Natale a casa

Telefonata. Lacrime. Chiusura e relazione finale dello stage, con quattro giorni di anticipo sul previsto, perché il giorno dopo dovevo andare via.
Ho salutato la persona che amo. Ho fatto la valigia di fretta. Ho preso l’aereo – avevo perso la carta di identità, ma la polizia mi ha dato il permesso per partire
(ma questo non importa, questa è un altra storia)
“Nonno se n’è andato”. Mia madre piangeva. Il funerale. Tutte quelle persone anziane che mi davano le condoglianze, mi baciavano, mi stringevano le mani: ero immobile e mi sentivo pronta a scappare.
Passa qualche giorno
(neanche una settimana, neanche Natale)
Mia nonna. La sua morte ci passa davanti agli occhi. Ma non era il momento. Torna a respirare, anzi, a sbuffare come un treno. Scoppio in lacrime
(non lacrime, singhiozzi)
Non è successo. Mia nonna, che ha l’Alzheimer e non si è neanche accorta della morte del marito. Mia nonna che vive epoche diverse e parallele, che confonde le perone e i luoghi, che immagina azioni, che non distingue uno specchio da una presenza reale. Rimane con noi. Per ora.
Un Natale così non l’avevo mai avuto. Solo ora comincio a respirare. E lo devo fissare qui, perché mi sembra l’unico modo che ho per posare questo peso.

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