Irina Palm: l’estremo sacrificio

Irina Palm
Graffiante, controcorrente, intollerabilmente sfacciato. Un film delizioso, che non si confonde nella miriade piatta di trame sentimentali-drammatiche (o drammatico-sentimentali).
Di che cosa parla?
Siamo a Londra – l’altra Londra, verrebbe da dire, quella che si trova oltre la scintillante vitalità della City, nei sobborghi periferici – dove abita Maggie (l’incantevole Marianne Faithfull) è una donna sulla sessantina la cui vita gira intorno a quelle del nipote, Olly (Corey Burke), affetto da una malattia gravissima. L’unico barlume di speranza è una nuova cura per la quale, però, è necessario trasferirsi in Australia: il che va molto oltre le possibilità economiche della famiglia. Maggie cerca prestiti, cerca un lavoro… ma a sessant’anni è difficile iniziare una carriera. L’unica opportunità che le si offre è quella di fare seghe (sì… proprio di masturbare gli uomini) in un localino di Soho attraverso un buco in una parete. E così inizia la sua avventura come Irina Palm
Sin dalla trama è evidente la portata eversiva del film, che butta all’aria ogni perbenismo per lanciare un messaggio positivo: il sacrificio, l’abnegazione per amore sono sacri e si possono spingere oltre ogni limite. E mentre il figlio di Maggie (il lagnosetto Kevin Bishop) non riesce ad accettare il dono della madre dopo averne scoperto l’origine, è un’altra donna, la nuora (Siobhan Hewlett, bellezza d’altri tempi), colei che comprende e mostra sincera gratitudine verso la suocera (che, in quanto suocera, ha spesso malsopportato). Feroce la rappresentazione dell’ipocrisia mostrata dalle vecchie compagne di bridge di Maggie (con tanto di chicca sul finale che preferisco non svelarvi), di fronte alla quale lei reagisce con dignità e sfida.
Le battute taglienti dipanano la contraddizione tra ingenuità e provocazione in un percorso che va dal sentimentalismo all’oscenità (e ritorno). Un film sul coraggio di una donna, ma anche sull’intreccio dei rapporti umani in cui la protagonista è immersa: rapporti superficiali e ipocriti oppure difficili, fatti di silenzi o di complicità che ben presto si sciolgono in ostilità.
Eppure… (a voler essere pignoli)
C’è qualcosa che non funziona: la sceneggiatura mal oliata, l’impianto narrativo anti-hitchcockiano in cui gli elementi mostrati non necessariamente hanno una funzione. I personaggi entrano e poi si disperdono, dietro alcuni subplot si nascondono vicoli ciechi, i percorsi narrativi si sviluppano in modo acerbo, elidendo preamboli o allungando i tempi.

Indicazioni terapeutiche: contro la costante alta pressione di ipocrisie e perbenismi, una pillola di riflessione con risate comprese nel prezzo.

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