplodere nel cuore di chi legge.

Sono dieci canzoni, di una ideale playlist che mette insieme John Lennon e Daniele Silvestri, in un remix di italiano e inglese che non ha paura di concedersi al dialetto. Una lingua ibrida, come quella di chi parla, pensa, sogna in un esperanto improvvisato. La lingua di chi non può smettere di provare nostalgia, ma ormai appartiene a due luoghi.

Due interviste. Il libro si conclude con un’appendice brevissima, quasi telegrafica. È l’intervista doppia a due fratelli di 27 e 23 anni, che – rispettivamente – hanno scelto di partire e di restare. Quando Melania chiede a Giovanni, che abita a Toronto, “Ti manca l’Italia?” la sua risposta è sorprendentemente saggia.

“Non più di quanto mi mancherebbe il Canada”

Dice Giovanni. E in otto parole fa il punto sulla tensione irrisolvibile di chi ha le radici in un luogo, ma fiorisce in un altro.

È uno solo il filo conduttore. È la storia di Melania a cucire insieme epoche e desideri diversi, è la sua penna a decidere il ritmo senza eccessi di protagonismo, con uno sguardo senza pregiudizi, ma colmo di curiosità.

“Ho scritto un libro. Vediamoci.”

Con Melania ho frequentato i tre anni della specialistica e nei tre anni successivi abbiamo condiviso lo stesso appartamento, la stessa cucina, camere separate ma sogni vicini. Per un po’ ci siamo perse di vista, mantenendoci in contatto in quel modo blando che i social sono tanto efficaci a tenere in piedi. Nel frattempo sono successe molte cose nei nostri cammini divergenti: qualche mese fa lei ha scelto di lasciare Roma – questa città che da un’eternità assorbe vite e individui e che ha assorbito anche me – e ha affrontato il suo viaggio dell’eroina.

Un giorno mi ha scritto, voleva vedermi e raccontarmi di Spero tutto bene, condividere con me le tracce del suo cammino. Quasi non riuscivo a trattenere l’emozione – che poi perché mi sentivo in dovere di trattenerla nessuno lo sa – quando ho preso in mano la prima stampa di prova del libro di Melania. Quanta fiducia e umiltà ci vogliono per dare a un’altra persona un pezzo di sè e per chiedere anche qualche consiglio? Mentre prendevo questo libro in mano l’emozione che non riuscivo a decifrare era gratitudine. Grazie Melania, per avermi regalato inattesa fiducia.

Ve lo racconto per dire che Melania è una tosta che spalanca le porte e che non ha paura di condividere le sue, di emozioni. E già solo per questo Spero tutto bene è un viaggio che dovreste fare.

Spero tutto bene anche voi

Da donna di marketing ho il vizio del target, così senza nemmeno volerlo ho cominciato a pensare: per chi è questo libro? Chi dovrebbe leggerlo?

Spero tutto bene non è un libro di viaggi come altri. Non si sofferma sui paesaggi, non visita le città. Invece entra nelle case, fotografa anime. Spero tutto bene è un viaggio nelle persone, non nei luoghi. Persone che hanno in comune un’esperienza – la migrazione – che oggi è temuta, odiata, rifiutata. I migranti che arrivano nel nostro Paese sono vissuti come un problema, un peso di cui farsi carico, i migranti che lasciano il nostro Paese sono vissuti come una vergogna, una perdita che non si può colmare.

Forse occorre ricordare che ogni migrazione è il sogno di una vita migliore, che ognuno ha il diritto di cercare la sua terra promessa. Che ogni persona che parte lascia qualcuno e qualcosa che ama, ma – se va tutto bene – trova presto qualcuno o qualcosa da amare. Che la vita è una forza travolgente, che si muove nella direzione di desideri e bisogni.

Che dovrebbe leggerlo, quindi? Dovrebbe leggerlo chi sta cercando la sua strada e in questa ricerca si è allontanato da casa lasciandosi dietro un mare, un oceano, montagne, deserti. Dovrebbe leggerlo chi aspetta qualcuno e sa che forse non tornerà, per scoprire che la casa è nel cuore di chi parte.

Dovrebbe leggerlo chi ha voglia di partire, ma anche chi sceglie di restare, perché alla fine ovunque andiamo è l’impegno a fare la differenza.

Dovrebbe leggerlo anche chi forse non lo capirebbe, chi mette like agli status di Salvini, chi ha votato Trump. Perché c’è sempre una speranza che la lingua delle emozioni sia universale.

Spero tutto bene è un abbraccio a distanza. E chi non ne ha bisogno?

Questo è il link a Spero tutto bene su Amazon, fatene buon uso!

Su “Una barca nel bosco” (e su come anch’io lo sono stata, un tempo)

Una barca nel bosco

Un paio di settimane fa sono stata a Cagliari per lavoro. È stata, in effetti, la prima volta che ho lavorato nella città nella quale sono nata. Ho lavorato soprattutto a Roma, ma mi è capitato di lavorare anche a Napoli, Milano, Torino, Bologna. Ho lavorato a Venezia, ho lavorato a Parigi – per una di quelle inderogabili “emergenze” del mondo digital che non possono aspettare nemmeno il tempo di una breve vacanza e che ti fanno girare per locali come in astinenza da wi-fi – e in generale ovunque avessi a disposizione un portatile e una connessione a internet. Non avevo mai lavorato nella città dove sono venuta al mondo e dove ho frequentato il liceo.

Forse è per questa ragione che attraversando le strade di Cagliari, tagliando da via Is Mirrionis fino a viale Trento e poi giù per viale Trieste fino alla stazione dei treni, ho percorso a ritroso la strada della memoria. Mentre sentivo per la prima volta che l’aria di Cagliari odora di salsedine e mare (che forse devi allontanarti molto, per tornare e riconoscere quell’odore, che non ci fai caso se tutti i giorni ti entra nelle narici) ho cominciato a sentire nelle mie gambe il cammino di quell’adolescente goffa che cercava la propria identità aggrappandosi forte a quella degli altri. Ho riascoltato frammenti di una conversazione, passata più di tredici anni fa.

Così mi è tornato alla mente Una barca nel bosco, che è stato il primo libro che ho letto sul mio Kindle, qualche mese fa. Mi è tornato alla mente perché è così che mi sentivo diciott’anni fa, quando ho iniziato il liceo e forse anche tredici anni fa, quando l’ho finito e ho lasciato il paese per non tornare più. Non venivo da una piccola isola nel Mediterraneo per studiare in una fredda città del Nord. Venivo da un paesotto nel mezzo del Campidano dove la terra si deprime – si dice così – sotto il livello del mare e da quella terra mi staccavo per avvicinarmi alla costa e alla città più vicina. A Cagliari mi sembrava di dover ricostruire da capo persino le mie più basilari idee del mondo – e in effetti così ho fatto: perché era l’adolescenza ed era il momento di mettere tutto in discussione.

Prima che qualsiasi altra cosa, mi sentivo aliena, mi sentivo una barca nel bosco, perché non avevo capito niente di vestiti e di moda (e più ci provavo e meno riuscivo a leggere il codice ermetico dei vestiti e delle scarpe), perché non avevo viaggiato abbastanza, perché non conoscevo i locali notturni cagliaritani, perché non andavo in giro in scooter. E soprattutto perché studiare non mi sembrava così male. Studiavo, in realtà, quasi solo le cose che mi piacevano. Nelle materie che non amavo mi trascinavo come il Leonardo di Caprio post-sbornia di The Wolf of Wall Street. Credevo che studiare sarebbe bastato per traghettarmi dalla provincia ai miei sogni (e se non è bastato di certo è servito, ma questa è un’altra storia).

A quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto anni sei solo una bozza (ma una bozza estremamente complessa) di quello che sarai e la cosa che ti preoccupa di più al mondo è trovare qualcun altro che ti comprenda. E provi a far scoppiare con le dita la solitudine gemella degli altri giovani alieni accanto a te, senza che ti riesca quasi mai.

Leggere il romanzo di Paola Mastracola, che nella scuola ci lavora da tanti anni, vedendo forse molte di queste barche desolate in mezzo ai loro boschi di solitudine, è stato come la mia passeggiata in una Cagliari sempre uguale dopo tredici anni. È stato come ripercorrere il passato e ridere di tutte quelle preoccupazioni sciocche che ci assillano quando passiamo cinque, sei ore al giorno chiusi in una stanza con altri venti alieni in tuta da ginnastica, con gli ormoni che si muovono nell’aria come palline dentro un flipper.

Tale William Davis ha scritto: “Il tipo di humor che amo è quello che mi fa ridere per cinque secondi e pensare per dieci minuti.”

Ecco, questo è ciò che ho provato leggendo Una barca nel bosco: con la storia di Gaspare, ho sentito a distanza di anni di non essere sola. Credo che se avete a che fare con ragazzi e ragazze adolescenti, questo romanzo potrebbe essere la macchina del tempo che vi serve per capirli un po’ di più. Buona lettura!

Il figlio di Bakunìn

Scarpe da minatore

E scoprirai quel che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.

Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn, Sellerio Editore Palermo

Prende i passi da qui l’avventura investigativa dell’invisibile narratore, che percorre il Campidano e la Marmilla per ricostruire la vita di un uomo che non ha mai conosciuto. Il racconto si fa e si disfa attraverso il telaio dei suoi incontri con le persone che hanno conosciuto Tullio Saba. L’uomo è uno, ma le lingue sono cento e ciascuna infila nella storia le sue allusioni e i suoi pregiudizi. Pochi ci mettono amore o qualcosa che si possa scambiare per tale. Tutti ci mettono le proprie vicende e un pezzettino di vita.

Ne viene fuori un ritratto affascinante, scritto in un italiano parlato in sardo. Tullio Saba è un eroe schiacciato dagli ideali, un malfattore, un seduttore senza né soldi né malizia; è un anarchico, un comunista, un minatore, un vagabondo, un artista. È tutto e niente, come potrete immaginare, ma se raschiate a fondo le parole di Sergio Atzeni, da qualche parte troverete il vostro Tullio Saba. Lo vedrete passeggiare nell’aria stanca di miniere e di paesaggi brulli, andare per paesi sempre uguali a ieri e far cadere la propria ombra sulle stradine strette del quartiere di Marina, a Cagliari.

Sono arrivata alla fine con la gola secca e il cuore stretto, per il mio Tullio Saba randagio e bisognoso di tozzo di affetto.

Non chiedetemi la sciocchezza di classificare questo libro con un tot di stelline, leggetelo e basta, che vi piacerà. E se non vi dovesse piacere, è colpa vostra che siete troppo continentali.

Questo non facciamolo vedere ai bambini, vi prego

tv

Silvia: Domenica scorsa sono stata al Festival delle Dieci Lune.
Cupofbrain: Come, ci sei stata domenica e ne parli oggi?
Silvia: Sì, ho il metabolismo lento.
Cupofbrain: In che senso?
Silvia: Nel senso che ci metto tanto a digerire le cose. È per questo che poi assimilo tutto. E ingrasso.
Cupofbrain: Che c’entra che ingrassi?
Silvia: Non c’entra. Volevo solo dire che una cosa successa domenica e un’altra successa prima si vanno a mescolare insieme e ci vuole tempo perché ne venga fuori qualcos’altro.
Cupofbrain: Hai bisogno di un bagno?
Silvia: Questa volta mi accontento di un blog.
Cupofbrain:  Ah, bene grazie. Molto umana. Dicevi di domenica?
Silvia: Domenica c’era il Festival e prima c’è stato l’affare di Vespa.
Cupofbrain: Quello di Porta a Porta?
Silvia: Quello.
Cupofbrain: Tu non stai bene.
Silvia: Te l’ho detto che ho la digestione lenta.
Cupofbrain: E allora?
Silvia: E allora al Festival delle Dieci Lune c’era Saverio Raimondo.
Cupofbrain: E chi è?
Silvia: Un comico satirico. Ha iniziato dicendo che la satira è come il sesso: più se ne parla e meno si fa. E in Italia si parla un sacco della satira. C’è un acceso, equilibrato, rappresentativo, democratico dibattito sulla satira. Che cos’è, a cosa serve, dove porta, quanto costa al chilo, ma sopra ogni altra cosa: quali sono i limiti della satira? Essì, questa cosa dei limiti interessa proprio tutti. È ovvio, dai. Non si scherza sulla religione, perché è irriverente e qualcuno si potrebbe pure offendere. Non si scherza sulle malattie, perché non sono mica una cosa da ridere. Non si scherza sulla famiglia, sull’eterosessualità, sull’omosessualità, sulla metrosessualità ed è meglio non parlare di masturbazione. Alla fine della fiera dei limiti, non rimane che guardarsi l’ombelico e ridere forte. Ma non troppo forte, non sia mai si offenda, pure lui: è solo un povero buchetto in una pancia rotonda, che di colpe non ne ha. Anzi, quando eravamo solo dei fagiolini è stato essenziale per mantenerci in vita.
Cupofbrain: Mi sembra che ti sia persa.
Silvia: No, non io. Ci siamo persi tutti. Comunque il punto è che i media italiani sono ossessionati dal politically correct, come se temessero che la ragione degli spettatori non arrivi a distinguere lo scherzo dalla cosa sulla quale si scherza. Ma secondo te una risata può essere politicamente corretta? Una cosa che ti fa ragliare come un asino, che ti imporpora le guance, che ti scompone tutto e se non stai attento ti fa pure pisciare sotto… questa cosa qui, può essere politicamente corretta?
Cupofbrain: È una domanda retorica?
Silvia: Be’ sì. Insomma, ci espone in tutta la nostra fisicità, la risata. È dissacrante. Come fai a contenerla? Invece qui si fa di tutto per metterle il vestito buono, per darle un valore più alto, per investirla di impegno sociale e trasformarla nell’ennesimo pulpito. O al contrario, per renderla grossolana e provincialotta. In entrambi casi si prova a disinnescarla. Perché la risata ha una controindicazione: ti spinge a pensare. Invece abbiamo questo retaggio culturale, che ci dice che il pensiero è appannaggio di pochi – per carità, tra quei pochi chi parla si include sempre – ed è una cosa serissima, così ci sentiamo in dovere di ripulire la satira. E non solo quella.
Cupofbrain: Cos’altro? Porta a Porta?
Silvia: Sì, anche. Esattamente.
Cupofbrain: Dai, su! Vespa se le merita le mazziate. Vorrai mica difenderlo?
Silvia: Sì. Be’ non in assoluto, sempre. Solo per questa volta.
Cupofbrain: Non starai mica pensando a quando ha ospitato Riina Junior?
Silvia: Esatto.
Cupofbrain: No, vabbè… ma non hai sentito la Guzzantessa? Tu stai fuori.
Silvia: Può darsi, ma ascolta.
Cupofbrain: Non posso fare altrimenti.
Silvia: E infatti. Tu l’hai vista l’intervista? Ecco, a me è non è sembrato che ne venisse fuori l’immagine di una persona equilibrata, da cui prendere esempio. Non ho pensato: “Oh, ma che tipo interessante. Quasi quasi mi compro il libro.” E poi diciamocelo: l’italiano medio legge un libro l’anno, possibile che scelga proprio questo?
Cupofbrain: Be’ la vedo dura.
Silvia: Infatti. Penso che ognuno abbia saputo trarre le sue conclusioni, vedendolo. Negli Stati Uniti intervistare persone che provengono dal mondo della criminalità è normale. Non è apologia, è informazione. Ogni uomo è nudo davanti alla nostra facoltà di giudizio. Non credo che abbiamo bisogno di uno schermo protettivo davanti al figlio di un mafioso.
Cupofbrain: Se magari Vespa l’avesse incalzato di più…
Silvia: Vespa è Vespa. Ha fatto Vespa. Ma non sono mancati gli spunti.
Cupofbrain: E se qualcuno non sapesse ragionare con la sua testa?
Silvia: Ci eleggiamo tutori di ogni cretino in questo Paese? Forse dovremmo un po’ superare questa concezione pedagogica, farci venire il dubbio che per far crescere le persone bisogna metterle nelle condizioni di pensare. Ma se tu vuoi insegnare a un bambino a mangiare una mela gliela fai a pezzi oppure gli dai una mela e un coltello?
Cupofbrain: Dipende, se vuoi che sia autonomo…
Silvia: Appunto! A forza di avere mele e coltelli il bambino imparerà come deve fare. Invece, nella televisione italiana c’è sempre qualcuno che la mela prova a offrirtela già sotto forma di bolo alimentare, qualcuno che pensa che per farti meno male sarà meglio darti un paio di forbici dalla punta arrotondata – sbucciare la frutta sarà un casino, ma almeno non ti farai male! – e qualcuno che pensa che a questo punto è meglio mettere via le mele e nutrirti di sola uva, che non si deve sbucciare.
Cupofbrain: Mia madre da piccola mi sbucciava pure l’uva.
Silvia: Sei patologica. Comunque, così funziona il cervello: se vuoi che la gente usi la testa devi darle qualcosa su cui riflettere. Purtroppo molte persone, sempre tra quelle che ritengono di essere in grado di pensare, considerano la maggioranza incapace di farlo e così la vorrebbero affamare, pur di proteggerne la supposta minorità mentale. Invece dovremmo prenderci la libertà di comunicare presupponendo l’intelligenza altrui.
Cupofbrain: Funzionerebbe?
Silvia: Non possiamo saperlo. Ma è vero il contrario, che a forza di ipotizzare la stupidità generale ci si ottunde.

Mani buone per impastare

Mani buone per impastare di Slawka G. Scarso, Blonk (2014)

I vicini di casa hanno sempre stimolato la mia immaginazione. Vite così diverse dalla mia, misteriosamente lontane nonostante la prossimità fisica. Ho imparato vivendo in città che di certe persone ti sembra di cogliere tutta la vita, da un pugno di dettagli e di parole origliate. Una volta avevo anche pensato di scrivere un racconto su due vicini che non si incontrano mai. Non l’ho mai fatto.

Invece Slawka G. Scarso ha scritto un’intera raccolta sui vicini e sul loro modo di conoscersi attraverso le cortine delle finestre, gli spioncini della serratura, i pianerottoli e le trombe delle scale. Mani buone per impastare è questo: otto racconti e una manciata di intermezzi parodici sui vicini di casa.

Mani buone per impastare

Leggerli mi ha fatto fatto pensare a quella casa in via Genzano, dove la grande finestra si affacciava sulla camera di un uomo sull’altro lato della strada: tramite questi enormi occhi sul muro dei palazzi potevamo sbirciare le nostre rispettive vite. Fino al giorno in cui la mia festa di compleanno è stata interrotta da uno spettacolo un po’ porno e ho capito che se lui non aveva bisogno di tende, io dovevo assolutamente comprarne una. E quella casa a San Giovanni, dove un giorno una vecchia signora ha scelto di morire e il suo corpo rotondo è passato davanti alla mia finestra, mentre studiavo sociologia. Mi ha ricordato Elsamorante (quella col nome tutto attaccato, dal pelo nero e il corpo snello ed elegante) che non è mai più tornata dalla casa dei miei in Sardegna.

Le storie e i personaggi di Slawka sono così assolutamente realistici, che spalancano le porte della memoria sulle tante persone che ho sfiorato solo per caso in appartamenti che sono stati miei solo per poco. Nei racconti di Mani buone per impastare c’è la curiosità a volte infantile, a volte morbosa che nutriamo per le persone di cui sappiamo troppo – ma ancora poco. C’è l’innocenza di certi piccoli fraintendimenti e anche una manciata abbondante di follia, c’è il malinconico mistero del passarsi davanti tutti i giorni senza davvero comprendersi mai.

Tutto questo in una scrittura leggera, agile e camaleontica che raccoglie le voci dei vicini senza emettere mai un fiato o un lamento, senza gridare un giudizio – per non fare scoprire il nascondiglio discreto dei suoi sguardi.

Siamo o non siamo Charlie Hebdo?

Da ieri su Facebook, su Twitter, su Instagram tutti sono diventati Charlie Hebdo.

Je Suis Charlie

A qualcuno questa cosa del brusio social che si riunisce all’improvviso intorno a un valore condiviso in un unico messaggio di lutto, uno solo, fa scattare immediatamente un impellente prurito intellettuale. Pare sia fisiologico. Così bisogna grattarsi fuori dal coro e dire che tutte le persone che #JeSuisCharlie sono un gregge di pecore. E quel gregge, per il fatto stesso di essere gregge, non è Charlie Hebdo.

Lo ha scritto Amlo, con la sua limpida sguaiatezza, e più pacatamente Fabio Chiusi su Wired. Leggendo i due articoli è venuto un po’ di prurito anche a me, lo confesso. Quel prurito che mi viene quando penso che stiamo guardando il dito senza vedere la luna.

Non credo che sia necessario avere la tessera dell’anticonformismo (sentite l’ossimoro? io un pochino sì) per schierarsi dalla parte della libertà di satira. Io credo che la libertà di satira faccia parte della libertà di pensiero e sia fondamentale per sviluppare una dialettica democratica. Detto in altre parole, tra le più citate a mondo e, pare erroneamente, attribuite a Voltaire:

“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.”

È per questo e nessun altro motivo che io posso essere Charlie Hebdo, che tutti dovremmo esserlo.

Per uscire dal tunnel dei proclami di ideali, farò un esempio. Personalmente sono agnostica, ma credo che dovremmo imparare la differenza tra una religione – qualsiasi religione – e le sue strumentalizzazioni politiche. Per questo non mi piacciono le vignette di Charlie Hebdo con Maometto o la trinità cristiana, mentre apprezzo la vignetta che Jenus ha dedicato al tragico avvenimento di ieri. Questo ha a che fare con la mia sensibilità e il mio pensiero, ma non mi impedisce di credere che dobbiamo, tutti insieme, difendere la libertà di fare satira su religione, politica e ogni altra cosa rappresenti la cultura dominante, perché la comprensione del mondo nasce dal confronto tra pensieri divergenti.

Una vignetta è pensiero. Un colpo di kalashnikov è violenza. #JeSuisCharlie è una presa di coscienza: sta a noi mantenerla viva.

 

 

Martin Eden

Martin Eden di Jack London, La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso Editore

Ho incontrato questo libro alcuni anni fa in un mercatino. Mentre lo  soppesavo con aria distratta, cercando di capire sulla base dei grammi di carta e inchiostro quanto potesse interessarmi, sono stata sorpresa da un amico: “Martin Eden! È il mio preferito di sempre!”. C’erano, forse, anche altri punti esclamativi nel suo entusiasmo. Così Martin Eden si è guadagnato un posto prima nella mia borsa e poi in uno scaffale. È rimasto nascosto in un angolo di libreria, tutto solo e racchiuso nella sua carta da edizione economica precocemente invecchiata. Si è fatto leggere un certo numero di anni dopo, corrispondenti a poche settimane fa. E questo perché sapeva che era il suo momento.  Martin Eden di Jack London

 

Martin Eden è una storia infelice, che ha fatto breccia con un piccolo tarlo nella mia felicità. Lui, il protagonista del libro, è un giovane marinaio californiano che nonostante la sua età ha già vissuto molte vite. E c’è una lei di cui si innamora nell’istante esatto in cui la vede. Solo che Martin Eden non è una storia d’amore; lo è forse solo in parte, nella misura in cui l’amore è la scintilla che spinge il protagonista a intraprendere il suo viaggio. Il fatto è che lei, nel suo benessere alto borghese, sembra porsi troppo in alto per Martin, che da quel momento è spinto dall’ambizione di elevarsi fino a raggiungerla.

Ora, che Martin sia (emotivamente) un povero fesso e abbia decisamente sopravvalutato la sua bella, che da tanti piccoli indizi risulta un po’ insulsa tra le righe di Jack London, lo si era capito subito. Comunque la cura di Cupido e la determinazione gli danno una forza quasi sovraumana per perseguire la sua ossessione. Remando contro ogni buonsenso e contro i consigli di mezzo mondo, lui non mira a raffazzonare un’istruzione da autodidatta per cercare un lavoro come impiegato, ma mira a diventare uno scrittore. Quindi, Martin Eden parla di un marinaio che smette di andare per mare e decide di diventare uno scrittore. Incidentalmente, c’è anche l’amore. Solo che la vera missione di Martin, persino prima che lui se ne accorga, smette di essere la conquista dell’amata, per diventare una sfida radicale contro la società.

Martin vuole essere ammesso al mondo borghese e intellettuale. La sua è una lotta all’ultimo sangue per la realizzazione dell’individuo contro la dialettica delle classi. Lo vedi mentre è impegnato a scrivere e sopravvivere alla povertà: ti sembra Atlante con il mondo sulle spalle, fatica ma non molla, sopporta tutto con orgoglio e crede sempre, disperatamente, che il suo successo sia a un passo di distanza.

Lo è, in effetti, ma per Jack London non c’è felicità nella sua hybris, ma solo un abisso di solitudine. “Avresti dovuto redimerti” dice, severo, l’autore al suo personaggio sventurato “invece hai cercato una rivalsa.” La fine di questo romanzo non vi piacerà: a me non è piaciuta. Eppure, è vero: è ruvida, la vita, per chi si allontana troppo dalle proprie origini e manomette la bussola della propria identità, mentre l’estraneità degli altri diventa estraneità a se stessi.

Comunque, anche se vorrei andare da Jack London e chiedergli la cortesia un finale diverso per questo ragazzo, Martin Eden ha rimesso in moto dentro di me il desiderio di scrivere. L’urgenza di dire: posso.

Venuto al mondo: più che una recensione, una confessione

Margaret Mazzantini: Venuto al mondo

La copertina del libro Venuto al mondo e l’autrice, Margaret Mazzantini

Ho cominciato a leggere Venuto al mondo con un interesse un po’ pigro e una, conseguente, lentezza preoccupante. Una giornalista di mezza età, la Bosnia ai tempi della guerra, sprazzi di una Roma (bene) che riconosco a fatica: scorrono le pagine e il mio interesse resta sempre un passo indietro.

Non comprendo la distanza dal mondo della protagonista, che sfiora la commedia e la tragedia umana con lo stesso distacco cupo. Un sentore amaro riecheggia anche tra le pagine che parlano d’amore. Non capisco a cosa aggrapparmi, quale personaggio abbracciare, mentre il tempo narrato sembra appiattirsi in un elenco di avvenimenti privi di scelta. Il senso del dovere supera il desiderio, le decisioni chiave colano via come se fossero obblighi.

Un lasciarsi vivere quasi atarassico, mentre il mondo intorno freme di vita e di morte.

Fino a quando un’ossessione di maternità diventa l’unica guida, fino a quando il desiderio d’amore si trasforma in forza corrosiva e distruttiva. Allora, solo allora, ho provato a camminare di fianco alla protagonista del libro, a capire le sue emozioni, a soffrire con lei (gioire no, mai). Quando tutta la sua vita si restringeva in quell’unica, grande e minuscola pulsione ovarica, allora ho sentito che sarei potuta essere io quella donna sterile e insapore. Poteva essere mio quel desiderio accecante, poteva essere mia quell’incompletezza biologica che trasforma il ventre in una piccola tomba.

Ho sofferto con lei, ho pianto. Un giorno, sulla metro piena di gente, mentre ero totalmente immersa nella lettura, ho sentito le viscere stringersi e rovesciarsi davanti all’insostenibilità di quello che leggevo. Era la scelta più perversa che lei potesse fare. Eppure era lì, era già scritto. Ho sollevato gli occhi, e mentre guardavo un signore davanti a me, ho sentito un conato di vomito – se sono arrabbiata mi succede, a volte: tutta la rabbia si muove dalla bocca dello stomaco, come un veleno. Ho deglutito forzandomi ad abbassare di nuovo lo sguardo sulle parole di Margaret Mazzantini. Da lì, ero sua. Scossa, furiosa, curiosa: volevo solo sapere fino a che punto sarebbe arrivata questa storia, volevo solo essere spinta sul ciglio del burrone per guardare di sotto.

Una notte, con l’abat-jour accesa, sono rimasta sveglia a leggere per ore, mentre Davide dormiva accanto a me. Mi sono arrabbiata, ho sbattuto il libro sul comodino a poco più di un centinaio di pagine dalla fine; nel frattempo Davide si lamentava, io gli chiedevo scusa, ma poi allungavo la mano per gettarmi nel precipizio di quel libro.

Sono arrivata alla fine, piangendo, la mattina dopo. Senza asciugare le lacrime che scendevano in silenzio. L’estrema crudeltà della conclusione si sovrapponeva ai volti biondi e sorridenti dei ragazzini bosniaci che erano sfollati nel mio paese, venti anni fa. Era tutto distrutto, a cominciare dalla mia rabbia di prima. Restavano solo i brividi d’orrore.

Sono andata a singhiozzare da quell’incarnazione della pazienza alta un metro e novanta che vive con me. Non so se leggerò più un libro della Mazzantini, ma questo romanzo intriso di paure, ossessione e malvagità umana è passato come un aratro dentro di me e credo proprio che non lo dimenticherò mai.

Neuromarketing: perché il marketing non può fare a meno della psicologia

 Martin Lindstrom: l'autore di Neuromarketing

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

“Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti.”

(John Wanamaker)

La frase, pronunciata oltre cento anni fa da uno dei pionieri del marketing, è ancora attuale: sappiamo che l’advertising influenza l’acquisto, ma non sappiamo definire con certezza in che misura sia efficace. Neuromarketing di Martin Lindstrom, che in inglese porta un titolo meno pretenzioso e più giocoso, Buyology, cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa coinvolge davvero il consumatore spingendolo all’acquisto? Per trovare una soluzione al problema, Lindstrom utilizza la neuropsicologia, studio dei processi cognitivi tramite l’analisi delle onde cerebrali e dell’attività elettrica nel cervello.

Dal tabacco ai negozi Abercrombie, fino alla suoneria Nokia, l’autore ha analizzato questioni legate alla pubblicità svolgendo esperimenti di neuromarketing tramite le scansioni SST e fMRI. Basandosi su questi studi, ogni capitolo del libro spiega un diverso meccanismo psicologico oppure analizza un luogo comune della pubblicità: quanto vende il sesso? Esistono i messaggi subliminali? Il product placement funziona? Le immagini shock sui pacchetti delle sigarette hanno davvero il potere di distogliere i consumatori dal fumo

Con una incrollabile fede nelle scienza e consapevole di quanto siano complessi i processi decisionali ed empatici sui quali si basa l’acquisto, Lindstrom porta l’attenzione sull’inscindibile rapporto tra la conoscenza della psicologia umana e le iniziative pubblicitarie. 

Il libro è ambizioso e il tema non proprio semplicissimo, ma l’approccio è leggero e lo stile dell’autore rende avvincenti anche le argomentazioni scientifiche. Ho letto queste 200 pagine e poco più con la stessa curiosità che riservo a una bella storia e consiglierei la lettura anche a chi non è del settore e da consumatore vorrebbe capirci qualcosa. Soprattutto, lo consiglierei a tutti quelli che pensano che basti scrivere Clicca qui perché gli utenti siano chiamati all’azione, senza fornire a questi ultimi nessuna reale motivazione per farlo.

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Copertina del libro Neuromarketing

Martin Lindstrom, Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d’acquisto – Titolo originale: Buyology

Le strade della memoria, le storie, la storia

Il protagonista del libro che sto leggendo, che si chiama T. D. Lemon Novecento ed è uscito dalla penna di Baricco, era uno che credeva nella potenza dei racconti: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva. Io credo che sui racconti si basi la nostra identità. Non sulla storia, ma sulle storie: sull’intreccio di punti di vista piuttosto che sullo sguardo obiettivo, sul senso che abbiamo saputo dare alle cose che sono successe, piuttosto che sui crudi avvenimenti.

Vale per gli individui e vale per i gruppi sociali: una famiglia è tutta riassunta nella scena del rito matrimoniale ripetuta davanti a un voluminoso album fotografico, un paese è nei racconti di guerra di un ottantenne, una chiesa è nella storia di un santo e dei suoi miracoli. Qual è la prima storia che vi viene in mente se vi chiedono di raccontare la città in cui siete nati? La prima storia che raccontereste sull’Italia e sugli italiani a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare (e che, con un po’ di fortuna, non abbia sentito nemmeno parlare del bunga bunga di Berlusconi)?

Cacheu in Guinea Bissau

Cacheu, in Guinea Bissau

La memoria ci tiene uniti e ci indica la strada: il collante tra passato e presente è la materia prima dei musei comunitari, nati per raccontare le vicende storiche di una comunità da un punto di vista interno ad essa. Sono musei vivi, che nel mantenere il ricordo di una storia, comunicano al resto del mondo l’essenza della comunità di persone che li hanno voluti.

Due esempi di questo modo di valorizzare i territori e la cultura indigena sono il museo comunitario di Cupilco, in Messico, e quello di Cacheu, in Guinea Bissau. Il primo è nato per raccontare l’esperienza di una comunità indigena locale (azteca in territorio maya), che intorno alla religiosità popolare ha mantenuto una forte coesione sociale, sviluppando addirittura un proprio sistema di welfare. Il secondo museo, invece, riutilizza le strutture architettoniche che venivano usate nella tratta degli schiavi africani, trasformandole in luoghi della memoria.

Questi due musei comunitari saranno al centro del seminario che si svolgerà mercoledì 18 settembre allo IULM di Milano presso l’aula seminari del VI piano. Religiosità popolare, resistenza culturale alla modernizzazione e legame tra cultura e territorio saranno alcuni dei temi affrontati dai relatori del seminario – antropologi, storici e altri studiosi chiamati a intervenire dalle più importanti università italiane.

Se vuoi dare un’occhiata all’evento, puoi trovare tutte le informazioni e scaricare la locandina, dalla sezione news sito dello IULM.

Cupilco in Messico

Cupilco, nel Messico sud-orientale