Neuromarketing: perché il marketing non può fare a meno della psicologia

 Martin Lindstrom: l'autore di Neuromarketing

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

“Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti.”

(John Wanamaker)

La frase, pronunciata oltre cento anni fa da uno dei pionieri del marketing, è ancora attuale: sappiamo che l’advertising influenza l’acquisto, ma non sappiamo definire con certezza in che misura sia efficace. Neuromarketing di Martin Lindstrom, che in inglese porta un titolo meno pretenzioso e più giocoso, Buyology, cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa coinvolge davvero il consumatore spingendolo all’acquisto? Per trovare una soluzione al problema, Lindstrom utilizza la neuropsicologia, studio dei processi cognitivi tramite l’analisi delle onde cerebrali e dell’attività elettrica nel cervello.

Dal tabacco ai negozi Abercrombie, fino alla suoneria Nokia, l’autore ha analizzato questioni legate alla pubblicità svolgendo esperimenti di neuromarketing tramite le scansioni SST e fMRI. Basandosi su questi studi, ogni capitolo del libro spiega un diverso meccanismo psicologico oppure analizza un luogo comune della pubblicità: quanto vende il sesso? Esistono i messaggi subliminali? Il product placement funziona? Le immagini shock sui pacchetti delle sigarette hanno davvero il potere di distogliere i consumatori dal fumo

Con una incrollabile fede nelle scienza e consapevole di quanto siano complessi i processi decisionali ed empatici sui quali si basa l’acquisto, Lindstrom porta l’attenzione sull’inscindibile rapporto tra la conoscenza della psicologia umana e le iniziative pubblicitarie. 

Il libro è ambizioso e il tema non proprio semplicissimo, ma l’approccio è leggero e lo stile dell’autore rende avvincenti anche le argomentazioni scientifiche. Ho letto queste 200 pagine e poco più con la stessa curiosità che riservo a una bella storia e consiglierei la lettura anche a chi non è del settore e da consumatore vorrebbe capirci qualcosa. Soprattutto, lo consiglierei a tutti quelli che pensano che basti scrivere Clicca qui perché gli utenti siano chiamati all’azione, senza fornire a questi ultimi nessuna reale motivazione per farlo.

A proposito, cliccate sui tasti di share. 😉

Copertina del libro Neuromarketing

Martin Lindstrom, Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d’acquisto – Titolo originale: Buyology

Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

La copertina di Viral Video

Viral Video – La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c’è scritto “Campaign & community manager” e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: “Mi occupo di social video advertising”. Sguardo vacuo. “In pratica”, continuo con pazienza, “distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network.” A questo punto, l’ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i “vecchi blog”di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c’è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire “social” e “viral”, ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c’è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c’entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

The king: come deve essere un video per aver avere il potenziale per diventare virale?

In Ebuzzing (quindi gli autori di questo libro) ci occupiamo di generare viralità e condivisione social dei video tramite la distribuzione, quindi la creatività la lasciamo a qualcun altro. Ciononostante un’idea di quello che funziona meglio gli autori del libro se la sono fatta e così ecco in sintesi le 7 golden rules per la creazione di un video a forte potenziale di impatto social.

1) La storia è più rilevante del prodotto, il quale appare alla fine o non appare affatto

2) Per conquistare l’utente bisogna attirare l’attenzione entro i primi 5 secondi

3) Per coinvolgere l’utente bisogna alternare tristezza e gioia creando delle montagne russe emozionali

4) Per generare curiosità bisogna distribuire il video in una fase iniziale a trendsetter e influencer

5) Per generare un effetto positivo bisogna sorprendere senza scioccare

6) Per scatenare un effetto virale bisogna raggiungere il tipping point entro 24/48 ore

7) Le condivisioni sui social contano esponenzialmente del dato nudo e crudo delle visualizzazioni.

Non aggiungo altro per lasciare tra le pagine del libro qualche buon motivo per acquistarlo e leggerlo: potete trovarlo già in libreria o, se preferite, acquistarlo sul sito dell’editore Fausto Lupetti.

Viral video: nessun gattino

Il Post Scriptum nell’introduzione del libro Viral Video

Niente gattini in copertina? Hmmm… non proprio, non posso evitare di notare il meme che riporta proprio a un famoso gattino digitale: Nyan Cat (probabilmente uno dei più irritanti video virali mai usciti).

Storie per tempi di crisi: dal disoccupato cinematografico a quello brandizzato

Tutta la vita davanti: locandina

Tutta la vita davanti di Paolo Virzì

Qualche anno fa ha avuto inizio un felice filone del cinema nostrano che ha raccontato la precarietà del lavoro: vado a spanne e non ho una cronologia precisa, ma di certo ci possiamo mettere dentro il festoso e allo stesso tempo diabolico call center di Virzì in Tutta la vita davanti, il gruppo di macchiavellici disperati di C’è chi dice no, e il mio preferito Generazione Mille Euro che racconta il coraggio di campare senza poter crescere mai.

Da un bel po’ di tempo pensavo di riunire questi ed altri film sul tema dentro un unico post che parlasse di come il cinema avesse investigato a fondo sull’argomento della crisi economica, lavorativa, generazionale e persino affettiva. Ora inizio ad osservare un fenomeno nuovo: i grandi brand si appropriano dello storytelling sul lavoro, sulla disoccupazione e sulla crisi.

Quest’estate Benetton si è fatta notare per una provocazione in pieno stile Oliviero Toscani: eleggere il disoccupato dell’anno. Se le grandi multinazionali hanno il loro employee of the year, Benetton si è messa alla ricerca dell’unemployee per premiarne i progetti finanziandoli.

Il video Heineken che sta girando in questi giorni sulla rete è l’ultimo step di una campagna un po’ diversa che trasforma il recruiting in advertising e lo mette in scena come fosse un reality.

(Se il povero Nanni leggesse la frase sopra non mi prenderebbe affatto sul serio, anzi credo che inizierebbe a urlarmi in faccia. Lo so Nanni, le parole sono importanti, ma io ho questo vizio markettaro degli anglicismi e cerca di passarci su e dare un’occhiata al video che merita davvero.)

Dal punto di vista sociologico i presupposti sono simili: la crisi e la disoccupazione sono il contesto, il bisogno colto dal genio del marketing è quello di emergere attraverso le proprie caratteristiche individuali o grazie al merito. Una serie di valori buoni a prescindere punteggiano emotivamente entrambe le storie: la solidarietà verso il prossimo, l’impegno civile e sociale, la passione.

Sembra una scelta paradossale, per dei giganti dell’economia, eppure a sentire Naomi Klein non è la prima volta che il marketing trasforma il disagio sociale in una forma di spettacolo. Evitando di passare dalla dietrologia, in fondo il marketing è mimesi e racconto del presente, così come lo sono (o dovrebbero esserlo) il cinema e le arti.

L’amore ai tempi di Facebook: digital marketing per San Valentino

Una scena dal film Harry ti presento Sally

Comincia febbraio e inizia il balletto del marketing di San Valentino: tutti parlano d’amore, ma più di tutti lo fanno i cioccolatini e le mutande di pizzo, la biancheria intima di comprovato cattivo gusto e i gli enormi cuscini a forma di cuore che poi uno non sa mai dove nascondere. Tra idee sfiziose e sexy e inevitabili cadute nel trash, la festa dell’amore miete più vittime delle discussioni sul calcio e sulla politica: le coppie possono resistere alle diatribe tra montiani e grillini, ma si sfasciano quando si tratta di decidere se affrontare il 14 febbraio abbandonandosi ai consumi o scegliere la via dell’anticonformismo.

Persino per i brand è difficile essere originali quando si parla d’amore, sui social media c’è chi si affida alla love story interattiva, come fa Emozione-3 che lancia una sorta di fotoromanzo digitale con concorso annesso. Il rischio di cadere nel banale è tanto più alto quanto più il prodotto è associato al romanticismo da portafoglio: pensate agli anelli, agli, charm, agli orecchini e trovate un modo di non cadere nei soliti cliché. Il tema è così stanco che si vedono spot, video e cartelloni che sembrano riciclati dagli anni novanta.

Riesce bene nel suo intento di distinguersi Pandora, un brand danese di gioielli, che con un pizzico d’ironia crea un’app Facebook dedicata a tutti quelli che non sono tanto bravi a dichiarare il proprio amore. L’applicazione è davvero sfiziosa e si chiama Ciak si ama: grazie ad essa qualunque innamorato potrà fingersi un consumato attore hollywoodiano e recitare una dichiarazione d’amore d’effetto cinematografico.

Ce n’è per tutti i gusti: dalla romantica Carrie di Sex and the City, alla sfuggente Julia Roberts di Se scappi ti sposo, passando per adorabile Bridget Jones, ogni donna troverà le parole più adatte alla propria storia d’amore. I maschietti potranno invece misurarsi con il fascino di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale o calarsi nei panni del sexy Ben Affleck di La verità è che non gli piaci abbastanza.

L’amore è qualcosa di stupido, come diceva il vecchio Frank, ma il marketing deve essere molto intelligente per renderlo originale.

[E, a proposito di qualcosa di stupido, ho anche io la mia hit-parade delle frasi d’amore cinematografiche, che ne dite?]

#EventsTTT sabato 26 al COWO 360 si parla di social media ed eventi con il @SociaLabTTT

EventsTTT Locandina Orizzontale

Cominciamo con l’outing: sono entrata da poco a far parte del gruppo romano dell’associazione SociaLab TTT, quindi il 26 mi vedrete agghindata in versione semi-pro mentre accolgo ospiti, soci, curiosi e simpatizzanti al COWO 360 per l’aperitivo digitale #EventsTTT.

L’evento

Come dice chiaramente il titolo, che è anche l’hashtag che stiamo usando su Twitter abbiamo invitato una serie di ospiti per parlare del rapporto tra social media ed eventi. L’aperitivo diventa un momento di incontro informale in cui alcuni ospiti raccontano le proprie esperienze e strategie digital ruotando intorno al file rouge della promozione degli eventi, che è il tema della serata.

L’evento si svolgerà in contemporanea in cinque diverse città: Roma, Milano, Bologna, Lecce e Genova.

A Roma l’appuntamento è alle 18:30 al COWO 360, in via Vacuna 96. Ed ecco gli ospiti presenti a parlare con noi di eventi e strategie social:

  • Erik Simonsen – Cleanweb Hackathon
  • Eleonora Bove – Roma Sound Service
  • Antonio Dell’Atti – Italia Camp
  • Fabiano Taliani – Ourstyle

Per maggiori informazioni vi lascio alla pagina dell’evento romano sul sito del SociaLabTTT.

Il SociaLab TTT

Il SociaLabTTT nasce sul finire del 2011 allo scopo di diffondere la cultura digitale, attraverso una serie di eventi di auto-formazione in cui professionisti di vari settori si incontrano per raccontare le proprie esperienze e strategie applicate al mondo dei social media. Oggi, attorno al collaudato format degli aperitivi con sede in diverse città, si è costituita una associazione culturale, la quale oltre che sul fronte del networking si impegna anche nella formazione e nella promozione della sostenibilità.

A questo punto vi starete chiedendo che tipo di gente siamo. Le persone che compongono il SociaLab TTT sono web-designer, social media manager, startupper. Gente legata a doppio filo col web e con i social media, 33 markettari, come ha scritto qualcuno, che hanno messo su un laboratorio virtuale per imparare e scambiare conoscenza.

Gente che crede nel principio dello scambio delle idee… vi ricordate quell’aforisma, di George Bernard Shaw?

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

Ecco, noi abbiamo capito benissimo che non siamo fruttivendoli e che nel mondo dell’immateriale e della creatività condividere quello che si sa significa crescere insieme.

Che altro aggiungere? Vi ordino di iscrivervi e di partecipare!

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YouApocalypse: Grazie a Dio è la fine del mondo!

C’era quello che si preoccupava di sapere a che ora fosse la fine del mondo, che l’ultimo spettacolo non se lo voleva perdere. C’è quello che dice che no, la fine di Gaia non arriverà, certo se potessimo avere un occhio di riguardo per l’ambiente sarebbe anche un po’ meglio. E poi ci sono queli che salutano gaiamente la fine del mondo per come lo conosciamo e si sentono così… bene.

Adesso un appuntamento per la fine del mondo ce l’abbiamo un po’ tutti: settato in calendar qualche centinaio di anni fa da un popolo estinto di cui non sappiamo granché.

Che cosa riuscirà a salvarsi alla fine del mondo? Ma un video, è ovvio!

YouApocalipse

 

Condividi la tua fine del mondo

Superati i quindici minuti di celebrità di warholiana memoria, oggi la fama si guadagna attraverso un minuto e mezzo di video che, come in Cloverfield ci sopravviverà oltre il disastro globale. Almeno, questa è l’idea delle due aquilane che hanno lanciato il provocatorio progetto YouApocalypse tramite un blog (ecco le regole per partecipare al film collettivo sul 21 dicembre) e una pagina Facebook.

Il progetto di creare un video sulla visione collettiva dell’ultimo giorno mi attrae non poco. Sarà che anche io l’ultimo spettacolo non me lo voglio perdere, sarà la chiave social del progetto o l’incontestabile capacità di viralizzare l’idea dimostrata da Marta Ronzone e Sara Di Pietrantonio. Io, per garantirmi un posto in prima fila, mi iscrivo al canale YT. Mancano solo otto giorni, dai, dai dai!

Tra televisione e social network l’advergame e il nuovo format di iLIKE.TV

L’altro giorno mi sono ritrovata dentro uno spot televisivo, la mia faccia andava in onda persino sul tg nazionale: magie dell’advergame (come dice la parola, pubblicità/gioco con cui gli utenti possono interagire). Parlo della curiosa campagna pubblicitaria di iLIKE.TV, che tra Facebook e affissioni sui tram cittadini di Milano e Roma, sta facendo riecheggiare e (letteralmente) girare il claim “Io vado in onda. E tu?”.

Su Facebook gira il loro spot virale che interagisce con il profilo di ogni utente: così tutti sono protagonisti dello spot, poiché vede al suo interno i contenuti del proprio profilo. In questo caso la scelta di un advertising aggressivo sui social network è perfettamente in linea con il target (14 -34) e con il concept della nuova televisione. iLIKE.TV, edita da Arkimedia, è fruibile su Sky (canale 170), su digitale terrestre, su YouTube in streaming 24 ore al giorno e all’interno dell’applicazione Facebook dedicata. Il suo proposito è creare una piattaforma di contenuti televisivi che interagisca continuamente con i suoi spettatori tramite i social network. Un progetto ambizioso, che si nutre della condivisione e del coinvolgimento degli spett-attori.

iLIKEtv

iLIKE.TV

L’interazione con il flusso dei contenuti del canale è possibile attraverso un’app gratuita. All’applicazione, sia per iPhone sia per Android e altri sistemi operativi, si può accedere solo attraverso il proprio account Facebook – da parte mia spero che in futuro ci siano altre possibilità per chi non è sul social network per eccellenza o per chi non vuole condividere le proprie informazioni. Le sue funzioni sono al momento quattro: l’instant messaging, la possibilità di comunicare il proprio status, la creazione di piccoli album fotografici a tema con le immagini presenti sulla propria pagina Facebook e la possibilità di vedere il risultato di ciascuna di queste attività in diretta sul canale.

Dal mio punto di vista iLIKE.TV rappresenta senz’altro un punto piuttosto evoluto, anche se non (ancora) il punto d’arrivo di un processo di mediamorfosi televisiva.

Era la fine degli anni Novanta quando Fidler, uno studioso della comunicazione, si era accorto che la vecchia formula della lotta per la supremazia mediale aveva poca vita davanti. Video Killed the Radio Star (cantavano quelli)… ma davvero? E anche se fosse, avrebbe potuto la Rete uccidere il video? L’idea di Fidler era semplice quanto rivoluzionaria: la sua teoria, se vogliamo, è l’antico motto “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” applicato ai media e prende il nome di ascendenza classica di mediamorfosi.

Da un po’ di tempo si osservano corteggiamenti e avvicinamenti tra tivù e web: mentre il web diventa sempre più ricco di contenuti video e web-tv, la televisione tradizionale include personaggi pescati dal web (vedi Social King) oppure dialoga con i social media (molte trasmissioni usano gli hashtag su Twitter in maniera consapevole e utile). In questo contesto di caccia agli utenti televisivi più giovani (di cui per decenni si è paventata la fuga), iLIKE.TV è un ibrido da tenere d’occhio per scoprire, nei prossimi mesi, quanto il canale saprà tenere fede a questa sfida e crescere con essa.

A proposito di #StartUp: TendyBox e il perfetto mix di comunicazione e prodotto

Vi ricordate quando un ancora affascinante Mel Gibson, amante seriale dagli irresistibili occhi blu, si accorgeva di non avere capito un cazzo di quello che realmente vogliono le donne? In anni di onorata carriera sessuale, sentimentale, ma anche professionale, era passato immune attraverso decine, forse centinaia di donne che gli ronzavano attorno dalla mattina alla sera senza mai indovinare i loro desideri.

Vi ricordate quando arriva la prima svolta in What Women Want? Una rampante collega dell’agenzia pubblicitaria gli consegna una scatola colma di prodotti per il benessere femminile, sfidandolo a trovare un’idea per colpire il target. Quella scatola delle meraviglie colma di cerette, lacche e non mi ricordo quali altri cosmetici, per il povero Mel Gibson si trasforma in una fonte di indescrivibili torture. Al contrario, quelli di TendyBox l’idea per colpire il proprio target ce l’hanno tra le mani ed è proprio quella scatola di prodotti tanto temuta e odiata.

La TendyBox è stata presentata da Claudio Capitani in occasione #TTT07 di Roma nello spazio del COWO360, dove si è parlato della relazione che intercorre tra Startup e Social Media (date un’occhiata allo storify dell’evento per sapere quali siano stati i temi caldi della serata). E visto che c’erano in palio una decina di scatole del mese di settembre… non potevo proprio esimermi dal vincerne una! 😉 Nella foto sotto potete vedere l’unpacking.

Come funziona la scatola dei desideri? Ogni abbonata ne riceve una al mese per la cifra tutto sommato modica di di 14€: all’interno della scatola una selezione di nuovi cosmetici da testare. Solo lo spacchettamento rivela il contenuto della scatola, che è infatti una sorpresa per le TendyGirls.

E ora la domanda vera: perché funziona?

L’idea mi è piaciuta molto, perché credo che abbia nella sua semplicità i numeri per raggiungere un pubblico femminile vasto e molto orizzontale. Come è orizzontalmente apprezzata, per le donne di qualsiasi età e provenienza, la cosmesi.

L’esigenza: il bisogno di soddisfare la curiosità, che m’insegnano essere donna, è alla base di un’idea come questa. Non so voi, ma io sono una di quelle fanatiche della novità che quando entrano in un supermercato hanno occhi solo per ciò che non hanno mai visto. Va bene, io sono una vera maniaca della sperimentazione in qualsiasi ambito, ma quando si parla di bellezza siamo tutte alla disperata ricerca del prodotto definitivo per non invecchiare, per far risplendere lo sguardo, per questo o quel difetto. Non so quanti soldi ho speso alla ricerca del mascara perfetto, tanto per fare un esempio.

Word of mouth e social media: chiaramente si tratta di un settore nel quale il passaparola reale e virtuale è il mezzo più potente per la diffusione di un prodotto. Un po’ tutte le tematiche rosa sono al centro delle più vivaci community che popolano il web 2.0: bellezza, cucina e moda sono le regine incontrastate del buzz. E quindi la strategia social di TendyBox che penetra con volontà informativa tra le blogger e le influencer presenti su Twitter e con modalità amichevole su Facebook, parte sicuramente col piede giusto.

Il prodotto: il prodotto fa incontrare la curiosità femminile con la volontà delle case produttrici di prodotti di bellezza di entrare in contatto col proprio pubblico per proporre cosmetici nuovi. Anche nella forma la TendyBox arriva dritto al cuore delle ragazze: packaging vivace e ben identificabile, ma anche un po’ ruffiano con una citazione che coccola la femminilità di chi apre la scatola.

La parola alle ragazze che mi leggono: potrebbe funzionare? Vi abbonereste? Cosa ne pensate?

Quando basta una birra per vivere in un film: la campagna Young & Rubicam per Bavaria

Out of the blue Bavaria

Bavaria – Out of the Blue

Quando giri con il cellulare in mano intento chiamare il tuo capo, quando scendi di corsa dall’autobus andando verso un appuntamento per il quale sei probabilmente già in ritardo, quando stai attraversando la strada o mentre passeggi in un parco – insomma, nel bel mezzo delle tue azioni quotidiane più banali – non ti aspetti che spunti dal nulla una telecamera e ti faccia sentire all’improvviso nel bel mezzo di un set cinematografico. Quella che vi ho appena descritto è una candid camera che sfrutta il fattore sorpresa per far entrare gli ignari protagonisti nel nuovo mondo di Bavaria

Un mood divertente e un po’ goliardico quello di Out of the Blue, la campagna di marketing pensata dai creativi del gruppo Young & Rubicam per l’olandese Bavaria. La strategia in atto mixa la presenza sui social media con inaspettate e repentine azioni di guerrilla marketing. Così può capitare, come è successo alla signora che vedete nel video, che una truccatrice vi rimetta in sesto appena mettete piede fuori dall’autobus, mentre si sente gridare “La rifacciamo!” con la tipica assertività professionale della produzione di un film.

L’originale campagna di rebranding della nota birra, che è partita nel mese di giugno, lancia un nuovo attraente packaging, il cui colore è appunto un fresco e appetitoso blu, oltre a comunicare il nuovo posizionamento del tradizionale brand, ora più attento all’ambiente. Con ogni evidenza cambia anche il core target, che ringiovanisce e diventa metropolitano, smart & chic. Per questo l’orchestrazione della campagna cerca di spostarsi dai soliti schemi e di coinvolgere le persone comuni in un dialogo esteporaneo e inaspettato con il brand, irrompendo “a bruciapelo” (questo il significato dell’espressione “out of the blue”) nella vita di tutti i giorni.

Si tratta di una svolta comunicativa importante, stando a quello che dice il direttore marketing di Bavaria Italia Roberta Gambino, intervistata da Brand Forum:

Questa campagna è per noi uno step fondamentale per supportare un importante riposizionamento volto a spostare progressivamente l’identità del brand da value for money a premium, con l’obiettivo di valorizzare il prodotto, rafforzarne la riconoscibilità e costruire un posizionamento distintivo del brand. Vogliamo proporci in modo innovativo e sorprendente sul mercato, in modo da arricchire il brand di un’immagine fresca e moderna, ampliando e ringiovanendo il target di consumatori”.

Oh Gesù, ancora un’altra newsletter? Chi vuole leggere Twitter via mail?

E io che pensavo che le newsletter fossero uno strumento già sul viale del tramonto… poi arriva Twitter che più o meno due settimane fa lancia una specie di weekly digest. Si tratta di una newsletter completamente personalizzata attraverso un algoritmo che seleziona in base agli interessi e le affinità di ciascun utente una serie di tweet e conversazioni. Cosa mi sono persa, cosa non ho capito?
Twitter newsletter
La ratio di questa mossa è sicuramente la constatazione del fatto che il rumore social stia arrivando al di sopra di una certa soglia di tollerabilità: ciascun utente deve per forza trovare delle strade per razionalizzare il flusso… senza per questo tagliarsene fuori. (Su questo tema mi faccio un po’ di autopromozione e vi consiglio il mio articolo della settimana scorsa. 😉 ) Seguendo la cara vecchia logica push Twitter propone una soluzione semplice: temi di esserti perso qualcosa di imperdibile? Bene, io ti faccio il riassunto delle puntate precedenti. Ottimo proposito, ma personalmente ho appena fatto opt-out dalla maggior parte delle newsletter che ricevo. L’ho fatto proprio allo scopo di ridurre il rumore, non voglio che la casella mail si riempia di cose che non avrò tempo di leggere. Ora, con una sincerità ai limiti dell’ingenuità, sarei curiosa di sapere chi legge ancora le newsletter che riceve (e quali). La mia impressione è che nell’economia dell’informazione il posto riservato alle newsletter che aggregano contenuti sia piuttosto basso. Ovviamente potrei sbagliarmi. Se avete voglia, ditemi quali newsletter leggete e perché. Poi c’è un piccolo cavillo che mi lascia perplessa: per ricevere l’email settimanale di Twitter non si deve fare l’opt-in, dunque qualunque utente Twitter la riceve ogni lunedì. Si può per fortuna fare opt-out, andando alla pagina delle impostazioni delle notifiche. Vista l’inclusione coatta di ogni utente in questo programma, non vi pare che possiamo definire questa newsletter come banale spam? E infine, maliziosamente mi domando: siamo proprio sicuri che questa logica push non abbia niente a che fare con la monetizzazione di Twitter attraverso contenuti sponsorizzati?