Emmaus: quella volta che non ho capito Baricco

Emmaus
Si sa che ho un debole per Alessandro Baricco. Non sono sempre le storie a colpirmi, non tanto quanto la bellezza della scrittura. Il modo in cui ritaglia, incornicia, ripulisce e definisce ogni immagine, ogni frase, ogni riga. Quando si parla di lavorare di lima nella composizione delle parole è lui che mi viene in mente, con la sua prosa poetica. Quando ho comprato Emmaus, Baricco mi mancava da alcuni mesi. A volte torno da uno scrittore per nostalgia come si potrebbe tornare da un amore passato. L’ho letto in due giorni, il che significa che l’ho terminato andando e tornando dal lavoro per due volte, interrompendo talvolta la lettura per parlare con qualcuno: i libri di Baricco sono così puliti che sono centellinati, in quanto merce raffinatissima le parole si comprano al grammo. Sapendo che presto mi sarebbe mancato di nuovo ne ho comprato un altro e l’ho messo via, arriverà il momento. Dal titolo del post avete forse immaginato che qualcosa non sia andato tanto bene con questo libro. Non è proprio così: è andato tutto come doveva, solo che Emmaus è fuori dal mio orizzonte. Nonostante l’efficace descrizione dei protagonisti e del loro contesto, non sono riuscita a provare empatia, non sono riuscita a capire la deriva dei personaggi e la (loro) fine. Era come essere sintonizzata debolmente con una stazione radio: capivo le parole, riconoscevo le musiche, ma tutto era sporcato da un costante fruscio di fondo. Avevo la sensazione che quella storia con la sua pallida bipolarità fosse lontana, un po’ troppo oltre qualche segno immaginario, perché io potessi comprenderla davvero.

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