Le vergini suicide

Sarò breve. Epitaffica.

Le vergini suicide è un libro morboso e claustrofobico, al punto da essere antigenico e malarico. Non mi è piaciuto e sono arrivata fino alla fine con grande fatica. Ecco tutto.

Il fatto è che un anno e mezzo fa (Cristo come passa il tempo!) ho letto lo straordinario Middlesex (se volete leggere la mia recensione non dovete nemmeno cercarla, ve l’ho messa lì, sotto quel click del mouse), così il nome e il cognome in copertina hanno funzionato da calamite per la mia attenzione. “Jeffrey Eugenides. Quello che ha scritto Middlesex!” gridava la copertina. Neanche un cenno al film della Coppola, che probabilmente mi avrebbe fatto desistere. Quel figlio di puttana che ha curato l’edizione Mondadori conosceva bene i suoi polli. E io ci sono cascata.

Leggetevi Middlesex, lasciate perdere le vergini, soprattutto se hanno in mente di togliersi la vita e quindi non ve la daranno mai.

Comunque. Volete sapere una cosa? Anche questa lettura mi ha dato da imparare: non è vero che gli scrittori dopo il primo romanzo di successo perdono il bagliore poetico dell’ispirazione e tutto il resto è una parabola discendente. Le vergini suicide, messo in ordine cronologico prima di Middlesex, dimostra che nella vita si può sempre migliorare. E se questa vale per gli scrittori, figuriamoci per gli altri.

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