Io come tu: i diritti dell’infanzia cominciano qui

Sono cresciuta in un Paese di 8.000 anime, dove i bambini stranieri si contavano sulla punta delle dita. C’erano Igor e Zlatko fuggiti con la loro famiglia da Sarajevo e dalla guerra, una piccola comunità marocchina e basta così. Trattati con curiosità per uno o due mesi, questi bambini (oggi adulti) si integravano in fretta e in breve tempo nessuno faceva più caso alle differenze religiose o etniche. Oggi abito nella capitale, dove per forza di cose le comunità straniere sono più numerose e diversificate, ma non per questo il tessuto sociale sembra più aperto e accogliente di quello di Uta venti anni fa.

Uguali a parole, gli stranieri che vivono a Roma sono diversi di fatto: ghettizzati in strati sociali multietnici e separati per quartieri. Io vivo a Centocelle dove il melting pot è più evidente e anche un po’ più riuscito, ma restano di fatto forti differenze economiche a separe le persone. A soffrirne sono soprattutto i bambini, sotto l’ombra del pregiudizio sociale.

A volte mi trovo a pensarci e sono felice di immaginare che se avrò un bimbo o una bimba, crescerà in una società multirazziale, in cui il catechismo non è l’unica forma di verità religiosa e il cous cous non è più un piatto esotico. Proprio per questo vorrei vivere in un Paese capace di far rispettare i diritti dell’infanzia de facto e non solo a livello formale. Per questo ho deciso di sostenere la nuova campagna Unicef che promuove l’uguaglianza e la rimozione delle norme sociali discriminatorie.

Non è possibile accettare deroghe sui diritti dell’infanzia solo perché un bambino non è italiano fino alla terza generazione: ogni giorno arrivano in Italia 446 nuovi immigrati e considerando che la popolazione cresce solo grazie al loro arrivo, è facile capire che il futuro che ci aspetta non può che essere culturalmente aperto e socialmente responsabile. Guardate il video della campagna io come tu promossa da Unicef e se volete dire la vostra lasciate un commento al post.

4 Comments

  1. non c’è niente da fare: finchè le persone [una volta che un immigrato è, appunto, immigrato, cosa lo differenzierebbe da tutti gli altri?] verranno usate come merce di scambio per voti politici e manovalanza a costo zero [a che servirebbe emarginarli, solo per accontentare il leghistello e il fascistello di turno?], continueremo a farci stupide guerre per decidere chi ha più briciole dell’altro.
    tutto qua.
    e, ovviamente, visto che il razzista è vigliacco di natura, i bambini ci andranno di mezzo.
    di solito commento gli articoli interessanti ma questo non pensavo di farlo al momento.
    l’unicef fa le sue campagne pubblicitarie indirizzandole a chi conosce già i problemi esistenti.
    è il razzista a dover essere il bersaglio, a dover essere educato [nel senso che l’istruzione e l’educazione basterebbero ad annullare il problema], non chi non lo è.

    Rispondi

  2. Davvero una bella iniziativa! Il video è troppo divertente e il bambino che dice candidamente che il suo migliore amico è "quello marrone" esprime alla perfezione come per i bambini alcune differenze che per noi sono marcoscopiche in realtà siano dettagli a volte irrilevanti. Avremmo tanto da imparare dai più piccoli!

    Rispondi

  3. Giusto, ma è sempre difficile arrivare a chi parte da un punto di partenza opposto, soprattutto se ci resta aggrappato con la chiusura e l’arroganza dell’ignoranza.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *