Velvet Goldmine: alle porte del paradiso o dell’inferno?

Velvet GoldmineImmaginate un’epoca edonista, decadente, fatta di apparire più che di essere. Immaginate una vita fatta di feste e immagine, di fumerie e di sesso. Immaginate ora un’arte totale, fatta di musica e teatro, di atmosfere e di moda, un’arte che coincida con la vita dell’artista e l’artista come un essere divino. Immaginate questo, e pensate una linea di collegamento ideale che vada dal decadentismo di fine Ottocento al glam rock di fine Novecento. Ciò di cui vi parlo è la splendida lettura del fenomeno glam del regista Todd Haynes con Velvet Goldmine. Un film che ci immerge in un “mondo di sembrare” in cui vorremmo davvero cadere e che ci fa assaggiare il sapore della celebrità attraverso le vite di Brian Slade (il bellissimo Jonathan Rhys Meyers) e Curt Wild (interpretato da Ewan McGregor), che rappresentano, in maniera non troppo celata, David Bowie e Iggy Pop.
Il regista, però, non dimentica di mostrarci anche il retro della medaglia: le trame commerciali dello star system, le nevrosi dei protagonisti, travolti da un successo distruttivo oltre che molto attraente. Haynes ci affascina con il racconto di una straordinaria epoca di sogni, attraverso una colonna sonora che ci riporta indietro nel tempo e una fotografia che ci riporta ai fasti degli spettacoli glam, ma allo stesso tempo ci mette in guardia verso quelli che sono i meccanismi economici sottesi alla musica e in generale all’arte.
L’occhio della telecamera è spietato, tanto che David Bowie si è rifiutato di concedere il diritto sull’uso del suo nome al regista, che proprio per questo adotterà degli pseudonimi (e in effetti il protagonista, Brian, è il personaggio che cade più in basso nella vicenda).
Il fascino di questo film di Haynes sta nel saperci trasportare da un’epoca di disincanto e d’impegno a una d’incanto e disimpegno. Forse, a volte, abbiamo solo bisogno di un sogno, non di un’utopia.
L’articolo è un estratto di un pezzo che ho pubblicato su Raramente.net nel 2005.

Indicazioni terapeutiche: la regia musicofila di Todd Haynes (se avete bisogno di rincarare la dose potete vedere Io non sono qui, il suo biopic su Bob Dylan) coadiuvata dalla strepitosa colonna sonora e dalla divina interpretazione dei protagonisti ha l’effetto di un viagra per i sensi degli amanti della musica e del cinema. Se ne sconsiglia l’uso ripetuto, potrebbe creare dipendenza ed avere effetti stranianti rispetto alla realtà.

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