Accabadora: Michela Murgia racconta la Sardegna che non c’è più

Accabadora di Michela MurgiaAccabadora di Michela Murgia Einaudi, collana Supercoralli
Dalla Sardegna che non visiterete mai di Flavio Soriga, alla Sardegna arcaica rievocata da Michela Murgia, la scrittrice resa famosa dal suo primo romanzo, Il mondo deve sapere, dal quale Virzì ha tratto ispirazione per girare il sognante e amaro Tutta la vita davanti.
Le mie letture estive hanno seguito il file rouge del ritorno alle origini, del rifugio in un arcaico colmo di tradizioni rimosse e nobiltà popolana. Diciamo che è stata più una strada serendipica, che un percorso ragionato. Accabai, analogamente allo spagnolo acabar, in sardo significa finire, terminare. Di qui viene il titolo del romanzo, che parla della tradizione forse inquietante (come la definisce il sito Contusu, in sardo “racconti“), ma di certo profondamente umana delle accabadoras: donne comuni, spesso anziane, il cui compito sociale era quello di porre fine all’agonia dei morituri, facendo loro la grazia di recidere il filo della vita. Ne resta un ricordo vago nelle sfilate in costume della Barbagia, nel famoso carnevale di Mamoiada (a proposito: non potete visitare la Sardegna senza spingervi in questo paesino in mezzo alle montagne che per tanti versi sembra essersi fermato a mezzo secolo fa, almeno), nei musei del folklore e in qualche modo di dire di si è perso il significato reale ma non l’uso.
Devo ammettere di non sapere nulla di queste figure misteriose, di queste parche di paese che tagliavano fili crudelmente sospesi e portavano il peso di essere le ultime madri terrene. Almeno, non ne sapevo nulla fino a che non ho letto questo romanzo, che ho divorato con la curiosità di chi si riappropria di uno scabroso segreto di famiglia tenuto nell’ombra di uno scantinato. Michela Murgia ha la capacità di andare oltre la radiografia antropologica e di dare carattere e spessore ai personaggi che popolano l’habitat asfittico del racconto.
Così la storia si è incisa nel mio immaginario, sovrapponendosi in modo del tutto naturale ai ricordi annebbiati di nonne e fotografie d’epoca, alla geografia brulla dell’interno dell’isola, alla strisciante malinconia del mio carattere sardo. Non si può parlare di questo romanzo tralasciandone la scrittura: la lingua di Michela Murgia è una combinazione di lirismo arcaico ed echi di limba sarda, con un ritmo cadenzato che ricorda il nostro modo di parlare – e forse il modo di vivere di un ambiente contadino che scompare ettaro dopo ettaro. Ci sono stati momenti in cui avevo la percezione che i dialoghi che stavo leggendo fossero (solo) pallide e bellissime traduzioni di espressioni in limba – e per la prima volta in tutta la mia vita ho pensato che sarebbe stato interessante e bello leggere un romanzo nella mia vera e profonda lingua madre.

2 Comments

  1. Memore anche dell'amarezza che aveva generato in me il bel film di Virzì, da lei ispirato, ho letto con grande curiosità del nuovo romanzo di Michela Murgia! Ricca di osservazioni interessanti la recensione, innanzitutto… e poi mi sono ricordato che quest'estate ho visto un ottimo cortometraggio girato in Sardegna, "Deu ci sia", che pone in primo piano proprio la figura della "accabadora". Qualora si voglia approfondire la questione, ecco una breve intervista all'autore del corto: http://www.youtube.com/watch?v=N278o6-GyAk

    Rispondi

  2. Questo pezzetto della mia cultura mi ha colpita moltissimo (da pessima indigena o forse perché campidanese non ne sapevo nulla) e quindi vedrò volentieri l'intervista appena fuori dall'ufficio. 🙂

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *