Paranoid Park: Van Sant al cubo

Paranoid ParkIl Paranoid Park è un posto in cui si ritrovano gli skaters e una popolazione eterogenea di giovani disadattati che attrae Alex, adolescente inquieto, come una calamita. Intorno a lui un vuoto pneumatico, fatto di adulti indifferenti o impotenti e altri adolescenti alle prese con le proprie turbe. In questo deserto relazionale l’omicidio è un incidente di percorso, uno sfocato boato interiore. Paranoid Park è marchiato a fuoco con il nome del regista/sceneggiatore/montatore Gus Van Sant (sì, si è fatto prendere la mano e ha fatto da sè/per tre).
Le scelte tecniche non si possono certo disprezzare: anzi è facile cadere nella rete dell’ammirazione quando il nostro uomo piazza una telecamera (finta) amatoriale nelle mani di un cameramen equilibrista sdraiato su uno skateboard. Colpisce il montaggio pacato, che riduce gli elementi di un dialogo a un solo campo e controcampo. Eppure, a voler essere sinceri, tutto questo sembra ridursi a virtuosismo (un virtuosismo per sottrazione, certo, ma pur sempre autocompiaciuto).
La storia non ha un vero e proprio svilluppo: quanto c’è da sapere lo vediamo/intuiamo durante i primi cinque minuti, il resto è un puzzle equilibristico che scava nelle reazioni emotive del protagonista. Senza mai far risuonare le corde dell’emotività: tutta la storia è raggelata da una retorica oggettività – che implicitamente assolve il protagonista.
Insomma una delusione? No, proprio un film di Van Sant: esattamente quel che ci si aspetta. Ah e… en passant: l’uso della colonna sonora a tratti aggressiva, a tratti ironica è veramente molto interessante.

Indicazioni terapeutiche: farmaco amarognolo contro l’indifferenza generalizzata, che spesso circonda di vuoto gli adolescenti.

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