La trilogia delle madri: notte d’Argento

Scrivo dal lavoro e mi sto ancora riprendendo dalla maratona della Notte d’Argento. Tre madri, sei ore di spettacolo, quattro ore di sonno. Ed eccoci qua.
Un po’ di storia prima di recensire La Terza Madre del re italiano dell’horror. Attorno ai film di Dario Argento, girano spesso voci – non smentite – sulla loro derivazione onirica. Così anche la trilogia Suspiria (1977) – Inferno (1981) – La terza madre (2007) si dice derivi dal suo incubo peggiore, anche se è rilevante l’ispirazione letteraria da Suspiria De Profundis di Thomas De Quincey (OT: un autore controcorrente per l’epoca in cui visse e molto affascinante, sue anche le Confessioni di un mangiatore d’oppio: se vi capita…). Una trilogia durata trent’anni e ripercorsa in una lunga notte. Vi lascio le mie impressioni sui primi due film, prima di concentrarmi sull’ultimo.
Suspiria
Suspiria (1977)
Era l’unico che avessi già visto, eppure ha sortito il suo orrido effetto – voglio dire che una o due volte ho fatto un balzetto sul sedile (scomodissimo, per inciso). Suspiria (la mater suspiriarum) è ambientato in una inquietante scuola di ballo tedesca: mescolando magia nera e suspence rappresenta il fallimento del razionalismo di fronte alle scienze occulte. Agghiaccianti le morti – e molto sadico il pubblico di aficionados di Dario Argento, che faceva scoppiare l’applauso non appena scorreva del sangue. Personalmente ho apprezzato molto la scena della disperata morte del cieco, nel suo vuoto di sensi in uno spazio deserto, con le musiche forti che ne evidenziano il senso di smarrimento e terrore.
Giocato sulle atmosfere cupe, su una fotografia che privilegia luci inquietanti e il continuo richiamo al rosso sanguigno, il film prende costruisce la paura attorno alle musiche dei Goblin – sparate a un volume altissimo nei momenti di maggiore suspense. Soffre un po’ dei limiti del trucco e degli effetti speciali anni ’70: sangue denso come vernice, tagli di plastica sfregiano i protagonisti – ma, in effetti, nonostante il progredire delle tecniche, Dario Argento sembra avere un debole per questo tipo di effetti.
Inferno
Inferno (1981)
Un film che si ricollega al primo svelandone il significato all’interno di un disegno più ampio. Molti riferimenti occultistici e letterari, il secondo film della trilogia è più raffinato del primo: meno giocato sul sangue e più psicologico. Attorno alla seconda madre, la mater tenebrarum, Dario Argento gira un film claustrofobico, con una trama complessa che ruota intorno alla dicotomia tra curiosità e tabù del male. Interessante la fotografia e, anche qui, la colonna sonora fa la sua parte.
La terza madre
La terza madre (2007)
Deludente. Una di quelle opere che metto nel catalogo delle occasioni sprecate. L’ultima pellicola di Dario Argento, è, ahimè, un coacervo di difetti. Poche, invece, le trovate realmente buone.
Il film è costruito intorno all’eroina (Asia Argento), figlia di una (defunta) strega bianca, che la guida nella scoperta dei suoi “doni” e la prepara ad affrontare la terza madre, la più giovane e la più crudele: la mater lacrimarum. Il soggetto, purtroppo, è sprecato: la sceneggiatura lo usa benino all’inizio, poi si perde in un inconsinsistente splatter senza molto spessore. La fotografia, se si esclude qualche sequenza particolarmente efficace, è quasi televisiva: primi piani e campi e controcampi da fiction si contrappongono alle scene d’orrore. Pesa su questa impressione anche un utilizzo di Roma molto limitato che non ne sfrutta appieno le atmosfere, così la seconda caduta della città risulta alquanto blanda. Non c’è suspense, non c’è thrilling, c’è solo una violenza nonsense, schifosa più che paurosa (maestro Dario cade nella trappola dello splatter nudo e crudo). Come se non bastasse l’interpretazione e il doppiaggio sono spesso inadatti, quasi irritanti.
La terza madre poteva essere l’ultimo grande botto del grande regista horror, invece è una storia stridula, un po’ naif nella realizzazione e fragile nella sostanza, con un finale incongruente.
Vorrei concludere con quanto si può salvare: la colonna sonora di Claudio Simonetti che si evolve verso sonorità più metal; i mostri e la scena della prima morte con budella di fuori… non mi viene in mente altro, forse, se fossi un uomo, aggiungerei quella gran figa della terza madre – che risponde al nome di Moran Atias e che in tutte le scene appare almeno con una tetta o un pezzo di fondischiena in vista.

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