Il labirinto del Fauno: sei abbastanza innocente per entrare?

Il labirinto del faunoCi sono film molto belli, ma facili da definire, film per i quali gli aggettivi vengono da sé – con una spontanea banalità sconcertante. La mente impiega poco tempo a decidere quali corde emotive abbiano toccato: il gioco è presto scoperto. Raramente una pellicola lascia un senso di sospensione, di indefinitezza. Ferma il tempo e sospende il fiato. Quello che si prova è meraviglia, ma è difficile razionalizzarla, difficile spiegare quello che l’esperienza visiva ha mosso nelle viscere dello spettatore.
Il Labirinto del Fauno appartiene a questa seconda categoria. Ambientato all’epoca del regime franchista, il film racconta la dittatura come una storia laterale, attraverso lo sguardo magico di una bambina: Ofelia (la talentuosa Ivana Baquero, classe 1994). La ferocia del capo delle guardie, i partigiani, la guerriglia: sono cose che accadono nella realtà, ma dalle quali la protagonista si estranea. L’unica preoccupazione capace di turbarla riguarda sua madre, che adora come se fosse una dea.
Ofelia crede nelle fate e crede che potrà conquistare il trono da principessa del mondo sotterraneo e salvarsi dalla cruda realtà. Il mondo magico di Ofelia ha forme mostruose, pericoli e terrore: ma c’è speranza. Quello che manca nella realtà. [Ofelia, perdonerete la digressione, mi ricorda me da bambina: la capacità di sognare, allontanandosi dalla realtà o, soltanto, entrare in una realtà diversa, il volto di bambina già donna, l’infantile consapevolezza morale, le letture e i solitari giochi di fate.]
Forse Guillermo Del Toro, regista spagnolo poco più che quarantenne, mantiene la capacità di trovare la magia nel mondo… di certo il suo film va oltre le sensazioni di qualunque narrazione realistica e riesce a trasportare lo spettatore nel buio dell’infanzia. Limitarsi a raccontare la trama e la forza emotiva del film non può bastare: questa è anche una storia di immagini tagliate e montate alla perfezione, che scorrono liquide eppure dense. Una storia di figure mitiche che prendono vita davanti a sguardi increduli, di luci e ombre. Una storia che riempie gli occhi e non dimentica la poesia: quello che il cinema può fare e che per un motivo o l’altro spesso dimentica.
Del Toro ibrida i generi con disinvoltura: il suo è un film drammatico, un film fantasy, un horror – per inciso, molti l’hanno definito horror tout court, ma è davvero una riduzione ai minimi termini. L’unico paragone che mi viene in mente è con un film che ho amato molto, Big Fish: sostituite le atmosfere cupe con il sole di Mr. Bloom, il tragico con l’ironia di Tim Burton e avrete, semplicemente, l’altro lato della luna.
Indicazioni terapeutiche: un valido sostegno per la memoria di coloro che hanno dimenticato o rischiano di dimenticare quanto possa essere dark l’immaginario infantile, un drammatico richiamo alla ingiusta tragicità del mondo reale, uno stimolante sinestetico di rara potenza.

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