Rand Fishkin, Lost and Founder - 2018

Lost and Founder di Rand Fishkin

In un contesto in cui l’obiettivo è trasformarsi in un unicorno, è fisiologico innamorarsi delle fantasie e finire per credere nelle favole. Lost and Founder di Rand Fishkin parte proprio da qui: dai miti che affollano l’immaginario sulle startup, molti dei quali non sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.

Anzi, sono solo cagate. Parola del fondatore di MOZ e della nuovissima SparkToro.

A cavallo tra autobiografia e saggio, Lost and Founder: A Painfully Honest Field Guide to the Startup World demistifica il mondo delle startup, offre una collezione di consigli non ortodossi per chi a questo mondo comincia ad affacciarsi e poi si sofferma su una visione illuminata di come si possa rendere sostenibile il business di una startup digitale.

Rand Fishkin, un uomo che è stato capace di parlare apertamente della grave forma di depressione che l’ha colpito alcuni anni fa, non fa certo paura essere onesto. Anzi, mostra senza pietà debolezze ed errori che hanno punteggiato la sua vita da imprenditore e il percorso della sua prima startup, MOZ, oggi una delle imprese di riferimento nel settore della SEO a livello mondiale.

Lost and Founder è un libro utile e di grande ispirazione, ha uno stile diretto e brillante e riesce a essere persino commovente, in quei passaggi in cui la vita professionale e quella privata arrivano a toccarsi, com’è inevitabile.

A chi consiglierei Lost and Founder?

  1. A chi ha fondato una startup (hai voluto la bicicletta?) e a chi sta per farlo (vuoi la bicicletta?). Leggetelo e basta, questo libro è per voi e non voglio sentire scuse.
  2. A chi lavora per una startup e in particolare nel marketing, nello sviluppo di prodotto e nel management. Leggetelo, perché nel successo di una startup il founding team conta quasi quanto i founder e, più che in un’azienda già stabile, l’apporto individuale può fare una grande differenza.
  3. Ai venture capitalist, che in questo libro sono anche un po’ bistrattati e che, se non sono già stati founder a loro volta, troveranno molto interessanti il punto di vista e le argomentazioni di Rand Fishkin. Leggetelo e non prendetela troppo sul personale.
  4. A chi a fare startup, cercare investitori e provare a diventare un unicorno non ci pensa nemmeno e vuole solo costruire un’attività sostenibile. Leggetelo per scoprire perché avete più possibilità di diventare ricchi del founder di una startup e, magari, per prendere spunto da alcune buone pratiche (non solo) per startup.
  5. A chi ha già letto The Lean Startup di Eric Ries (in italiano Partire Leggeri, edito da Rizzoli). Leggete anche questo per scoprire perché non si può sempre percorrere la via della leggerezza e per saperne di più sulle zavorre che probabilmente avete già imbarcato sulla vostra nave senza rendervene conto. A questo proposito, qui trovate un estratto di Lost and Founder che riguarda il famoso Minumum Viable Product.

5 cose che Rand Fishkin può insegnarti

Mentre leggevo questo libro, pensavo continuamente: ci vorrebbe una traduzione in italiano. Pensavo a come negli ultimi anni si sia sviluppato il microcosmo delle startup del Belpaese e a quanto abbiamo ereditato in scala ridotta dalla Silicon Valley l’uso disinvolto di una retorica in cui il mondo dell’economia sposa quello delle fiabe.

Rand Fishkin comincia ogni capitolo dal racconto della sua esperienza diretta in MOZ, allargando poi lo sguardo sul panorama delle startup attraverso dati e statistiche e cercando infine di trarre consigli utili per chi gareggia in questa corsa all’oro.

Non posso offrirvi tutta la brillante saggezza di Rand, ma ho provato a sintetizzare cinque piccole lezioni che mi sono portata a casa. È solo un assaggio, per il pasto completo vi mando su Amazon.

1. La trasparenza è faticosa, ma potrebbe salvarti

In uno dei capitoli più belli del libro (forse non a caso uno dei primi), Fishkin ci rende partecipi di una disavventura rocambolesca dovuta ai debiti contratti con la sua prima società. Tutto nasce da una gestione fantasiosa e disfunzionale della comunicazione relativa alle questioni economiche all’interno sua famiglia. Famiglia che era entrata nella sua vita professionale nella figura della madre-socia – e se non è facile gestire una società con il proprio compagno non voglio immaginare cosa significhi farlo con la MAMMA.

Mentre dipana una storia di menzogne e omissioni, il founder di MOZ chiarisce che se la verità non può salvarti da errori e fallimenti è ancora più improbabile che nascondere la polvere sotto il tappeto sia utile a risolvere qualche problema. Più probabilmente, il problema non farà che diventare più grosso e purulento, fino a scoppiare pubblicamente come un brufolo che hai cercato di nascondere sotto troppi strati di make-up.

Ma come si fa a seguire la strada della trasparenza quando bisogna rendere conto a soci, investitori, dipendenti e clienti – ciascuno dei quali ha interessi e punti di vista diversi sulle questioni che riguardano la startup? Questo chiedetelo a Rand.

2. Servizi e prodotti non sono necessariamente in antitesi

Per definizione, la startup digitale vende prodotti scalabili, che creano i presupposti per un ritmo di crescita esponenziale e la rendono estremamente appetibile per gli investitori.

Non è detto, però, che le società che offrono servizi di consulenza e le startup siano due linee parallele che non si incontrano.

Al contrario, la consulenza può essere un’ottima base da cui partire per costruire una startup perché permette di comprendere i bisogni di uno specifico mercato e di costruire un prodotto sulla base di esigenze reali di cui si ha esperienza diretta. Non solo: i profitti derivanti dai servizi possono essere usati per finanziare lo sviluppo del prodotto prima ancora di cercare finanziatori esterni.

3. Cultura aziendale e diversità possono convivere

Se i dipendenti di una società aderiscono alla stessa cultura aziendale, sarà più facile raggiungere i risultati previsti grazie all’unità di intenti e di visione. Allo stesso tempo, è scientificamente provato che le aziende in cui le diversità sono più rappresentate sono più produttive in termini economici (consiglio questo approfondito articolo di Emiliano Pecis sull’impatto della diversità sul ritorno economico delle aziende).

Potrebbe apparire come una contraddizione, ma in effetti non lo è.

La cultura aziendale è fatta di valori condivisi, che si costruiscono e realizzano anche nell’interazione tra i dipendenti, mentre la diversità è fatta di appartenenze che valorizzano le singole identità. Più diversità sono presenti in un certo ambiente lavorativo, più la cultura aziendale sarà inclusiva di valori che rendono l’ufficio un ambiente sicuro nel quale interagire in modo produttivo.

4. Il management non è l’unica carriera possibile

Metti un creativo davvero bravo (funziona anche se ci metti uno sviluppatore o un marketer, funziona per un sacco di ruoli diversi), metti che dopo aver lavorato per un certo periodo in un’azienda sia venuto il momento di riconoscere la sua seniority. Qual è il percorso di crescita professionale più scontato? Metterlo a capo di un piccolo team e spostarlo dall’esecuzione al management.

È qui che probabilmente ha origine il famoso principio di Dilbert. Non tutte le persone che fanno benissimo una certa cosa sono in grado di guidare altri a fare benissimo quella stessa cosa. Semplicemente, gestire compiti e gestire persone sono due cose profondamente diverse e richiedono anche abilità diverse. Per esempio, non tutte le persone di talento hanno capacità di leadership e non tutte si sentono a proprio agio nel delegare il lavoro ad altri e nel comunicare in maniera assertiva.

Il risultato? L’azienda perde l’apporto di un ottimo creativo per guadagnare un manager scarso.

Qual è l’alternativa? Ripensare il riconoscimento della seniority acquisita all’interno di una cornice diversa, in cui sia permesso a chi ha talento di continuare a essere operativo, pur crescendo in termini di responsabilità e salario. In altre parole, Rand Fishkin immagina due percorsi di carriera differenti, uno nel management e l’altro operativo.

Pensare che gestire altre risorse umane non sia l’unico percorso per fare carriera è un importante cambio di prospettiva e in un certo senso è anche piuttosto liberatorio.

5. Il growth hacking funziona, ma… potresti finire per rimpiangere di averne fatto uso

Negli ultimi due anni il growth hacking è diventato una vera buzzword: tutti ne parlano, non tutti hanno ben capito cosa sia, ma molti credono sia la bacchetta magica per fare esplodere una startup.

Circolano molte storie su casi di growth hacking di successo, ma nessuno mai racconta il rovescio della medaglia. Tranne – lo avrete capito – il nostro Rand.

Ecco quello che è successo a MOZ: dopo aver lanciato una campagna di acquisizione clienti con uno sconto folle, la piattaforma SEO fondata da Fishkin vede esplodere la propria base clienti. Questi clienti pagavano molto poco per il prodotto e proprio per questo non sembravano tenerlo in gran conto. Erano clienti estremamente inclini a disdire il proprio abbonamento e non avevano intenzione di acquistare ulteriori funzioni.

In altre parole, nel tempo, quei clienti sono diventati più un costo che una risorsa, incidendo tra le altre cose sulle metriche di performance della società.

Come evitare una situazione del genere? Con il buon vecchio marketing. O meglio: abbracciando un marketing scalabile, che permetta un’acquisizione clienti costante e continuativa, senza speciali picchi, ma con una gestione costante del flusso.

Riassunto per pigri

Questi sono i miei appunti su Lost and Founder, mi hanno aiutata a focalizzare meglio i contenuti del libro. Se hai fretta di arrivare dritto ai messaggi più importanti, qui sotto trovi una sintesi selvaggia del lavoro di Rand Fishkin.

Lost and Founder: note

Dove trovare Lost and Founder

Lost and Founder di Rand Fishkin, edito da Penguin Books, è per ora disponibile solo in lingua inglese e si può acquistare su Amazon in formato Kindle, copertina rigida e copertina flessibile.

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