Diaz – Don’t Clean Up This Blood

Mi ricordo il luglio del 2001 come se fosse ieri. Ero più o meno nel periodo della vita in cui si formano le proprie convinzioni politiche quando l’evento di Genova ha dato una scossa alla mia sensibilità. A undici anni da quello che è accaduto, quello di Vicari è un tentativo di ricostruire uno dei momenti più bassi della nostra democrazia: dopo la morte di Carlo Giuliani il blitz alla Diaz e le seguenti violazioni dei diritti umani perpetrate alla caserma Bolzaneto sono soltanto una maldiretta e spropositata dimostrazione di forza.
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Diaz è un potente pugno nello stomaco, potente e necessario perché sarebbe bene vedere questo film e indignarsi, capire e pretendere che cose simili non si ripetano. Non è tanto quello che è successo a suscitare la mia rabbia, quanto il fatto che sia potuto accadere, che si sia potuti passare in maniera repentina dalla protesta democratica alla dittatura selvaggia e cieca della violenza. E che sia potuto accadere senza che poi si facesse giustizia. Non si può guardare questo film prestando attenzione ai protagonisti o alle scelte narrative o di regia. Vedere questo film significa inevitabilmente riflettere sulla storia vera al quale è ispirato. I fatti del G8 2001 si gonfiano ipertrofici nella gola dello spettatore senza lasciare spazio a nient’altro. Urge un confronto e un conforto che non può arrivare.

Una scena di Diaz

Per chi vuole parlarne e abita a Roma, giovedì 3 maggio al Forte Prenestino ci sarà un dibattito sul film a cui parteciperanno il regista Daniele Vicari, Elio Germano e l’avvocato Francesco Romeo. Saranno proiettati spezzoni del film e un documentario dal titolo Black Block.

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