Caracòlla un libro: testi in cerca d’attore

Una lettrice sotto la metro
La giovane casa editrice Caracò organizza a Bologna il primo Books Fest e per festeggiare i suoi libri cerca attori e attrici residenti a Bologna e provincia che vogliano partecipare a un reading performativo dei suoi libri.
Come partecipare Gli attori interessati devono mandare un curriculum e qualche foto entro il 10 febbraio all’indirizzo: promozione@caraco.it.
Come funziona I reader selezionati prenderanno parte ad una giornata di preparazione guidati da un coach reading e all’evento finale, fissato per il mese di marzo in un teatro bolognese.
Per info:

Giovanna Liberatore promozione@gmail.com www.caraco.it

 

Dieci donne di Marcela Serrano [E l’undicesima sono io]

Marcela Serrano
Un tempo si diceva che le donne fossero tutte isteriche. Si dice ancora, a dire il vero, anche se pare che  l’esistenza di un malessere psichiatrico denominato isteria non abbia basi scientifiche. Forse è per questo che oggi si preferisce dire che le donne (non solo loro, ma specialmente loro) sono nevrotiche. Anzi, nel mondo contemporaneo la nevrosi è quasi uno status symbol – e più sei nevrotica più sei una degna rappresentante dell’esercito metropolitano e cosmopolita idealmente capeggiato da Carrie Bradshaw. L’incipit di Dieci donne di Marcela Serrano è:

“Le matte, ecco che arrivano le matte…”

Solo un po’ nevrotiche” si dice, poche righe più sotto. Così comincia una galleria di ritratti femminili: nove donne cilene e la loro psichiatra di origini russe, ciascuna carica di ricordi, gioie e amarezze. Diverse le età, diverse le esperienze, la cultura e le aspirazioni, ma uguale la lotta per vivere in un mondo troppo declinato al maschile e spesso maschilista.

Dieci donne di Marcela SerranoIl risultato di questa carrellata è una riflessione su ciò che significa essere donna, sull’ordinaria inquietudine e sull’impossibilità di afferrare un senso, conoscere se stesse e riconoscere i propri desideri. Alla fine mi sono ritrovata a riflettere su quanto sia femminile la tendenza a caricarsi sulle spalle il peso del (proprio) mondo. Fino al punto in cui, però, si sente il bisogno fisiologico di rovesciare tutto e respirare liberamente.

[Di recente qualcuno ha osservato che ho le spalle tese e i muscoli del trapezio leggermente pronunciati: è là sopra che tengo tutte le mie preoccupazioni, il senso del dovere, il bisogno di dimostrare e un senso di perpetua inadeguatezza.]

Dopo aver letto di ciascuna di queste donne immaginarie, mi sembra di averle conosciute. Alcune mi assomigliano, altre no, alcune mi hanno colpita, altre sono banalmente scivolate via, ma tutte mi hanno accompagnata, tutte mi hanno messa in guardia su errori da non commettere – e che forse commetterò comunque. Ho provato tenerezza, rabbia, frustrazione, come se le loro ingiustizie e i loro piaceri riguardassero qualcuno che conosco da una vita. E mentre la prosa della Serrano cambiava a seconda della cultura e dell’età di ciascuna voce narrante, io cominciavo a vedere nelle donne attorno a me i riflessi di quelle dieci storie e di un altro potenziale miliardo di storie diverse eppure uguali. Tante parole mi riecheggiano ancora in mente, ma forse a colpirmi più di tutte sono state queste:

Gli uomini non sono altro che un oggetto simbolico e, credetemi, possiamo vivere anche senza un’icona del genere.

E a quel punto mi sono chiesta quanto questa frase possa essere/essere stata vera per me e per la mia storia. E passando di palo in frasca – ma nemmeno troppo – quanto abbiamo in fretta a rivendere la lezione e le conquiste del femminismo. E qui si apre una infinita serie di questioni, ma ne parleremo un’altra volta, per ora mi limito a lasciare virtualmente questo libro sul vostro comodino, come ha fatto mia madre con me. Fatene l’uso di cui avete più bisogno.

Mr Gwyn

Mr GwynCapita a tutti, di tanto in tanto, di sentire che una cosa che si è scelta e voluta, di cui si è pagato il prezzo e intorno alla quale finisce per orbitare la nostra stessa definizione come individui – una cosa come la carriera, la città in cui si è scelto di vivere, la persona che si è scelto di amare – non risponda più alle nostre esigenze profonde. Quando incontriamo Mr Gwyn per la prima volta, la sua figura è nettamente illuminata da una prepotente epifania: il suo lavoro non è più adatto a lui. Qualcuno potrebbe invidiarlo perché il suo non è un mestiere qualunque: Mr Gwyn si guadagna da vivere facendo lo scrittore. Chi ha il pane non ha i denti, si potrebbe pensare, senza domandarsi quanto sia amaro quel pane dall’apparenza fragrante.
Io questo Mr Gwyn l’ho capito subito e mi sono ben guardata dal biasimarlo, perché ribellarsi nei confronti della propria definizione sociale non è roba per soli scrittori o intellettuali: è un’esperienza che che ritrovo continuamente nelle mie inquietudini e in quelle delle persone che conosco. Tutto l’ultimo romanzo di Baricco è, in fin dei conti, una storia di ribellione nei confronti del già scritto, una metafora sulla necessità di cambiare, di mettere alla prova i propri limiti, di ridipingere i propri contorni. Si ridisegna Mr Gwyn, inventando una professione inesistente per ritrovare se stesso, si ridisegna la giovane donna che lo segue in questa bizzarria, si ridisegnano i personaggi che lasciano che uno scrittore scavi nella loro anima per portare alla luce, come un paziente archeologo, la loro verità nascosta.
E in tutto questo fluire di personalità e umanissime riflessioni, si ridisegna anche il lettore che attraversa almeno due prospettive sul protagonista e sulla storia. Baricco non sembra prodigarsi particolarmente per avvicinare questa storia al suo lettore – compiacendosi e perdendosi nell’estetica delle parole: i dialoghi, le descrizioni e le poche azioni attraverso le quali la storia si svolge, si lasciano osservare come un bel quadro e come un bel quadro mantengono un segreto che non si dischiude. Con intelligenza e una punta di furbizia l’autore non cede alla tentazione di incastonare nel racconto gli scritti del suo protagonista evitando così l’imbarazzo di scrivere dopo aver descritto. In una parola, come al solito, lo stile è impeccabile – e porta con eleganza gli accenti più adatti per il suo soggetto. L’illusione è così perfetta che, nel leggere i dialoghi siamo tentati di pensare, vista l’ambientazione britannica, di leggere una traduzione.
Quelli che, come me, sono fan di Baricco saranno felici di ritrovarlo ancora una volta, di seguire il filo del suo racconto e di notare con una punta di soddisfazione, giunti all’ultima pagina, come ancora una volta il finale sia il perfetto punto d’arrivo di un leggiadro viaggio tra la parole. Quelli che gli rimproverano un atteggiamento snob e presuntuoso, troveranno nel suo gusto estetizzante la conferma dei loro pregiudizi – e a ben vedere nemmeno loro resteranno delusi.
Io, dopo aver incontrato questo libro e il suo autore passeggiando verso casa, ho trovato ironico il fatto che leggerlo mi abbia spinta a partire per una non ben determinata ricerca. Se qualcuno fosse curioso di incontrare Alessandro Baricco, ecco un paio di letture consigliate:
  1. Oceano mare (nella top 5 dei miei libri preferiti di sempre);
  2. City
  3. Seta

Mi sono innamorata di Amelie Nothomb a Più libri più liberi

Amelie Nothomb
Ogni volta che sento parlare una scrittrice (cosa che mi capita di solito durante eventi e presentazioni editoriali, ma può accadere, a tradimento, anche durante un tranquillo aperitivo tra amici) cado subito nella trama del suo fascino e provo un senso di ammirazione…
No, un attimo: devo correggermi, non succede tutte le volte. Quando ho sentito parlare Isabella Santacroce mi sono alzata e me ne sono andata in un atto di istintiva ribellione intellettuale che non avrei nemmeno creduto mi potesse appartenere.
Dicevo, provo una quasi incondizionata ammirazione, che somiglia un po’ a quella dei bambini quando incontrano Babbo Natale o il pupazzo Disney di Topolino (anche se su quest’ultimo è più probabile che un bimbo un po’ sveglio si ponga delle domande). Chiunque essa sia, per me lei è lì a incarnare la possibilità di entrare nel dorato mondo del libro: è soprattutto la scrittrice pigra che ancora c’è in me (quella che sogna la pubblicazione dalla tenera età di otto anni, ma non riesce a ritagliare alla scrittura uno spazio abituale e necessario per arrivare al traguardo) ad essere colpita dall’incontro. Quasi sempre ascolto l’autrice di turno, la guardo e mi immedesimo in lei. Per qualche ragione questo meccanismo è un po’ più debole se incontro uno scrittore, come se l’appartenenza di genere più di qualunque altra differenza mi aiutasse a percepire la distanza tra me e lui.
Scusate, oggi sono dispersiva – e, a proposito, apro un’altra parentesi: ci dev’essere qualcosa nel metodo d’insegnamento di certe maestre elementari utesi o nella retorica contadina del campidano che porta la gente che scrive a divagare attraverso milioni di discorsi parentetici. Questo spiegherebbe anche lo stile del compaesano Flavio Soriga.
Dopo quattro paragrafi credo sia venuto il momento di arrivare al vero motivo per cui sto scrivendo queste righe: Amelie Nothomb. La scrittrice belga, vera e propria VIP dell’olimpo letterario, è a Roma per presentare il suo ultimo romanzo, Una forma di vita edito da Voland (informazione di servizio per i suoi fan: occhio che sarà in città anche oggi). A Più libri più liberi le è stato dedicato lo spazio di un’ora che ha fatto il pienone – con un pubblico, aggiungerei, prevalentemente di lettrici.
L’autrice del romanzo Metafisica dei tubi (che, sinceramente parlando, è l’unico che abbia letto) è una donna sopra la quarantina, con ascendenze nobiliari oltre che figlia di diplomatici che l’hanno cresciuta in Giappone. Tutti i giorni scrive e tutti gli anni pubblica almeno un romanzo (è arrivata al ventesimo, con traduzioni in più di quaranta lingue), molti altri li scrive ma non li pubblica.
È intelligente, spiritosa, musicale. Questa specie di continua eruzione intellettuale vivente non mi assomiglia affatto – o, per dirla come andrebbe detta, io non assomiglio affatto a lei. Eppure, sentendola parlare, quel pezzetto di aspirante scrittrice che è in me e che non si è ancora arresa a una vita passata dietro le gioie del marketing ha osato sentirla incredibilmente vicina. Il paradosso è ancor più ingarbugliato in quanto si parlava di frontiere individuali. E così riuscire a sentire una persona che dice che nonostante tutta la volontà di fidarsi dell’altro bisogna ammettere che ciascuno di noi ha i suoi confini e che una fusione tra le persone è impossibile (ma se fosse possibile sarebbe disastrosa), sentire un’identità di vedute con una persona che sta sostanzialmente dicendo che restiamo tutti delle isole nel profondo ha un che di contraddittorio. O no?
Non sto a raccontarvi come la Nothomb abbia presentato la sua ultima creatura passando attraverso i temi dell’individualità, della scrittura, della comunicazione, dell’incontro, regalando piccoli scorci autobiografici e minuscole perle di saggezza – facendolo, per di più, con una leggerezza mai banale che, se ci penso, è esattamente il suo stile. Di certo, tra i prossimi libri che comprerò ci sarà il suo – più l’inevitabile recupero degli altri diciotto che ho perso.

Baricco, Mr. Gwyn e la serendipità su via Appia

Alessandro Baricco
Sono una di quelle persone che sentono ogni tanto l’urgenza della solitudine. Soprattutto quando troppa inquietudine mi gira per la testa, oppure quando sono sovraccarica di impegni e vado in overdose da socialità – troppe persone, troppe cose da fare, troppa poca me. Considerando che la settimana scorsa si sono verificate insieme entrambe queste condizioni, sono arrivata al punto di totale saturazione. Mercoledì sera è stato il mio corpo a chiedermi un’ora di solitaria passeggiata verso casa, così sono stata obbligata a mettere in una parentesi il resto del mondo.
Che è l’unico modo che conosco per ricominciare a repirare.
All’altezza di San Giovanni camminavo spedita, guardando a malapena davanti a me. A Piazza San Giovanni Re di Roma fotografavo le prime decorazioni natalizie -con l’albero di Natale, il due novembre! A Ponte Lungo facevo azzardati paralleli tra il mio stato d’animo e le nuove vetrine di Calzedonia – quegli orologi che scorrono accelerati dietro le merci.
[Cosa c’entra in tutto questo il nuovo libro di Baricco? Niente, credo, ma mi piaccioni i preamboli]
All’altezza di Furio Camillo, passando davanti alla Feltrinelli dell’Appia, mi ha colpita la copertina di un libro. Un’impronta digitale e un titolo quasi illeggibile al suo interno. Un cartello piuttosto piccolo avvisava i passanti: mercoledì sera alle 21 Alessandro Baricco presenta il suo nuovo libro. Mi accorgo che è il giorno giusto. Guardo l’orologio, mancano dieci minuti alle nove.
Baricco è uno dei miei scrittori preferiti e, colpita dalla casualità perfettamente orchestrata della circostanza, entro. Di Mr. Gwyn lo scrittore avrà letto, esagerando, una decina di pagine, forse anche meno. Eppure, quasi subito, ho trovato una frase che sembrava racchiudere perfettamente il mio attuale stato d’animo. E non è poco, anzi. Perché in fondo in qualsiasi opera cerchiamo un frammento di specchio. Benvenuto nella mia libreria, Mr.Gwyn.

Accabadora: Michela Murgia racconta la Sardegna che non c’è più

Accabadora di Michela MurgiaAccabadora di Michela Murgia Einaudi, collana Supercoralli
Dalla Sardegna che non visiterete mai di Flavio Soriga, alla Sardegna arcaica rievocata da Michela Murgia, la scrittrice resa famosa dal suo primo romanzo, Il mondo deve sapere, dal quale Virzì ha tratto ispirazione per girare il sognante e amaro Tutta la vita davanti.
Le mie letture estive hanno seguito il file rouge del ritorno alle origini, del rifugio in un arcaico colmo di tradizioni rimosse e nobiltà popolana. Diciamo che è stata più una strada serendipica, che un percorso ragionato. Accabai, analogamente allo spagnolo acabar, in sardo significa finire, terminare. Di qui viene il titolo del romanzo, che parla della tradizione forse inquietante (come la definisce il sito Contusu, in sardo “racconti“), ma di certo profondamente umana delle accabadoras: donne comuni, spesso anziane, il cui compito sociale era quello di porre fine all’agonia dei morituri, facendo loro la grazia di recidere il filo della vita. Ne resta un ricordo vago nelle sfilate in costume della Barbagia, nel famoso carnevale di Mamoiada (a proposito: non potete visitare la Sardegna senza spingervi in questo paesino in mezzo alle montagne che per tanti versi sembra essersi fermato a mezzo secolo fa, almeno), nei musei del folklore e in qualche modo di dire di si è perso il significato reale ma non l’uso.
Devo ammettere di non sapere nulla di queste figure misteriose, di queste parche di paese che tagliavano fili crudelmente sospesi e portavano il peso di essere le ultime madri terrene. Almeno, non ne sapevo nulla fino a che non ho letto questo romanzo, che ho divorato con la curiosità di chi si riappropria di uno scabroso segreto di famiglia tenuto nell’ombra di uno scantinato. Michela Murgia ha la capacità di andare oltre la radiografia antropologica e di dare carattere e spessore ai personaggi che popolano l’habitat asfittico del racconto.
Così la storia si è incisa nel mio immaginario, sovrapponendosi in modo del tutto naturale ai ricordi annebbiati di nonne e fotografie d’epoca, alla geografia brulla dell’interno dell’isola, alla strisciante malinconia del mio carattere sardo. Non si può parlare di questo romanzo tralasciandone la scrittura: la lingua di Michela Murgia è una combinazione di lirismo arcaico ed echi di limba sarda, con un ritmo cadenzato che ricorda il nostro modo di parlare – e forse il modo di vivere di un ambiente contadino che scompare ettaro dopo ettaro. Ci sono stati momenti in cui avevo la percezione che i dialoghi che stavo leggendo fossero (solo) pallide e bellissime traduzioni di espressioni in limba – e per la prima volta in tutta la mia vita ho pensato che sarebbe stato interessante e bello leggere un romanzo nella mia vera e profonda lingua madre.

La Sardegna che non avreste avuto il coraggio di immaginare in Nuraghe Beach

Nuraghe beachNuraghe Beach – La Sardegna che non visiterete mai di Flavio SorigaControvento – Editori Laterza 
Non fatevi ingannare dal titolo: l’autore, un mio compaesano (sì, un altro utese, nel caso vi foste chiesti come si chiamano gli abitanti di Uta) dall’aria furba e lo sguardo scuro, inequivocabilmente sardo, è uno che di titoli accattivanti ne sa*. Ha capito che se metti insieme l’architettura nuragica e le spiagge hai sintetizzato quello che la gente si aspetta dalla Sardegna o, perlomeno, da un libro sulla Sardegna.
In Nuraghe Beach di Flavio Soriga, però, c’è quello che la gente non si aspetta. Si potrebbe ulteriormente sottotitolare “quello che i sardi non dicono” o anche (proseguendo con le parafrasi musicali) “essere sardi oggi“. In Nuraghe Beach troverete una Sardegna non rarefatta, non agiografica, non stereotipizzata: niente cartoline e niente pose, ma una fotografia sfacciata e appassionata di quello che significa nascere (e qualche volta morire) in un paese di 7.623 anime (fonte: Wikipedia) in mezzo al Campidano, oppure da qualche parte nell’hinterland cagliaritano. Ci sono le madri premurose e il decoro di chi porta ancora nel sangue l’atavico bisogno di riscattare la povertà contadina, ci sono luoghi che nessun turista visiterebbe mai, per nessun motivo, c’è il culto di Marco Carta e quello antichissimo di Giggiriva. Insomma, nelle intenzioni dell’autore questa è una contro-guida alla terra che c’è in mezzo alle spiagge, ma anche un po’ alle spiagge e ai tipi antropologici che potreste incontrare lungo il percorso.
Dopo aver detto questo devo mettervi di nuovo in guardia: non fatevi ingannare. Perché anche se durante il NuraGhe Tour (date un’occhiata alle date, il tour non è ancora finito e magari riuscite a beccare una coincidenza straordinaria tra il vostro volo low cost e il passaggio di Flavio in qualche paese della Sardegna, ho partecipato alla data di Uta e devo ammettere di essermi divertita assai) Soriga prometteva – ammiccando – uno sguardo veritiero sulla “Sardegna che non visiterete mai” (cit.), salta fuori a tradimento che questo libro è anche una storia d’amore. Una storia delicata e romantica, appena accennata eppure fragrante, come un profumo di pane appena sfornato all’angolo di una strada, senza una vera e propria conclusione (ma è così che funziona nella vita reale, no?) e probabilmente non del tutto intellegibile, ma presente e viva, forse fin troppo simile ad altre storie d’amore che non si vedono nei film.
E in un incompiuto post-moderno vagamente beffardo, il libro si spezza, inganna per la terza e ultima volta il lettore e lo riporta indietro nel tempo e poi di nuovo avanti, come fanno i Dj con i dischi. Si innesta con altre voci e con quelle voci si diverte a disegnare uno schizzo approssimativo del Campidano, luogo che ha visto nascere e crescere me e lui e prima di noi i nostri genitori e i nostri nonni prima e generazioni innumerevoli – che se lo dici a uno cresciuto a Roma o peggio a Milano sbarra gli occhi. L’ironia saltella leggiadra da una pagina all’altra facendole volare, così in fretta che viene voglia di cercare i precedenti romanzi di Soriga e leggerli tutti, ecco. E ce n’è da leggere: io sono ferma ai Diavoli di Nuraiò con cui aveva vinto il Calvino e, cazzo, mi accorgo adesso che sono passati undici anni. Undici anni!
Soltanto un inganno non riesce tanto bene: che il libro non sia autobiografico non ci crede proprio nessuno. Nicola sarà pure più alto, ma, se tutti i libri attingono in un modo o nell’altro dalla vita degli autori, qui viene il lieve sospetto che Nuraghe Beach attinga più di altri. Ma, in fondo, che importanza ha? Questa è roba per i crastuli di paese che vogliono sapere riga per riga cosa sia fantasia e cosa sia realtà. Se a qualcuno interessano le emozioni che un libro può risvegliare la quantità di fatti realmente accaduti è del tutto irrilevante. Certo, è probabile che proprio per questo Nuraghe Beach diventi il libro più letto a Uta nell’estate 2011, ma io vorrei che lo leggesse anche a chi a Uta ci è appena passato, magari per sbaglio. Lettori e lettrici, questa volta vi lascio con un bacio campidanese! :-* *
E se volete sapere cosa intendiamo dalle mie parti quando diciamo “ne sa”, be’ è proprio il caso che compriate questo libro.

Fight Club di Chuck Palahniuk

Fight clubFight Club di Chuck Palahniuk, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori Leggere un libro dopo aver visto il film ad esso ispirato è sempre un casino. Tendenzialmente si rovina tutta la sorpresa e la suspence e non si riesce a sfuggire all’immaginario del regista. Tipo: provate a dare al monaco de Il nome della rosa una faccia diversa da quella di Sean Connery. Con Chuck Palahniuk, se possibile, il casino raddoppia. Se ci sono alcune costanti nei libri di Palahniuk, queste sono:

  • uno stile violento, aguzzo e sboccato che fa deflagrare nella mente del lettore un certo numero di immagini disgustose, estreme e gore;
  • personaggi borderline, che intuiscono le mostruosità della società contemporanea e reagiscono in modi fantasiosamente perversi;
  • un finale a sorpresa, con rovesciamento del paradigma.
La perdita più grave, dal mio punto di vista, è proprio l’assenza del lento dispiegamento del bandolo e di conseguenza di quel momento epifanico in cui inizi a mettere insieme i pezzi del puzzle e a intuire. Che poi è l’unico lavoro che, da lettore di narrativa, valga la pena fare. Inevitabilmente leggere Fight Club dopo aver visto il (geniale) film di David Fincher è un po’ come rileggerlo. Finisci per avere quell’atteggiamento che ti porta alla ricerca degli indizi che porteranno al finale, cose che magari a una prima “normale” lettura ti sfuggono come niente.
Come precauzione, ho atteso che passasse molto tempo tra la visione del film e la lettura del romanzo. Nel frattempo ho letto altri Palahniuk, ma alla fine, vuoi o non vuoi, dovevo passare per il Fight club, che non solo è stato l’esordio letterario dello scrittore americano, ma è anche la chiave per interpretare tutti gli altri. La riverginizzazione è andata più o meno a buon fine: gli anni e una memoria non certo da elefante sono stati miei alleati e mi hanno permesso, se non di dimenticare la svolta del racconto cinematografico, di recuperare nel libro significati nuovi e dettagli vecchi.
Che abbiate visto o meno il film, leggere il libro sfocherà per qualche giorno la vostra visuale sul mondo in un misto di senso d’angoscia e bisogno di ribellione. Preoccupatevi se doveste anche iniziare a soffrire d’insonnia.
Se non avete mai letto Palahniuk, ecco qualche libro che ho letto e vi consiglio (non ce n’è nemmeno uno, finora, che mi abbia delusa):
  • Gang Bang (che non ho mai recensito, ma ricordo come quello ceh mi ha maggiormente colpita. Eppure inspiegabilmente sulla mia libreria Anobii ha solo 3 stelline. A questo servono le stelline e i voti sintetici, a farsi contraddire dalla memoria.);
  • Invisible Monsters;
  • Soffocare.

Il viaggio dell’eroe precario di Luca Panzarella. Il coraggio di sognare, partire, cambiare. Non necessariamente in quest’ordine.

Luca PanzarellaProprio qualche giorno fa leggevo sul blog di Angelo Laudati di un signore di sessant’anni che vendendo il suo e-book tramite Amazon è arrivato a un milione di libri venduti. A 0,99$. E ho pensato: ecco un’altro che ha giocato le sue carte e ce l’ha fatta.
Tra byte e pixel c’è spazio per tutti. Basta volerci credere. Guardate il mondo: non c’è mai stato così tanto fermento. Di idee, scambi, relazioni. Di innovazioni che cambiano da un giorno all’altro le abitudini delle persone, la loro vita. Chiunque può mettersi alla prova, chiunque dovrebbe farlo: sentirsi libero, ma anche in dovere, di liberare i propri sogni.
Mercoledì scorso, all’aperitivo Indigeni Digitali a Roma ho conosciuto Luca Panzarella. Lì per lì l’avevo preso per un esuberante sognatore, perché una delle prime frasi che mi ha rivolto è stata: “Cosa aspetti a licenziarti e cominciare a fare quello che vuoi davvero?“. Io amo il mio lavoro, mi appassiona. Lusso, che, lo so, non tutti si permettono. Quindi credo di averlo guardato un po’ storto. Poi, però, da brava curiosa quale instancabilmente sono, sono andata a spiare il suo blog. E ho scoperto che, sì, è un esuberante sognatore, ma di quelli con i piedi per terra. Anche se la terra non è sempre quella della stessa città, né dello stesso Paese.
Creativo a 360 gradi, web designer, imprenditore, scrittore, Luca circa un anno fa ha deciso di mettere la sua vita dentro i venti chili di bagaglio consentiti dalle compagnie aeree e di lavorare in giro per il mondo. Quante volte vi è capitato di dire lascio tutto e cerco di capire chi sono veramente? Ad alcuni potrebbe sembrare quasi una ribellione adolescenziale. Ma non lo è. E, se lo è, dio (se esiste) benedica l’adolescente che vive in ciascuno di noi.
Comunque lui è uno che l’ha fatto veramente. E nel suo blog lo racconta, con una passione che fa venire voglia di fare un biglietto di sola andata per qualche posto. Perché non è il dove, sono il perché e il come. Lo spirito. Magari non avete voglia di spulciare il blog, perdendovi tra link, commenti e tempo che scorre all’indietro. Vi capisco, nessun problema. Potete scaricare il suo e-book: dentro c’è impacchettato un anno di vita, di viaggi e di lavoro tra Londra, San Francisco e Melbourne. E vi dirò di più: non si paga un centesimo.
Vi basta cliccare su questo post e decidere se volete acquistare il libro con un tweet (se siete twitteri) o con un like alla sua pagina su Facebook. Semplice no? Certo, visto che l’ho scaricato potrei passarvelo io, ma voglio che facciate almeno un piccolo sforzo per ottenerlo. In fondo tweet o like sono ricompense piuttosto piccole per un regalo così grande. Mi permetto di darvi un consiglio: fatelo davvero. Dedicate due ore a questa lettura, solo per sentire la passione di un altro che si è messo in gioco e ce l’ha fatta. O che forse è solo a metà del percorso, ma nel suo percorso riluce la bellezza.  A
vete presente la canzone di Rino Gaetano che fa: “Partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri“. Ecco, risvegliate l’incendiario che è in voi con Il viaggio dell’eroe precario. I vostri sogni vi ringrazieranno.

Cornflake – Una favola dalle gambe corte

CornflakeCornflake – Una favola dalle gambe corte di Micol Arianna Beltramini, Castelvecchi
Un bel giorno un amico mi ha regalato un libro dolce come il burro e croccante come i cereali. Ha dovuto aspettare un po’ prima nella dispensa che potessi aprirlo, perché era tempo di altre letture, ma qualche giorno fa ho preso la confezione e, con la mia solita ingordigia, l’ho consumata in pochi giorni. Nemmeno il tempo per segnarmi le mie frasi preferite.
Dolce come il burro. Come dice il sottotitolo, Cornflake è una favola, ispirata a una delle più grandi storie per bambini partorite un italiano: Pinocchio. La protagonista è una bambina magica, sveglia e un po’ furbetta, che profuma di burro come i biscotti danesi. Seguendo la traccia narrativa di Collodi, ma aggiornandola ai giorni nostri, Micol Arianna Beltramini costruisce il viaggio nel mondo di questo esserino straordinario che diventa un pretesto per raccontare la vita e l’amore in un mondo che sta dimenticando cosa sia l’incanto.
Croccante come i cereali. Vi aspettereste che una bambina un po’ tappetta sia un argomento che può interessare solo i bambini. Tutt’altro. Cornflake e scritto per chi ha già i denti per masticare l’amaro dell’assenza, della separazione, della solitudine. In una parola: della fine. O forse sono io che l’ho letta in questo modo… Comunque non c’è dubbio sul fatto che in questa storia ciascuno troverà quel che gli serve e, col senno di poi, posso dire di averlo tirato fuori proprio nel momento giusto.