[Diario del Festival del cinema di Roma] Due nano-recensioni prima di andare a letto: L’industriale e Babycall

Programma scarno oggi: ho visto più la sala stampa che le sale cinematografiche, ma va bene… aspetto domani che dovrebbe essere una giornata ricca e lunga, lunghissima. La più lunga di tutte con la notte horror di Halloween in cui il dolcetto si chiamerà James Wan e lo scherzetto Insidious. Prima di svenire rapita da Morfeo, vi lascio due minuscole nano-recensioni, giusto per appuntare quello che è passato attraverso gli occhi.
Babycall
Babycall
Comincio dalla fine, non tanto perché grazie all’effetto recenza posso avere ben chiare le immagini del film, ma perché c’è veramente poco da dire. L’horror con una irriconoscibile Noomi Rapace svagata e cacasotto che manco la Shelley Duvall di Shining, diretto dal norvegese Pal Sleutane, inizia come una sorta di Poltergeist/Paranormal Activity e poi vuole fare Il (nuovo) sesto senso, ma non ce la fa. Troppe incongruenze, troppi elementi privi di senso che non hanno bisogno nemmeno di una seconda visione per farsi sgamare.
L’industriale
Babycall
Se posso comunque dire che oggi sia valsa la pena essere al Santa Cecilia è stato per il film di Giuliano Montaldo. Oltre ottant’anni suonati, il regista ligure non ha perso la lucidità e la profondità dello sguardo nel raccontare i momenti storici e gli individui che li abitano. Sullo sfondo della crisi finanziaria, L’industriale è il ritratto di un uomo e il racconto di una sua profonda crisi che da economica diventa umana. Veste i panni dell’orgoglioso e integro protagonista un Pierfrancesco Favino tanto grosso da non lascia quasi spazio agli altri interpreti (Carolina Crescentini nei panni della moglie, Francesco Scianna nei panni dell’avvocato). Emotivamente asciutto, visivamente desaturato fino quasi al bianco e nero, esteticamente molto vecchia maniera, l’ultimo film di Montaldo è profondamente umano e desolatamente attuale. Molto bello il finale aperto, ma inequivocabilmente cupo.

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