Generazione Mille Euro: mi chiamo Silvia, e sono un luogo comune

Una scena di Generazione Mille Euro

Da un secolo non scrivo su un film, ho interrotto persino la partecipazione alle anteprime: tutto questo per stringere i denti e risparmiare il mio tempo diviso tra la tesi e il lavoro (precario) e – ammetto – tutta una serie di altre piccole cose a cui proprio non posso rinunciare, se voglio sentirmi ancora viva.

Ieri sono andata con Gabry e sua cugina a vedere Generazione 1.000 euro e se non scrivo qualcosa credo che oggi non riuscirò a concentrarmi su nulla. Qualche volta la voglia di scrivere è così. Allora mi levo il dente.

Io lo sapevo che era la mia storia, ma in effetti siamo così poco originali che di questi tempi è la storia di molti. In estrema sintesi: lavoro precario, abitazione precaria, amore precario. Come se fosse una fottuta concatenazione logica. Come dire: se i soldi non sono certi, perché qualcos’altro dovrebbe esserlo?

Viviamo nell’unico periodo della storia in cui i figli stanno peggio dei padri e la nostra risposta qual è? Mangiare sushi!

Già. Siamo quelli che non usano il salvadaniaio, non hanno soldi sotto il materasso e hanno il conto in banca in rosso. O ci sono gli ultimi 6 euro, aspettando la fine del mese. E viviamo di privazioni? In effetti no: non rinunciamo mai se ci viene in mente di andare a cena fuori o di fare un viaggio (rigorosamente low cost, però) o di spendere un centinaio di euro in libri che ci piacerebbe leggere. Be’… forse rinunciamo a fine mese. Insomma i soldi sono quelli, abbiamo capito che non diventeremo mai ricchi e non ci interessa risparmiare, anche se non sappiamo dove saremo tra 6 mesi (nel mio caso 9, ma è lo stesso).

Io sono Matteo in gonnella (più spesso in jeans). Passo le mie giornate nel settore marketing di una multinazionale a fare un lavoro che non mi soddisfa, relegando negli spazi vuoti ciò che amo fare. Nemmeno mi preoccupo se il contratto sarà rinnovato, anche se non penso che “quello che mi accade non mi riguarda“. Semplicemente, ho fiducia nel fatto che me la caverò e so di aver visto tempi peggiori. Nemmeno io, comunque, credo più ai sogni.

Quello che mi fa incazzare di più? Il fatto che mi dicano che sono fortunata. Credo piuttosto che siamo tutti sulla stessa barca che fa acqua da tutte le parti. Io i giovani precari li conosco tutti: stagiste in attesa di un contrattino, dottorandi che inseguono i professori, aspiranti insegnanti che fanno supplenze qua e là, ragazzi che piuttosto che mollare fanno due lavori contemporaneamente.

Vivo in un appartamento poco confortevole, in una grande città lontana chilometri dal paese in cui sono cresciuta, con lo spauracchio costante di non farcela e di dovere ritornare a casa. L’unica cosa che non sarei capace di sopportare e che vivrei come un fallimento è la scelta più facile e comoda. Non sono una bambacciona, sono solo precaria.

La mia vita sentimentale negli ultimi sei anni è stato tutto un lasciarsi e riprendersi, persone che sono state solo parentesi, una continua paura di stare insieme o bloccarsi di fronte a qualcosa di stabile. Storie a tempo determinato, con cui si potrebbe riempire un curriculum fatto di piccoli svaghi e piccoli fallimenti.

In tutto questo non so se rallegrarmi o preoccuparmi del fatto che, a differenza del protagonista del film, io ho solo 25 anni.

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