RoboCop: la triste sorte di un cyborg

RobocopÈ uno dei film cult degli anni ottanta. Che effetto fa rivisto oggi?
La storia la sapete un po’ tutti: lui è un cyborg messo a punto per difendere la città dalla delinquenza. Ma non è solo una macchina: è stato umano – un poliziotto morto in servizio. Questa certezza, pungente quanto vaga, lo smuove nel profondo della sua coscienza resettata. Naturale che sfiori il suo passato con ricordi inafferrabili, che vada alla ricerca della verità e della vendetta. Il volto glaciale di Peter Weller sembra disegnato per questo personaggio.
La trama si dipana, piuttosto prevedibile, tra gli abissi dell’ambizione al potere e le pericolose strade di Detroit. In un futuro ormai passato, ipermediale e disastroso, la storia di Robocop è un dramma esistenziale che ha le tinte forti di un film d’azione. Gli effetti speciali sono sorprendenti, non hanno nulla da invidiare al cinema digitale – mi stupisce che non abbiano meritato l’Oscar, ma il film vinse gli Oscar per il montaggio e per il sonoro. Anche il trucco fa la sua parte, per non parlare della tenacia dell’attore – se è vero che erano tempi in cui per indossando il costume il protagonista doveva perdere ogni giorno tre libre.
Robocop è un film bello, un appassionato cyber-racconto, è un film che sa usare l’arma dell’ironia nei momenti più tragici e che accende una speranza dove il marcio straripa. Eppure… ragazzi, devo essere emotivamente anestetizzata, più fredda di un vero cyborg, se non mi ha emozionata. Mumble mumble: rifletto.
Indicazioni terapeutiche: una cura necessaria per gli appassionati di fantascienza, un interessante stimolo anche per chi voglia interrogarsi sui limiti della tecnologia posti dall’etica.

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