Partire, andare, lasciare

Vorrei rimandare per sempre il 19 aprile: invece mancano solo tre giorni – sarà come cambiare dimensione, cambiare tempo, passare dal passato al futuro possibile. Penso già ai saluti. Preferirei farne a meno e andare via di nascosto, di sorpresa. Se potessi deciderei di raddoppiarmi, anzi, moltiplicarmi infinite volte: essere una per tutte le persone che amo e per tutte quelle che potrei amare, ma non ho ancora incontrato.
Vorrei prendere l’anima delle persone, superando i limiti imposti dalla decenza, ma poi non posso fare a meno di tradire, di scappare, di non-scegliere e andare. Vorrei essere un pilastro, un sostegno sicuro. Vorrei essere un porto, invece sono una corrente: mobile. Nessuno può fare affidamento su di me: non sono stabile in un luogo, non sono ferma in un sentimento, non posso dare tutto a nessuno. Scorro come il tempo.
Vorrei approfondire ogni incontro della mia vita, ma il tempo fugge, lo spazio è fatto di confini e non si può vivere in verticale il nostro essere orizzontale.
Adoro la lentezza de riti familiari, ammiro il nervosismo ciclico con cui si svolgono le azioni ripetute, come se fosse la prima volta. È Pasqua in famiglia. Tutto è al suo posto. Una giornata-àncora in una vita che si muove alla cieca.

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