Un’altra direzione: ecco perché ho smesso di lavorare in proprio

Cambio direzione

Con l’ultima pagina del calendario del 2016 ho strappato via anche alcuni dei piani che avevo tre-quattro anni fa. Se siamo connessi su LinkedIn, probabilmente hai intuito di cosa sto parlando: a gennaio ho cambiato lavoro. Questo cambiamento è arrivato al termine di un lungo periodo di riflessione che mi ha portata a mettere in discussione la direzione che avevo preso all’inizio del 2014, quando insieme con il mio coinquilino, fidanzato e compagno di viaggio ho aperto un’agenzia.

Abbiamo lanciato la nostra piccola impresa con la testa piena di sogni, entusiasmo e una verace, commovente, incosciente ingenuità. Volevamo fare cose belle e utili per promuovere la qualità del cibo italiano e l’abbiamo fatto, senza mai venire meno ai nostri valori. Abbiamo imparato molte cose, preso alcune batoste e ripensato quello che credevamo di sapere vedendolo dalla prospettiva nuova dell’imprenditore.

Dai racconti eroici sul mitologico self-made-man, rivisto e aggiornato con la retorica modaiola su startup e startuppari, viene rimosso con molesta ostinazione un aspetto non secondario dell’esistenza umana: il bilancio tra lavoro e vita privata. Nessuno si chiede quante ore del giorno e della notte debba lavorare chi fa impresa, se abbia a casa una famiglia o se la voglia costruire, quanto tempo riesca a trascorrere con le persone che ama senza pensare al lavoro. Nessuno si preoccupa di sapere che fine facciano gli amici quando un imprenditore attraversa un periodo di crisi. Successo e insuccesso si misurano con i numeri del business e il privato conta quanto una nota di colore. È contorno.

Cosa significa essere una coppia che lancia un’attività in proprio? Sfumare i confini tra lavoro e vita privata, fino a quando le due cose diventano un unico groviglio indistinto. Tornare a casa alla stessa ora durante la settimana e lavorare insieme nel week-end. Confondere i propri obiettivi personali con gli obiettivi di business e trascurare di parlare dei propri desideri. Significa dover coltivare una certa bipolarità per giudicare il lavoro dell’altro senza tener conto dell’amore, litigare a casa e sorridere in ufficio, abbracciarsi a casa e discutere in ufficio.

Ovviamente, significa anche che tutte le risorse economiche derivano da un’unica attività, quindi nei periodi di magra pagare il mutuo richiede acrobazie circensi.

A metà del 2016 mi sentivo intrappolata in una gabbia che avevo costruito io. Quando tutto era iniziato avevo negli occhi l’euforia di un nuovo progetto, ma dopo due anni quell’ebrezza era soffocata e inaridita dalle preoccupazioni che mi accompagnavano dal lavoro fino a casa, che portavo con me in vacanza o a cena con gli amici. Il lavoro era il terzo incomodo della nostra vita di coppia, drenava la complicità fino a costruire due solitudini che abitavano spazi attigui.

Ne avevo parlato con alcuni amici, con mia madre. Solo dopo con il mio coinquilino, fidanzato e socio: la vita di coppia e il lavoro si erano talmente impastate che la sola idea di separare le nostre carriere mi sembrava un modo di tradire il nostro modo di stare insieme. In fondo, avevamo fondato una società quando altri pensano di mettere su famiglia: in un modo un po’ perverso, l’agenzia era la nostra bambina.

In autunno ho sistemato il mio curriculum: avevo pensato che non me ne sarebbe più servito uno.

Non avevo fretta. Volevo trovare un lavoro che non entrasse in conflitto con quello che avevo costruito negli ultimi tre anni e che mi permettesse di mettermi ancora alla prova, imparare, crescere. Poco prima di Natale ho trovato l’occasione che stavo cercando per smettere di lavorare in proprio. Ora mi occupo della comunicazione di WordLift, una startup romana che applica le tecnologie dell’intelligenza artificale al web semantico. È una sfida affascinante, per la quale mi sono dovuta mettere di nuovo – e volentieri – a studiare.

E B-eat? È sempre la mia bambina. Capricciosa, ma la mia. Resto ancora socia e amministratrice e non riesco a togliere gli occhi dagli aspetti più strategici. Il mio compagno e alcuni collaboratori portano avanti l’operatività. Stando ai risultati di questo primo mese, è stata una buona scelta.

2 Commenti

  1. Brava Silvia, condivido e sono certo che troverai ancora grandi soddisfazioni.
    Anche la scelta mia di fare impresa con il mio compagno di banco del liceo è considerato un azzardo perché condividere l’amicizia e il lavoro è considerato negativo, per ora mi godo ancora il piacere e l’entusiasmo che abbiamo nel lavorare insieme, poi vedremo.

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    1. Quello che bisogna capire, quando si lavora con amici di lunga data, è che professionista e persona non coincidono proprio del tutto: anche in questo caso mantenere i campi separati richiede qualche equilibrismo. In bocca al lupo anche a voi!

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