Kill me, please: a weirdo-chic movie, ovvero, perché devo riconsiderare i miei gusti cinefili

Kill me, pleaseUna commedia grottesca in bianco e nero, con qualche grevità e scene di molto sopra le righe che termina in una inspiegabile carneficina (moralizzante?).
Buffa, curiosa, fa scattare qualche risata tra l’incredulo e il maligno. Inoltre, lancia nell’Olimpo dei cinefili raffinati il trans Zazie de Paris, una delle protagoniste di questo film corale nei panni di una cantante lirica in pensione. Personaggio iper-erotico, ingombrante, in equilibrio precario tra l’orrido e l’assolutamente adorabile – in una parola, sublime. Un film gradevole, di certo sorprendente e originale, ma sostanzialmente difficilmente riproponibile in un ambito non festivaliero, un po’ autorialmente pretenzioso e un po’ paraculo.
Sinceramente? Non gli ho dato due lire dopo averlo visto, anzi l’ho subito inserito nella categoria weirdo-chic. Invece, colpo di coda e questo filmetto franco belga e il suo un regista stralunato, Olias Barco, che è più un artista concettuale che un cineasta, vincono il festival del cinema romano. E io ci resto un po’ male, perché anche quel poco di divertimento che quella pellicola mi aveva dato svanisce davanti a quella che mi sembra una palese ingiustizia. Qualcuno dovrebbe dire ai giudici che non è facendo vincere film strambi che un Festival diventa prestigioso, come Cannes e Venezia. Perché è di questo che si tratta, o no?

Indicazioni terapeutiche: divertissement per cinefili necrofili.

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