31 ottobre 2010: qualche appunto disordinato dal Festival Internazionale del Film di Roma

Haeven - In un mondo miglioreDevo riprendermi, ho fatto un’indigestione di pellicole ed ora non so più nemmeno se sto dentro o fuori dallo schermo. Cinque film in circa dodici ore, praticamente il massimo possibile considerando anche un rapido pranzo e il tempo di passare da una sala all’altra. Ancora uno e sarei entrata in overdose, ovviamente con le note di Perfect Day di Lou Reed in sottofondo.
E, a proposito di Lou, si chiamava proprio così il primo film che ho visto stamattina. Solo che non era un cantante, ma una pre-adolescente alle prese con una famiglia un po’ fuori dal normale. In concorso nella sezione Alice nella città, il film della regista australiana Belinda Chayko é una vivace storia di formazione, che coinvolge tre generazioni: la protagonista Lou e le sue due sorelle, la giovanissima madre e il nonno materno malato d’Alzheimer. Una riflessione per paradossi ed eccessi sul bisogno d’amore che non ha età e su quanto sia difficile sentirsi amati entro le mura della propria casa.
Una ventata di leggerezza alla giornata è stato il documentario su Gianni Rodari Un sasso nello stagno, di Felice Cappa, presentato fuori concorso sempre nella sezione Alice nella città. Interessanti e molto attuali gli spezzoni di repertorio, specialmente gli stralci di interviste allo scrittore, un po’ stucchevole la (seppure minimale) parte docu-fiction, alla ricerca di un effetto poetico scarsamente riuscito.
La sorpresa del giorno è stato il film danese Haeven – In un mondo migliore, in concorso nella selezione ufficiale e diretto da Susanne Bier. Senza ricorrere a luoghi comuni e a soluzioni accomodanti, il film disegna la profonda ribellione di un adolescente che ha perso la madre a causa di un tumore e che stringe amicizia con il piccolo zimbello della scuola. Il clinico acume della macchina da presa viviseziona i rapporti tra genitori e figli in situazioni di emergenza, gli sbilanciamenti e gli squilibri delle amicizie tra ragazzi e le complesse reazioni infantili ai problemi della vita.
Il quarto film della giornata è stato l’italo-indiano Gandor del regista nostrano Italo Spinelli che tratta il tema della difficile emancipazione della donna in certe fasce della popolazione indiana. Una storia toccante, che suscita sdegno e compassione, pur senza essere adornata da particolari guizzi registici.
Ho finito la mia maratona domenicale con Let me in, remake dello svedese Lasciami entrare. Diretto da Matt Reeves (di cui ricordiamo Cloverfield) e prodotto dalla rediviva Hammer, il film procede liscio aggiungendo poco o nulla all’originale, a conferma dei miei pregiudizi sull’opportunità di realizzare il solito remake americano. Mentre il film svedese aveva come punto di forza la poesia intrinseca nella storia horror, sostenuta da un ritmo e da un’estetica minimalisti, questo film sembra acutizzare i momenti horror virandoli decisamente verso lo splatter e puntare sull’aspetto romantico, perdendo l’atmosfera che aveva caratterizzato il film di Tomas Alfredson.
Questo Let me in, tra l’altro, è anche uno di quei film che soffrono continuamente del bisogno di spiegare se stessi, attraverso didascalie visive e dialoghi ridondanti. Insomma, casomai non l’aveste visto, recuperate l’originale.
E, come diceva Meryl Streep nei panni di Miranda Priestlyè tutto. Aggiungo che sono distrutta e domani la sveglia suonerà presto per David Fincher e John Cameron Mitchell, quindi ora mi concedo una meritata e lunga dormita. State con me al Festival di Roma!

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