Mi sono innamorata di Amelie Nothomb a Più libri più liberi

Amelie Nothomb
Ogni volta che sento parlare una scrittrice (cosa che mi capita di solito durante eventi e presentazioni editoriali, ma può accadere, a tradimento, anche durante un tranquillo aperitivo tra amici) cado subito nella trama del suo fascino e provo un senso di ammirazione…
No, un attimo: devo correggermi, non succede tutte le volte. Quando ho sentito parlare Isabella Santacroce mi sono alzata e me ne sono andata in un atto di istintiva ribellione intellettuale che non avrei nemmeno creduto mi potesse appartenere.
Dicevo, provo una quasi incondizionata ammirazione, che somiglia un po’ a quella dei bambini quando incontrano Babbo Natale o il pupazzo Disney di Topolino (anche se su quest’ultimo è più probabile che un bimbo un po’ sveglio si ponga delle domande). Chiunque essa sia, per me lei è lì a incarnare la possibilità di entrare nel dorato mondo del libro: è soprattutto la scrittrice pigra che ancora c’è in me (quella che sogna la pubblicazione dalla tenera età di otto anni, ma non riesce a ritagliare alla scrittura uno spazio abituale e necessario per arrivare al traguardo) ad essere colpita dall’incontro. Quasi sempre ascolto l’autrice di turno, la guardo e mi immedesimo in lei. Per qualche ragione questo meccanismo è un po’ più debole se incontro uno scrittore, come se l’appartenenza di genere più di qualunque altra differenza mi aiutasse a percepire la distanza tra me e lui.
Scusate, oggi sono dispersiva – e, a proposito, apro un’altra parentesi: ci dev’essere qualcosa nel metodo d’insegnamento di certe maestre elementari utesi o nella retorica contadina del campidano che porta la gente che scrive a divagare attraverso milioni di discorsi parentetici. Questo spiegherebbe anche lo stile del compaesano Flavio Soriga.
Dopo quattro paragrafi credo sia venuto il momento di arrivare al vero motivo per cui sto scrivendo queste righe: Amelie Nothomb. La scrittrice belga, vera e propria VIP dell’olimpo letterario, è a Roma per presentare il suo ultimo romanzo, Una forma di vita edito da Voland (informazione di servizio per i suoi fan: occhio che sarà in città anche oggi). A Più libri più liberi le è stato dedicato lo spazio di un’ora che ha fatto il pienone – con un pubblico, aggiungerei, prevalentemente di lettrici.
L’autrice del romanzo Metafisica dei tubi (che, sinceramente parlando, è l’unico che abbia letto) è una donna sopra la quarantina, con ascendenze nobiliari oltre che figlia di diplomatici che l’hanno cresciuta in Giappone. Tutti i giorni scrive e tutti gli anni pubblica almeno un romanzo (è arrivata al ventesimo, con traduzioni in più di quaranta lingue), molti altri li scrive ma non li pubblica.
È intelligente, spiritosa, musicale. Questa specie di continua eruzione intellettuale vivente non mi assomiglia affatto – o, per dirla come andrebbe detta, io non assomiglio affatto a lei. Eppure, sentendola parlare, quel pezzetto di aspirante scrittrice che è in me e che non si è ancora arresa a una vita passata dietro le gioie del marketing ha osato sentirla incredibilmente vicina. Il paradosso è ancor più ingarbugliato in quanto si parlava di frontiere individuali. E così riuscire a sentire una persona che dice che nonostante tutta la volontà di fidarsi dell’altro bisogna ammettere che ciascuno di noi ha i suoi confini e che una fusione tra le persone è impossibile (ma se fosse possibile sarebbe disastrosa), sentire un’identità di vedute con una persona che sta sostanzialmente dicendo che restiamo tutti delle isole nel profondo ha un che di contraddittorio. O no?
Non sto a raccontarvi come la Nothomb abbia presentato la sua ultima creatura passando attraverso i temi dell’individualità, della scrittura, della comunicazione, dell’incontro, regalando piccoli scorci autobiografici e minuscole perle di saggezza – facendolo, per di più, con una leggerezza mai banale che, se ci penso, è esattamente il suo stile. Di certo, tra i prossimi libri che comprerò ci sarà il suo – più l’inevitabile recupero degli altri diciotto che ho perso.

4 Comments

  1. oltre a contestarti l'uso del verbo "osare" – perchè non dovresti permetterti di considerarti simile a lei per certi versi? – non ci vedo nulla di contraddittorio: ognuno di noi è un'isola ma più isole possono essere unite da uno stesso ponte o da una rotta comune o scaldate dalla stessa corrente o soggette alla migrazione delle stesse specie marine.
    si può avere qualcosa in comune, pure tanto, se si vuole o se il caso ci mette una zampa ma non si può [o quantomeno si dovrebbe assolutamente evitare] di essere identici altrimenti uno dei due, sia l'originale o la copia, sarebbe inutile.

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  2. tanto già sai: il nostro senso lo si trova in relazione con gli altri; se sei un'isola puoi trovare una tua dimensione ma non ci sarà nessuno con cui confrontarla.
    se sei un'isola, devi vivere da tale: nel bene e nel male indipendente.
    ieri si parlava con un amico del rientrare o meno in una certa categoria, sono arrivato alla conclusione che non si rientra in una categoria: o ci si sforza per sembrare di entrarci o si adatta la categoria a se stessi.
    quindi tranquilla: non essere un'isola cercando di somigliare a sant'elena, prova a essere quella che sei e, in un modo o nell'altro, dovresti riuscire a essere una specie di isola ma dotata di tutti i comfort possibili.

    p.s. nel mio post andrebbe aggiunto un punto interrogativo subito dopo "certi versi"

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  3. A me basta che ci siano un paio di ponti, un porto e degli spazi impenetrabili! 🙂
    [Comunque l’avevo letta come se il punto interrogativo ci fosse! :)]

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  4. Il discorso è complesso e ha meritato, altrove, menti più alte della mia a sviscerarlo. 🙂
    La contraddizione fa forse parte della natura umana: questa ricerca continua di qualcuno che ci comprenda e con cui identificarci in maniera completa, continuamente e inevitabilmente delusa perché ognuno (piradellianamente) ha su ciascuna cosa un punto di vista differente. Saltare dalla delusione alla convinzione che questa differenza sia ciò che arricchisce e dà senso alla nostra presenza del mondo, forse, è quello che si fa nell'età adulta (per poi "regredire" qualche volta nella ricerca romantica della perfetta identificazione).
    [Poi, non mi piace cercare nelle persone l'utilità (brutta parola), ma, magari, il senso. E in questa ricerca di senso sarebbe bello immaginare che ogni isola sia il più possibile alla deriva.]

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