Mr Gwyn

Mr GwynCapita a tutti, di tanto in tanto, di sentire che una cosa che si è scelta e voluta, di cui si è pagato il prezzo e intorno alla quale finisce per orbitare la nostra stessa definizione come individui – una cosa come la carriera, la città in cui si è scelto di vivere, la persona che si è scelto di amare – non risponda più alle nostre esigenze profonde. Quando incontriamo Mr Gwyn per la prima volta, la sua figura è nettamente illuminata da una prepotente epifania: il suo lavoro non è più adatto a lui. Qualcuno potrebbe invidiarlo perché il suo non è un mestiere qualunque: Mr Gwyn si guadagna da vivere facendo lo scrittore. Chi ha il pane non ha i denti, si potrebbe pensare, senza domandarsi quanto sia amaro quel pane dall’apparenza fragrante.
Io questo Mr Gwyn l’ho capito subito e mi sono ben guardata dal biasimarlo, perché ribellarsi nei confronti della propria definizione sociale non è roba per soli scrittori o intellettuali: è un’esperienza che che ritrovo continuamente nelle mie inquietudini e in quelle delle persone che conosco. Tutto l’ultimo romanzo di Baricco è, in fin dei conti, una storia di ribellione nei confronti del già scritto, una metafora sulla necessità di cambiare, di mettere alla prova i propri limiti, di ridipingere i propri contorni. Si ridisegna Mr Gwyn, inventando una professione inesistente per ritrovare se stesso, si ridisegna la giovane donna che lo segue in questa bizzarria, si ridisegnano i personaggi che lasciano che uno scrittore scavi nella loro anima per portare alla luce, come un paziente archeologo, la loro verità nascosta.
E in tutto questo fluire di personalità e umanissime riflessioni, si ridisegna anche il lettore che attraversa almeno due prospettive sul protagonista e sulla storia. Baricco non sembra prodigarsi particolarmente per avvicinare questa storia al suo lettore – compiacendosi e perdendosi nell’estetica delle parole: i dialoghi, le descrizioni e le poche azioni attraverso le quali la storia si svolge, si lasciano osservare come un bel quadro e come un bel quadro mantengono un segreto che non si dischiude. Con intelligenza e una punta di furbizia l’autore non cede alla tentazione di incastonare nel racconto gli scritti del suo protagonista evitando così l’imbarazzo di scrivere dopo aver descritto. In una parola, come al solito, lo stile è impeccabile – e porta con eleganza gli accenti più adatti per il suo soggetto. L’illusione è così perfetta che, nel leggere i dialoghi siamo tentati di pensare, vista l’ambientazione britannica, di leggere una traduzione.
Quelli che, come me, sono fan di Baricco saranno felici di ritrovarlo ancora una volta, di seguire il filo del suo racconto e di notare con una punta di soddisfazione, giunti all’ultima pagina, come ancora una volta il finale sia il perfetto punto d’arrivo di un leggiadro viaggio tra la parole. Quelli che gli rimproverano un atteggiamento snob e presuntuoso, troveranno nel suo gusto estetizzante la conferma dei loro pregiudizi – e a ben vedere nemmeno loro resteranno delusi.
Io, dopo aver incontrato questo libro e il suo autore passeggiando verso casa, ho trovato ironico il fatto che leggerlo mi abbia spinta a partire per una non ben determinata ricerca. Se qualcuno fosse curioso di incontrare Alessandro Baricco, ecco un paio di letture consigliate:
  1. Oceano mare (nella top 5 dei miei libri preferiti di sempre);
  2. City
  3. Seta

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