Le strade della memoria, le storie, la storia

Il protagonista del libro che sto leggendo, che si chiama T. D. Lemon Novecento ed è uscito dalla penna di Baricco, era uno che credeva nella potenza dei racconti: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva. Io credo che sui racconti si basi la nostra identità. Non sulla storia, ma sulle storie: sull’intreccio di punti di vista piuttosto che sullo sguardo obiettivo, sul senso che abbiamo saputo dare alle cose che sono successe, piuttosto che sui crudi avvenimenti.

Vale per gli individui e vale per i gruppi sociali: una famiglia è tutta riassunta nella scena del rito matrimoniale ripetuta davanti a un voluminoso album fotografico, un paese è nei racconti di guerra di un ottantenne, una chiesa è nella storia di un santo e dei suoi miracoli. Qual è la prima storia che vi viene in mente se vi chiedono di raccontare la città in cui siete nati? La prima storia che raccontereste sull’Italia e sugli italiani a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare (e che, con un po’ di fortuna, non abbia sentito nemmeno parlare del bunga bunga di Berlusconi)?

Cacheu in Guinea Bissau

Cacheu, in Guinea Bissau

La memoria ci tiene uniti e ci indica la strada: il collante tra passato e presente è la materia prima dei musei comunitari, nati per raccontare le vicende storiche di una comunità da un punto di vista interno ad essa. Sono musei vivi, che nel mantenere il ricordo di una storia, comunicano al resto del mondo l’essenza della comunità di persone che li hanno voluti.

Due esempi di questo modo di valorizzare i territori e la cultura indigena sono il museo comunitario di Cupilco, in Messico, e quello di Cacheu, in Guinea Bissau. Il primo è nato per raccontare l’esperienza di una comunità indigena locale (azteca in territorio maya), che intorno alla religiosità popolare ha mantenuto una forte coesione sociale, sviluppando addirittura un proprio sistema di welfare. Il secondo museo, invece, riutilizza le strutture architettoniche che venivano usate nella tratta degli schiavi africani, trasformandole in luoghi della memoria.

Questi due musei comunitari saranno al centro del seminario che si svolgerà mercoledì 18 settembre allo IULM di Milano presso l’aula seminari del VI piano. Religiosità popolare, resistenza culturale alla modernizzazione e legame tra cultura e territorio saranno alcuni dei temi affrontati dai relatori del seminario – antropologi, storici e altri studiosi chiamati a intervenire dalle più importanti università italiane.

Se vuoi dare un’occhiata all’evento, puoi trovare tutte le informazioni e scaricare la locandina, dalla sezione news sito dello IULM.

Cupilco in Messico

Cupilco, nel Messico sud-orientale

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda – Leader della Soka Gakkai Internazionale

Questa non è una recensione qualsiasi, sia perché ho impiegato un po’ di tempo a tirare le fila di molti pensieri sparsi, sia perché si tratta di uno sconfinamento tematico sicuramente inconsueto. Con la scusa della monoporzione cerebrale, ho abituato chi mi legge a curiosi voli pindarici, seguendo una linea disegnata dai miei pensieri e dalla mia vita. In altre parole, questo blog è un gigantesco cartello con su scritto: “Chi mi ama mi segua“.

Non avevo mai parlato di religione, prima d’ora, perché è da più di un decennio che ho ibernato questo tema definendomi agnostica. Verso i sedici anni l’infantile e sicuramente ingenua curiosità verso le religioni si è disciolta nell’interesse adolescenziale per il pensiero speculativo della filosofia: stavo ancora cercando un senso, ma avevo deciso di cambiare metodo.

Conosco molte persone che, crescendo, si sono spostate da un ovvio cattolicesimo imposto quasi per natura, a correnti di pensiero che negano la religione. Tra la sospensione di giudizio agnostica e la negazione della trascendenza propria degli atei, mi è capitato di incrociare alcune persone che hanno scelto la strada orientale del buddismo. Persino la mia cantante preferita è buddista. Secondo L’Espresso, la comunità italiana è la più grande d’Europa, con circa oltre 70.000 fedeli.

Mi interessa la conversione come scelta consapevole e mi interessa ancora di più capire come la pratica di una delle religioni più antiche del mondo possa generare senso per un italiano del 2013. Così, mi hanno consigliato di leggere La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda.

A questa lunga premessa devo aggiungere di non essere buddista e mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze o fraintendimenti, che spero vogliate segnalarmi.

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

 

Chi mi ha prestato il libro ha avuto cura di farmi partire psicologicamente attrezzata, dicendomi che sarebbe stata una lettura complessa. Sicuramente non poteva essere altrimenti, perché La vita mistero prezioso mette in ordine i principi cardine del buddismo di Nichiren, coniugandoli con il progresso scientifico e il pensiero dei grandi filosofi occidentali. Filosofo buddista e presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda è molto bravo ad avvicinarsi al lettore americano ed europeo facendo riferimento al suo universo culturale, usando ad esempio le categorie kantiane e i principi della psicologia junghiana come ganci sui quali costruire l’immagine della visione buddista del tempo, dello spazio, della vita e della morte.

Superata l’iniziale diffidenza verso il titolo (avrei preferito una traduzione più fedele all’originale giapponese, Seimei O Kataru, che significa Dialogo sulla vita e ha un suo fascino classico), ho iniziato ad apprezzare lo sguardo olistico di Ikeda, che spazia in qualunque ambito della cultura in maniera divulgativa, ma mai banale, per ricondurre ogni fenomeno a una visione unificante.

La differenza fondamentale tra i tre grandi monoteismi figli del ceppo ebraico e il buddismo è una concezione immanente della divinità. La forza vitale permea l’intero universo in un grande respiro e non ha bisogno di essere creata: in un certo senso tutto è sacro e non esiste nessun dio trascendente al quale rivolgere le proprie preghiere.

Se ragioniamo in termini di principi morali, la compassione buddista e quella cristiana non sono poi così distanti: entrambe si basano sulla comprensione profonda dei sentimenti dell’altro. Se portiamo il nostro ragionamento a un livello etico, vediamo che le fondamenta sono rovesciate: poiché il cristiano deve la propria vita a un dio, il suo comportamento sarà sempre eterodiretto, il buddista al contrario vede nella sua vita la realizzazione effettiva di una serie di cause che si sono attivate nel passato, in una concatenazione che unisce qualunque tempo, qualunque luogo, qualunque ambito fenomenico. A beneficiarne è il senso di responsabilità verso se stessi, verso la propria vita, verso gli altri.

In una società in cui l’individuo è contemporaneamente un atomo e il nodo di una rete, la filosofia buddista aiuta a restituire all’uomo la forza di agente nella storia. La fiducia nel futuro non è tanto riposta nella prossima vita, ma nel conseguimento della felicità spirituale nel presente all’interno del fluido panta rei. Il buddismo non è una comoda giustificazione religiosa dell’individualismo, ma il suo superamento attraverso la costruzione non egoiostica del proprio ruolo nel mondo.

Credo che nel libro di Ikeda ci siano gli elementi fondamentali per capire la ragione per cui oggi molti italiani si rivolgono alla fede buddista. Mi chiedo se, al di là della fede stessa, il buddismo non possa essere una visione equilibrata e serena sulla quale basare un’etica non religiosa del fare e dell’autoconsapevolezza.

Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

La copertina di Viral Video

Viral Video – La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c’è scritto “Campaign & community manager” e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: “Mi occupo di social video advertising”. Sguardo vacuo. “In pratica”, continuo con pazienza, “distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network.” A questo punto, l’ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i “vecchi blog”di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c’è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire “social” e “viral”, ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c’è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c’entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

The king: come deve essere un video per aver avere il potenziale per diventare virale?

In Ebuzzing (quindi gli autori di questo libro) ci occupiamo di generare viralità e condivisione social dei video tramite la distribuzione, quindi la creatività la lasciamo a qualcun altro. Ciononostante un’idea di quello che funziona meglio gli autori del libro se la sono fatta e così ecco in sintesi le 7 golden rules per la creazione di un video a forte potenziale di impatto social.

1) La storia è più rilevante del prodotto, il quale appare alla fine o non appare affatto

2) Per conquistare l’utente bisogna attirare l’attenzione entro i primi 5 secondi

3) Per coinvolgere l’utente bisogna alternare tristezza e gioia creando delle montagne russe emozionali

4) Per generare curiosità bisogna distribuire il video in una fase iniziale a trendsetter e influencer

5) Per generare un effetto positivo bisogna sorprendere senza scioccare

6) Per scatenare un effetto virale bisogna raggiungere il tipping point entro 24/48 ore

7) Le condivisioni sui social contano esponenzialmente del dato nudo e crudo delle visualizzazioni.

Non aggiungo altro per lasciare tra le pagine del libro qualche buon motivo per acquistarlo e leggerlo: potete trovarlo già in libreria o, se preferite, acquistarlo sul sito dell’editore Fausto Lupetti.

Viral video: nessun gattino

Il Post Scriptum nell’introduzione del libro Viral Video

Niente gattini in copertina? Hmmm… non proprio, non posso evitare di notare il meme che riporta proprio a un famoso gattino digitale: Nyan Cat (probabilmente uno dei più irritanti video virali mai usciti).

Questa Storia – Note a margine del testo

Questa storia di Alessandro Baricco

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l’auto, le ruote, l’erba

Quando amo uno scrittore lo consumo fino all’ultima riga che ha scritto per sbaglio dietro uno scontrino mentre faceva la fila alla posta, è risaputo.

Amo Alessandro Baricco, per il suo stile, per le cose che dice, forse addirittura per una certa vanità autocompiaciuta di cui adorna parole e gesti e che lo rende antipatico a molti. Anche questo è risaputo.

Che poi mi vergognassi a pubblicare la terza recensione di Baricco in meno di un anno, questo non lo sa nessuno, ma alla fine che male c’è a confessare di essere monomaniacali? Sono, alla fine, una donna che da dimostrazione di saper essere fedele.

Così, dopo Mr. Gwyn (che ha degnamente aperto il mio 2012 letterario) ed Emmaus (che mi sono sforzata di non capire, anche se qualche volta mi ha fatta inciampare su me stessa), devo ammettere di aver passato un po’ di tempo con Questa Storia e di aver ricavato da questo libro un intero sciame di suggestioni che continuano, dopo alcuni mesi, a ronzarmi in testa. Così, in differita, ho deciso di raccogliere alcune note a margine.

Nota numero uno: “quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri”

Io non so che padre abbia avuto Baricco o che strade abbia percorso quando era ragazzino, ma questa frase sembra il ritratto di mio padre, del rapporto che avevo con lui da bambina e del modo in cui mi ha fatta crescere. O forse, meglio, ha lasciato che crescessi a fianco a lui.

In quella severità, e in quell’assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

Mio padre era così quando ero piccola. Nuotava al largo e lasciava che lo seguissi, senza invitarmi a farlo e senza nemmeno dirmi di andare via quando l’acqua era troppo alta. Io annaspavo verso di lui perché erano i soli momenti esclusivamente nostri, e lui nemmeno si girava a guardarmi. Ero piccola e goffa e per forza di cose restavo indietro. Più di una volta, a dirla tutta, ho rischiato di morire affogata. Non è che mio padre fosse distratto o egoista, non è che fosse incosciente come gli gridò una volta una sconosciuta sulla spiaggia affollata, solo, si aspettava che io gli stessi dietro senza bisogno di controllare. E alla fine, io per non morire ho imparato a nuotare.

Nota numero due: “Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando”

Per tutte quelle volte in cui ho desiderato di tuffarmi nel passato, per tutte quelle volte in cui mi sono seduta sulal sponda del fiume e ho aspettato che venisse il mio momento. Per questo momento, in cui non devo accettare di fermarmi con l’alibi dell’attesa e del ricordo.

Questa è forse l’idea che con più forza mi ha colpita.

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

Nota numero tre: “Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu.”

E qui non c’è niente da aggiungere. Questa è da tenere a mente e basta.

Il giorno prima della felicità

Erri De Luca, Il giorno prima della felicitàErri De Luca, Il giorno prima della felicità

Leggere Erri De Luca è un piacere che scorre lento nelle parole centellinate con il giusto equilibrio. Un piacere di cose non dette e di forme di vita che si affacciano tra le parentesi della storia narrata. Alla fine ci si sente in pace, quieti. L’ultima pagina contiene allo stesso tempo una soddisfazione e un’attesa, un orgasmo letterario e una risacca dell’anima. Io mi sento troppo volgare e inadatta, nello spazio frettoloso di questo blog, a riportarne l’essenza.

Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità

Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

Quasi mi vergogno a dirlo – ma insomma, come negarlo – alcune delle parole che mi hanno colpita di più, si trovano in due facciate dello stesso foglio e parlano dell’assoluta, sconvolgente, devastante verità del primo amore.

Nella calma spigolosa e pulita di questo libro, ci ben altre cose che colpiscono l’immaginazione e stupiscono: la descrizione di una Napoli che sembra fatta di carne viva e la scoperta di una sessualità che sembra fatta di spiriti eterei. C’è la capacità di catturare l’anima dei napoletani agganciando la storia del passato ai suoni musicali del dialetto, le miserie portate con fermo orgoglio e la volontà di riemergere dai sotterranei della povertà. Ci sono coraggio e onore e più di un pizzico di autismo antisociale disciolto nell’esperienza corporea di un amore idealizzato. Ci sono legami che schizzano via impazziti nel momento in cui vengono creati e altri che tornano indietro come palline impazzite dopo il copo della stecca da biliardo.

Se ci fossero più Erri De Luca a raccontare questo Paese, si potrebbe vedere l’Italia restando a casa propria e costruire quel briciolo di comprensione e senso del passato che ci basterebbe a immaginare un futuro.

Le vergini suicide

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l’ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. “Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!” gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l’edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell’ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Curiosavo tra gli scaffali della Feltrinelli di Largo Argentina, alla ricerca di un compagno di carta per l’estate, quando Maria Grazia mi chiama per mostrarmi la sua scoperta. Il titolo è di quelli coercitivi: non valuto nemmeno per un secondo l’opportunità di farmelo prestare alla fine dell’estate, devo averlo e subito. Un libro che si chiama “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” deve essere esposto nella mia libreria di ragazza single. Io, che nonostante l’omicidio provo ancora tanta rabbia, sono l’acquirente ideale del romanzo di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano classe 1967 che ha tutta l’aria di un vero figlio di puttana latino e si fregia di altri titoli come Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin e La sessualità della Pantera Rosa.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Irritante, maschilista, romantico, disinibito, romantico e disastrato: leggo i pezzi sconnessi della vita sentimentale raccontata da un uomo che vive al capo opposto del pianeta e mi sembra di affacciarmi sull’altra parte della luna, su un punto di vista uguale al mio e in qualche modo opposto. Certo, ammazzarlo, voi avete mai provato ad ammazzare un amore perduto? Non è poi così facile.

Mi sono persa e ritrovata più volte nella prosa nervosa di Efraim Medina Reyes, che perde la concatenazione cronologica degli eventi per stabilirne una emotiva, in uno scavo archeologico dentro a un cuore pietrificato che non teme di mostrare mani insanguinate e unghie rotte. Il romanzo è breve, ma soprattutto veloce, un repentino bagno negli abissi dell’amor perduto, il cui cantore disilluso e fiero, mostra aridità e debolezze, rabbia e amarezza.

Il protagonista, che porta il nome di Rep (abbreviazione dell’inquietante soprannome Reptil) ed è chiaramente un alter ego dell’autore, è detestabile quanto affascinante e la sua storia di ossessione romantica arriva a stabilire alcuni assiomi inevitabili.

E intorno all’amore altre cose: il fallimento rispetto a un’ideale provinciale del tutto irraggiungibile, l’inutile e morboso bisogno di scrivere, l’incapacità di riconoscersi un talento sufficiente a salvarlo.

Se fossi nata in Colombia e con un pene, forse anche io mi chiamerei Rep.

Citazioni assolutamente casuali

Emmaus: quella volta che non ho capito Baricco

Emmaus
Si sa che ho un debole per Alessandro Baricco. Non sono sempre le storie a colpirmi, non tanto quanto la bellezza della scrittura. Il modo in cui ritaglia, incornicia, ripulisce e definisce ogni immagine, ogni frase, ogni riga. Quando si parla di lavorare di lima nella composizione delle parole è lui che mi viene in mente, con la sua prosa poetica. Quando ho comprato Emmaus, Baricco mi mancava da alcuni mesi. A volte torno da uno scrittore per nostalgia come si potrebbe tornare da un amore passato. L’ho letto in due giorni, il che significa che l’ho terminato andando e tornando dal lavoro per due volte, interrompendo talvolta la lettura per parlare con qualcuno: i libri di Baricco sono così puliti che sono centellinati, in quanto merce raffinatissima le parole si comprano al grammo. Sapendo che presto mi sarebbe mancato di nuovo ne ho comprato un altro e l’ho messo via, arriverà il momento. Dal titolo del post avete forse immaginato che qualcosa non sia andato tanto bene con questo libro. Non è proprio così: è andato tutto come doveva, solo che Emmaus è fuori dal mio orizzonte. Nonostante l’efficace descrizione dei protagonisti e del loro contesto, non sono riuscita a provare empatia, non sono riuscita a capire la deriva dei personaggi e la (loro) fine. Era come essere sintonizzata debolmente con una stazione radio: capivo le parole, riconoscevo le musiche, ma tutto era sporcato da un costante fruscio di fondo. Avevo la sensazione che quella storia con la sua pallida bipolarità fosse lontana, un po’ troppo oltre qualche segno immaginario, perché io potessi comprenderla davvero.

Vivere freelance: una nuova istigazione a fare da sé di Luca Panzarella

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Luca Panzarella, Vivere Freelance
Vi ho già raccontato del mio incontro con Luca Panzarella e di come sia rimasta colpita nel suo entusiasmo un po’ bohemienne. Nello stesso post vi ho parlato del suo viaggio dell’eroe precario. Ebbene, sembra che ci abbia preso gusto: non fai a tempo a scaricarne uno, che subito lui sforna un altro ebook. Luca Panzarella è lo Stephen King  del pdf (per prolificità, ma con un maggior dono della sintesi), il fomentatore dei creativi da cubicolo, l’evangelizzatore della vita da freelance: ed è appunto Vivere Freelance il titolo del libro che voglio consigliarvi oggi. L’autore, imprenditore creativo e location indipendent (be’ chiedete a lui, non a me, cosa significhi), vi accompagna lungo la sua esperienza di freelance come potrebbe fare con un amico – o un fratello addirittura. È inusuale sentirsi dare del tu da un libro e magari all’inizio si può avere una reazione un po’ perplessa, ma è solo questione di righe perché i consigli autobiografici e spesso spudorati del nostro eroe precario inizino a piacervi e, come l’innesto di nolaniana memoria, inizino a ronzarvi nella mente come se fossero davvero idee vostre. Forse lo scetticismo busserà per chiedervi quanto di quello che leggete sia reale e quanto, invece, sia mitologia di branding, forse sarete tentati di chiamare il commercialista e scrivere la vostra lettera di dimissioni subito dopo aver letto il libro.

Dalle pagine di Vivere Freelance sgorga una totale ed esuberante passione e un ininterrotto incoraggiamento che fa appello al motore più forte della crescita umana: il desiderio di libertà e indipendenza. Tra le pieghe dei consigli pratici del tipo come fare a (farsi conoscere, stimare i propri prezzi, trovare clienti, promuovere la propria attività) e le naturali ammissioni relative alle inevitabili difficoltà, fa insistentemente capolino la vera ragione per cui bisognerebbe leggere questo ebook…

E, appunto, perché bisognerebbe assolutamente leggerlo? Per chi sta pensando di diventare freelance, probabilmente questo piccolo vademecum romanzesco può essere un utile punto di partenza. Vero è che chi ha già iniziato a inoltrarsi nelle discussioni sul web in merito al lavoro freelance, probabilmente dispone già delle informazioni che troverà in questo libro. Il plus di Vivere freelance è la carica motivazionale e la forza dell’esperienza resa pubblica. Ma non è tutto qui. Anche chi non desidera di mettersi in proprio in alcun modo, chi non ha mai pensato che lavorare senza padrone possa essere vantaggioso, anche chi pensa che di questi tempi parlare di vita freelance sia solo un cieco azzardo, dovrebbe leggere questo libro. Anzi, vi dirò di più: soprattutto chi si accontenta ma non gode, chi si lamenta della crisi incombente ma non ha in programma alcun cambiamento, chi sostiene che i giovani abbiano poche prospettive ma nel frattempo dimostra poca fantasia, soprattutto queste persone dovrebbero leggere Vivere Freelance. Perché questo ebook è anche il racconto sorridente e intelligente di come un ragazzo intraprendente e fantasioso possa muovere scacco matto alla crisi e inventarsi una vita fuori dagli schemi. Schemi che, sotto gli occhi preoccupati di tutti, stanno cadendo giù come castelli di carte.

Clicca qui per comprare Vivere Freelance o scaricare la demo.

E, per finire, un’avvertenza: per leggere questo ebook dalla prima fino all’ultima pagina ci vogliono poche ore. Se sarà la vostra lettura prima di andare a letto, anche considerando che potrete essere molto stanchi, non durerà più di due notti. E, sempre considerata la stanchezza, andrete avanti spediti e senza pause: un capitoletto e subito il successivo, manco fossero biscotti, che una tira l’altro. Lo stile, come succede sempre con questo profeta siculo del fare-da-sè, è fluido, sintetico, accattivante ed empatico. E qui viene il mio avvertimento, perché finita la lettura (o nel mezzo di essa, ma sinceramente la vedo più difficile) non potrete esimervi dal perdervi nei numerosi link di approfondimento proposti dall’autore ed è qui che la lettura si complica e lievita a dismisura. E se dopo aver finito di leggere Vivere Freelance vi sentirete già con un piede fuori dall’ufficio, non salutate (per non dire di peggio) troppo presto il vostro capo, perché i percorsi ipertestuali che vi porteranno fuori dal libro potrebbero instillare in voi il benefico germe del dubbio.