Frozen: sorelle a distanza

Anna ed Elsa in Frozen

Era solo una manciata di mesi fa. Accoccolata sul divano guardavo Frozen, credendo di trovarci solo una buffa storia di principesse, pupazzi di neve e incantesimi. Invece, l’incantesimo era che in quella storia c’ero io, venti anni fa. L’incantesimo era che in quella storia c’era mia sorella, venti anni fa. Io col mio stupido modo di tenere le distanze, tu con la tua gioia infinita di vivere, giocare e sognare. Avremmo dovuto dividere l’infanzia, ma io mi sentivo già adulta e così ti sono sempre mancata.

Chilometri di mondo, in mezzo a noi, mi hanno restituito una sorella più grande, ma sempre carica di sogni. Sei scesa dal tuo volo intercontinentale con un cartello che citava: “Do you want to build a snowman?”. E io quella scritta l’ho vista a malapena, mentre i miei occhi cercavano di comunicare al mio cuore che tu eri lì, davanti a me, dopo diciotto mesi in Australia. Non si torna dall’altro capo del mondo a sorpresa con un cartello in mano; ma questo è il tuo stile: fare cose estremamente belle con una sorridente leggerezza.

Sono passati pochi mesi da allora. E adesso sei nella mia stanza che impacchetti uno a uno i tuoi desideri, arrotolati in mezzo alle maglie e ai pantaloni di cotone. Questo pomeriggio partirai, per portarli in un altro lontano.

Voglio che tu sappia, sorella di sangue e di terra, che il tuo coraggio basterà per fare tutte le cose che vuoi e altre, che non osi nemmeno immaginare. Voglio che tu sappia, sorella di cuore, che attraverserei i sette regni per costruire quel pupazzo di neve ed essere finalmente bambina.

Martin Eden

Martin Eden di Jack London, La Biblioteca di Repubblica – L’Espresso Editore

Ho incontrato questo libro alcuni anni fa in un mercatino. Mentre lo  soppesavo con aria distratta, cercando di capire sulla base dei grammi di carta e inchiostro quanto potesse interessarmi, sono stata sorpresa da un amico: “Martin Eden! È il mio preferito di sempre!”. C’erano, forse, anche altri punti esclamativi nel suo entusiasmo. Così Martin Eden si è guadagnato un posto prima nella mia borsa e poi in uno scaffale. È rimasto nascosto in un angolo di libreria, tutto solo e racchiuso nella sua carta da edizione economica precocemente invecchiata. Si è fatto leggere un certo numero di anni dopo, corrispondenti a poche settimane fa. E questo perché sapeva che era il suo momento.  Martin Eden di Jack London

 

Martin Eden è una storia infelice, che ha fatto breccia con un piccolo tarlo nella mia felicità. Lui, il protagonista del libro, è un giovane marinaio californiano che nonostante la sua età ha già vissuto molte vite. E c’è una lei di cui si innamora nell’istante esatto in cui la vede. Solo che Martin Eden non è una storia d’amore; lo è forse solo in parte, nella misura in cui l’amore è la scintilla che spinge il protagonista a intraprendere il suo viaggio. Il fatto è che lei, nel suo benessere alto borghese, sembra porsi troppo in alto per Martin, che da quel momento è spinto dall’ambizione di elevarsi fino a raggiungerla.

Ora, che Martin sia (emotivamente) un povero fesso e abbia decisamente sopravvalutato la sua bella, che da tanti piccoli indizi risulta un po’ insulsa tra le righe di Jack London, lo si era capito subito. Comunque la cura di Cupido e la determinazione gli danno una forza quasi sovraumana per perseguire la sua ossessione. Remando contro ogni buonsenso e contro i consigli di mezzo mondo, lui non mira a raffazzonare un’istruzione da autodidatta per cercare un lavoro come impiegato, ma mira a diventare uno scrittore. Quindi, Martin Eden parla di un marinaio che smette di andare per mare e decide di diventare uno scrittore. Incidentalmente, c’è anche l’amore. Solo che la vera missione di Martin, persino prima che lui se ne accorga, smette di essere la conquista dell’amata, per diventare una sfida radicale contro la società.

Martin vuole essere ammesso al mondo borghese e intellettuale. La sua è una lotta all’ultimo sangue per la realizzazione dell’individuo contro la dialettica delle classi. Lo vedi mentre è impegnato a scrivere e sopravvivere alla povertà: ti sembra Atlante con il mondo sulle spalle, fatica ma non molla, sopporta tutto con orgoglio e crede sempre, disperatamente, che il suo successo sia a un passo di distanza.

Lo è, in effetti, ma per Jack London non c’è felicità nella sua hybris, ma solo un abisso di solitudine. “Avresti dovuto redimerti” dice, severo, l’autore al suo personaggio sventurato “invece hai cercato una rivalsa.” La fine di questo romanzo non vi piacerà: a me non è piaciuta. Eppure, è vero: è ruvida, la vita, per chi si allontana troppo dalle proprie origini e manomette la bussola della propria identità, mentre l’estraneità degli altri diventa estraneità a se stessi.

Comunque, anche se vorrei andare da Jack London e chiedergli la cortesia un finale diverso per questo ragazzo, Martin Eden ha rimesso in moto dentro di me il desiderio di scrivere. L’urgenza di dire: posso.

Venuto al mondo: più che una recensione, una confessione

Margaret Mazzantini: Venuto al mondo

La copertina del libro Venuto al mondo e l’autrice, Margaret Mazzantini

Ho cominciato a leggere Venuto al mondo con un interesse un po’ pigro e una, conseguente, lentezza preoccupante. Una giornalista di mezza età, la Bosnia ai tempi della guerra, sprazzi di una Roma (bene) che riconosco a fatica: scorrono le pagine e il mio interesse resta sempre un passo indietro.

Non comprendo la distanza dal mondo della protagonista, che sfiora la commedia e la tragedia umana con lo stesso distacco cupo. Un sentore amaro riecheggia anche tra le pagine che parlano d’amore. Non capisco a cosa aggrapparmi, quale personaggio abbracciare, mentre il tempo narrato sembra appiattirsi in un elenco di avvenimenti privi di scelta. Il senso del dovere supera il desiderio, le decisioni chiave colano via come se fossero obblighi.

Un lasciarsi vivere quasi atarassico, mentre il mondo intorno freme di vita e di morte.

Fino a quando un’ossessione di maternità diventa l’unica guida, fino a quando il desiderio d’amore si trasforma in forza corrosiva e distruttiva. Allora, solo allora, ho provato a camminare di fianco alla protagonista del libro, a capire le sue emozioni, a soffrire con lei (gioire no, mai). Quando tutta la sua vita si restringeva in quell’unica, grande e minuscola pulsione ovarica, allora ho sentito che sarei potuta essere io quella donna sterile e insapore. Poteva essere mio quel desiderio accecante, poteva essere mia quell’incompletezza biologica che trasforma il ventre in una piccola tomba.

Ho sofferto con lei, ho pianto. Un giorno, sulla metro piena di gente, mentre ero totalmente immersa nella lettura, ho sentito le viscere stringersi e rovesciarsi davanti all’insostenibilità di quello che leggevo. Era la scelta più perversa che lei potesse fare. Eppure era lì, era già scritto. Ho sollevato gli occhi, e mentre guardavo un signore davanti a me, ho sentito un conato di vomito – se sono arrabbiata mi succede, a volte: tutta la rabbia si muove dalla bocca dello stomaco, come un veleno. Ho deglutito forzandomi ad abbassare di nuovo lo sguardo sulle parole di Margaret Mazzantini. Da lì, ero sua. Scossa, furiosa, curiosa: volevo solo sapere fino a che punto sarebbe arrivata questa storia, volevo solo essere spinta sul ciglio del burrone per guardare di sotto.

Una notte, con l’abat-jour accesa, sono rimasta sveglia a leggere per ore, mentre Davide dormiva accanto a me. Mi sono arrabbiata, ho sbattuto il libro sul comodino a poco più di un centinaio di pagine dalla fine; nel frattempo Davide si lamentava, io gli chiedevo scusa, ma poi allungavo la mano per gettarmi nel precipizio di quel libro.

Sono arrivata alla fine, piangendo, la mattina dopo. Senza asciugare le lacrime che scendevano in silenzio. L’estrema crudeltà della conclusione si sovrapponeva ai volti biondi e sorridenti dei ragazzini bosniaci che erano sfollati nel mio paese, venti anni fa. Era tutto distrutto, a cominciare dalla mia rabbia di prima. Restavano solo i brividi d’orrore.

Sono andata a singhiozzare da quell’incarnazione della pazienza alta un metro e novanta che vive con me. Non so se leggerò più un libro della Mazzantini, ma questo romanzo intriso di paure, ossessione e malvagità umana è passato come un aratro dentro di me e credo proprio che non lo dimenticherò mai.

[Incontri mattutini]

Sull'autobus un signore si rivolge a una ragazza che legge una rivista patinatissima. Non si conoscono.

Lui ha una voce simpatica e rassicurante e le dice che le donne dovrebbero avere un po' di ciccetta, che quelle modelle lì sono come manichini col compito di far risaltare gli abiti, non il proprio corpo. Le dice che sono vittime, sfruttate letteralmente fino all'osso dal sistema della moda. Le dice che per tenersi in piedi si riempiono di anfetamine e cocaina. Le dice che le donne così estremamente magre non piacciono agli uomini e nemmeno alle altre donne.

Io vorrei ringraziarlo, ma non lo faccio. Non gli dico nulla e me ne sto lì a sorridere come un salame mentre lui scende dall'autobus con la sua andatura un po' sgangherata e il suo viso buono.

Grazie uomo perbene!

Neuromarketing: perché il marketing non può fare a meno della psicologia

 Martin Lindstrom: l'autore di Neuromarketing

Martin Lindstrom, autore di Neuromarketing

“Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti.”

(John Wanamaker)

La frase, pronunciata oltre cento anni fa da uno dei pionieri del marketing, è ancora attuale: sappiamo che l’advertising influenza l’acquisto, ma non sappiamo definire con certezza in che misura sia efficace. Neuromarketing di Martin Lindstrom, che in inglese porta un titolo meno pretenzioso e più giocoso, Buyology, cerca di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa coinvolge davvero il consumatore spingendolo all’acquisto? Per trovare una soluzione al problema, Lindstrom utilizza la neuropsicologia, studio dei processi cognitivi tramite l’analisi delle onde cerebrali e dell’attività elettrica nel cervello.

Dal tabacco ai negozi Abercrombie, fino alla suoneria Nokia, l’autore ha analizzato questioni legate alla pubblicità svolgendo esperimenti di neuromarketing tramite le scansioni SST e fMRI. Basandosi su questi studi, ogni capitolo del libro spiega un diverso meccanismo psicologico oppure analizza un luogo comune della pubblicità: quanto vende il sesso? Esistono i messaggi subliminali? Il product placement funziona? Le immagini shock sui pacchetti delle sigarette hanno davvero il potere di distogliere i consumatori dal fumo

Con una incrollabile fede nelle scienza e consapevole di quanto siano complessi i processi decisionali ed empatici sui quali si basa l’acquisto, Lindstrom porta l’attenzione sull’inscindibile rapporto tra la conoscenza della psicologia umana e le iniziative pubblicitarie. 

Il libro è ambizioso e il tema non proprio semplicissimo, ma l’approccio è leggero e lo stile dell’autore rende avvincenti anche le argomentazioni scientifiche. Ho letto queste 200 pagine e poco più con la stessa curiosità che riservo a una bella storia e consiglierei la lettura anche a chi non è del settore e da consumatore vorrebbe capirci qualcosa. Soprattutto, lo consiglierei a tutti quelli che pensano che basti scrivere Clicca qui perché gli utenti siano chiamati all’azione, senza fornire a questi ultimi nessuna reale motivazione per farlo.

A proposito, cliccate sui tasti di share. 😉

Copertina del libro Neuromarketing

Martin Lindstrom, Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d’acquisto – Titolo originale: Buyology

Il futuro già presente di Elysium (e District 9)

Matt Damon contro Jodie Foster in una disperata guerra ad armi impari tra i poveri abitanti della Terra, satura e malridotta, e i potenti signori di Elysium, satellite artificiale e felice del nostro pianeta.

Elysium è il paradiso degli eroi nella cultura greco-romana: un luogo squisito per persone buone. Curiosamente, è anche l’anagramma imperfetto di esilio, ma ad essere allontanati non sono i reietti, ma i miliardari, gli oligarchi, i potenti. Nel film di Neil BlomkampElysium è un paradiso di indifferenza, lusso e artificiale amenità. Un paradiso asettico, i cui abitanti sono a ben vedere in esilio dalla autentica e perduta bellezza un pianeta sfregiato da inquinamento, sfruttamento e malattia. Terra vista da Elysium

Una scena del film: Elysium e la Terra visti dallo spazio

Elysium è una metafora fantascientifica: forse guardandolo vi capiterà di sentire disprezzo per l’egoismo di chi ha scelto di non condividere con il resto della popolazione della Terra i benefici della scienza e l’ingiustizia vi colpirà come uno schiaffo sul viso. Dopo mezzo secondo, potrete agilmente e comodamente rivolgere lo stesso biasimo verso voi stessi. Senza bisogno di satelliti artificiali dal nome latineggiante, noi siamo gli indifferenti che semplicemente fingono ogni giorno che una gran parte della popolazione della Terra neppure esista.
Matt Damon in Elysium

Matt Damon, cyborg eroico in Elysium

Continuiamo a sentirci sicuri, ignorando la fame dei nostri vicini, finché non comincia a strabordare e si materializza nell’immigrazione clandestina. E anche allora applichiamo la nostra rimozione, mantenendo per quanto possibile i nuovi arrivati ai margini del nostro mondo di bellezza. Questo era il tema di District 9, il primo film di Neil Blomkamp, che a differenza di Elysium era un film indipendente e a budget piuttosto contenuto, ma viaggiava sulla stessa linea di senso: in quel caso una base aliena sembrava in tutto e per tutto un centro di accoglienza temporanea o un campo nomadi.
Scena di District 9

Una scena di District 9

Quello che il regista ha fatto, in entrambi i casi, è stato spogliare la realtà della quotidiana verosimiglianza, darle un aspetto fantastico e metterla al centro di un palcoscenico. Il mondo è invisibile, finché non applica una maschera e comincia a recitare. Solo allora arriva al cuore.
Locandina del film District 9

Una locandina di District 9

Siamo abituati a immaginare gli alieni come creature che attirerebbero se non la nostra benevolenza, quanto meno la nostra curiosità, così come un certo mito del progresso ci porta a vedere nella scienza l’ancora di salvezza dell’umanità. Il rovesciamento prospettico ci fa aprire gli occhi sulla nostra direzione di marcia, tutt’altro che accogliente, democratica ed egualitaria. Possiamo aspettare la venuta di un eroe cibernetico che salvi l’umanità o possiamo smettere di comportarci come se in gioco non ci fosse il nostro futuro. Oppure lasciamo stare, in fondo è solo fantascienza, no?

Le strade della memoria, le storie, la storia

Il protagonista del libro che sto leggendo, che si chiama T. D. Lemon Novecento ed è uscito dalla penna di Baricco, era uno che credeva nella potenza dei racconti: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva. Io credo che sui racconti si basi la nostra identità. Non sulla storia, ma sulle storie: sull’intreccio di punti di vista piuttosto che sullo sguardo obiettivo, sul senso che abbiamo saputo dare alle cose che sono successe, piuttosto che sui crudi avvenimenti.

Vale per gli individui e vale per i gruppi sociali: una famiglia è tutta riassunta nella scena del rito matrimoniale ripetuta davanti a un voluminoso album fotografico, un paese è nei racconti di guerra di un ottantenne, una chiesa è nella storia di un santo e dei suoi miracoli. Qual è la prima storia che vi viene in mente se vi chiedono di raccontare la città in cui siete nati? La prima storia che raccontereste sull’Italia e sugli italiani a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare (e che, con un po’ di fortuna, non abbia sentito nemmeno parlare del bunga bunga di Berlusconi)?

Cacheu in Guinea Bissau

Cacheu, in Guinea Bissau

La memoria ci tiene uniti e ci indica la strada: il collante tra passato e presente è la materia prima dei musei comunitari, nati per raccontare le vicende storiche di una comunità da un punto di vista interno ad essa. Sono musei vivi, che nel mantenere il ricordo di una storia, comunicano al resto del mondo l’essenza della comunità di persone che li hanno voluti.

Due esempi di questo modo di valorizzare i territori e la cultura indigena sono il museo comunitario di Cupilco, in Messico, e quello di Cacheu, in Guinea Bissau. Il primo è nato per raccontare l’esperienza di una comunità indigena locale (azteca in territorio maya), che intorno alla religiosità popolare ha mantenuto una forte coesione sociale, sviluppando addirittura un proprio sistema di welfare. Il secondo museo, invece, riutilizza le strutture architettoniche che venivano usate nella tratta degli schiavi africani, trasformandole in luoghi della memoria.

Questi due musei comunitari saranno al centro del seminario che si svolgerà mercoledì 18 settembre allo IULM di Milano presso l’aula seminari del VI piano. Religiosità popolare, resistenza culturale alla modernizzazione e legame tra cultura e territorio saranno alcuni dei temi affrontati dai relatori del seminario – antropologi, storici e altri studiosi chiamati a intervenire dalle più importanti università italiane.

Se vuoi dare un’occhiata all’evento, puoi trovare tutte le informazioni e scaricare la locandina, dalla sezione news sito dello IULM.

Cupilco in Messico

Cupilco, nel Messico sud-orientale

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda

Daisaku Ikeda – Leader della Soka Gakkai Internazionale

Questa non è una recensione qualsiasi, sia perché ho impiegato un po’ di tempo a tirare le fila di molti pensieri sparsi, sia perché si tratta di uno sconfinamento tematico sicuramente inconsueto. Con la scusa della monoporzione cerebrale, ho abituato chi mi legge a curiosi voli pindarici, seguendo una linea disegnata dai miei pensieri e dalla mia vita. In altre parole, questo blog è un gigantesco cartello con su scritto: “Chi mi ama mi segua“.

Non avevo mai parlato di religione, prima d’ora, perché è da più di un decennio che ho ibernato questo tema definendomi agnostica. Verso i sedici anni l’infantile e sicuramente ingenua curiosità verso le religioni si è disciolta nell’interesse adolescenziale per il pensiero speculativo della filosofia: stavo ancora cercando un senso, ma avevo deciso di cambiare metodo.

Conosco molte persone che, crescendo, si sono spostate da un ovvio cattolicesimo imposto quasi per natura, a correnti di pensiero che negano la religione. Tra la sospensione di giudizio agnostica e la negazione della trascendenza propria degli atei, mi è capitato di incrociare alcune persone che hanno scelto la strada orientale del buddismo. Persino la mia cantante preferita è buddista. Secondo L’Espresso, la comunità italiana è la più grande d’Europa, con circa oltre 70.000 fedeli.

Mi interessa la conversione come scelta consapevole e mi interessa ancora di più capire come la pratica di una delle religioni più antiche del mondo possa generare senso per un italiano del 2013. Così, mi hanno consigliato di leggere La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda.

A questa lunga premessa devo aggiungere di non essere buddista e mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze o fraintendimenti, che spero vogliate segnalarmi.

La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda

 

Chi mi ha prestato il libro ha avuto cura di farmi partire psicologicamente attrezzata, dicendomi che sarebbe stata una lettura complessa. Sicuramente non poteva essere altrimenti, perché La vita mistero prezioso mette in ordine i principi cardine del buddismo di Nichiren, coniugandoli con il progresso scientifico e il pensiero dei grandi filosofi occidentali. Filosofo buddista e presidente della Soka Gakkai Internazionale, Daisaku Ikeda è molto bravo ad avvicinarsi al lettore americano ed europeo facendo riferimento al suo universo culturale, usando ad esempio le categorie kantiane e i principi della psicologia junghiana come ganci sui quali costruire l’immagine della visione buddista del tempo, dello spazio, della vita e della morte.

Superata l’iniziale diffidenza verso il titolo (avrei preferito una traduzione più fedele all’originale giapponese, Seimei O Kataru, che significa Dialogo sulla vita e ha un suo fascino classico), ho iniziato ad apprezzare lo sguardo olistico di Ikeda, che spazia in qualunque ambito della cultura in maniera divulgativa, ma mai banale, per ricondurre ogni fenomeno a una visione unificante.

La differenza fondamentale tra i tre grandi monoteismi figli del ceppo ebraico e il buddismo è una concezione immanente della divinità. La forza vitale permea l’intero universo in un grande respiro e non ha bisogno di essere creata: in un certo senso tutto è sacro e non esiste nessun dio trascendente al quale rivolgere le proprie preghiere.

Se ragioniamo in termini di principi morali, la compassione buddista e quella cristiana non sono poi così distanti: entrambe si basano sulla comprensione profonda dei sentimenti dell’altro. Se portiamo il nostro ragionamento a un livello etico, vediamo che le fondamenta sono rovesciate: poiché il cristiano deve la propria vita a un dio, il suo comportamento sarà sempre eterodiretto, il buddista al contrario vede nella sua vita la realizzazione effettiva di una serie di cause che si sono attivate nel passato, in una concatenazione che unisce qualunque tempo, qualunque luogo, qualunque ambito fenomenico. A beneficiarne è il senso di responsabilità verso se stessi, verso la propria vita, verso gli altri.

In una società in cui l’individuo è contemporaneamente un atomo e il nodo di una rete, la filosofia buddista aiuta a restituire all’uomo la forza di agente nella storia. La fiducia nel futuro non è tanto riposta nella prossima vita, ma nel conseguimento della felicità spirituale nel presente all’interno del fluido panta rei. Il buddismo non è una comoda giustificazione religiosa dell’individualismo, ma il suo superamento attraverso la costruzione non egoiostica del proprio ruolo nel mondo.

Credo che nel libro di Ikeda ci siano gli elementi fondamentali per capire la ragione per cui oggi molti italiani si rivolgono alla fede buddista. Mi chiedo se, al di là della fede stessa, il buddismo non possa essere una visione equilibrata e serena sulla quale basare un’etica non religiosa del fare e dell’autoconsapevolezza.

Cose belle che nessuno vi ha detto in #60mqx2

Convivenza di coppia

Un anno fa giocavo a raccontare la mia vita da single a puntate. Ero orgogliosa dell’etichetta e me ne andavo trotterellando, quando ho praticamente inciampato nella persona che me l’ha tolta. Cuoricini e cuoricini – so che li desiderate morbosamente, ma vi risparmio i dettagli – e a maggio ci siamo trovati a dividere i sessanta-metri-quadri di cui sotto.

Se fossimo preparati o meno non lo sapevamo nemmeno noi, ma avevamo voglia di scoprirlo. Ovviamente ne abbiamo parlato, dall’alto della nostra timorosa inesperienza. Abbiamo messo le cose in chiaro: guarda che io sbavo il cuscino, io ho la mania di parlare mentre dormo, guarda che io occupo il bagno mentre gioco a Ruzzle, io mi scordo di comprare la carta igienica, io a volte mi trattengo in ufficio e arrivo tardi, io non sento la sveglia che suona la mattina… roba del genere, che naturalmente non ci spaventava nemmeno un po’.

Mi ricordo quando ho chiamato mio padre e lui mi ha detto:

“Vi conoscerete meglio e scoprirete molte cose che adesso non sapete: potrebbero essere sia belle che brutte.” Chiaro come un oroscopo.

“Papà, comunque me l’ha già detto che mette i coltelli ad asciugare dalla parte del manico.”

“Ah be’, e allora!”

I romantici sembrano tutti estinti quando parli di voler convivere. Con questo post, voglio ripristinare il romanticismo dei proverbiali due-cuori-e-una-capanna o anche, in versione twittera, #60mqx2.

Love is a risk

 

DIECI COSE BELLE CHE NESSUNO VI DICE SULLA CONVIVENZA

  1. Quel momento in cui giro la chiave nella toppa, faccio un solo giro e so di non essere sola. Non importa come sia andata la giornata, perchè la parte più bella sta per cominciare.
  2. Quando ho la febbre radioattiva e sono ridotta a uno zombie che vaga per casa in cerca di rimedi chimici di breve durata in bustine effervescenti e c’è qualcuno che dice: “Come sei carina!”
  3. Quando sollevo la testa dal laptop e vedo un marcantonio alto uno-e-novanta, che gira per casa con disinvolta nudità alla ricerca dei vestiti.
  4. Quando sto per avere una crisi di nervi, vorrei fare il mondo a pezzettini e rompere tutto con un carro armato, ma lo sguardo della persona che amo mi porta a misurare tutto con le dovute proporzioni.
  5. Quando ho un problema con la compagnia telefonica e non sono io a dover essere aggressiva.
  6. Quando mi addormento, tutte le notti.
  7. Quando mi sveglio, tutte le mattine.
  8. Quando rientro a casa stanca, affamata come un lupo, con i supermercati chiusi da un pezzo e i bangladeshani che stanno abbassando le serrande. E la cena è già pronta. Oppure la cena non è pronta, ma lui si offre di scendere a prendere due pizze, due supplì e una birrozza artigianale a cinque euro.
  9. Quando tuona e io posso fare la ragazza terrorizzata e strappare un bacio di consolazione.
  10. [Ma soprattutto] quando decliniamo la nostra vita al futuro e in due i piani non hanno ostacoli.

LOVEThESIGN, il mio nuovo coinquilino e una casa piena di cose

Black Notes by Vinyluse

Black Notes by Vinyluse

Un anno fa avevo il perfetto appartamento della ragazza single. A prova di festa con gli amici, a prova di tête-à-tête con l’amica del cuore, a prova di pizza solitaria mangiata sul tappeto davanti alla tv e, sì, anche a prova di rimorchio estemporaneo. Era il mio spazio ed era esattamente uguale a me

E adesso ho un nuovo coinquilino. Quando l’ultimo scatolone ha fatto il suo ingresso dalla porta ho capito che la mia felicità sarebbe potuta diventare la rovina del mio appartamento. Troppe cose nuove e poco tempo per metterle a posto.

Il tentativo di buttare ogni cosa dentro gli armadi a muro è risultato in un indistricabile delirio piramidale, dal quale io e Davide abbiamo facilmente dedotto che è il momento di comprare qualche nuovo mobile e complementi d’arredo vari. Giusto per non litigare su dove mettere le scarpe. E i libri. E i vestiti. E i giochi da tavolo. E le bambole. E, insomma, tutta quella roba che abbiamo accumulato negli anni come fanno le chiocciole con la propria casetta ambulante fatta di bava.

Cucchiaini Help! by Propaganda

Cucchiaini Help! by Propaganda

Servono librerie, lampade, mobili e cassettiere, più qualche oggetto di design che faccia assomigliare la nostra casa a Silvia e Davide insieme. Aggiungiamo che ci piace giocare a fare i cuochi provetti (quel cuscinetto in più sulle cosce accumulato dall’inverno ne è testimone) quindi abbiamo bisogno di strumenti per esprimere la nostra fantasia gastronomica. Facile passare da un appartamento completamente arredato a qualche stipendio da spendere per ripensare la casa.

Appendiabiti Pince Alors! by Swabdesign

Appendiabiti Pince Alors! by Swabdesign

Se avessi un coinquilino normale sarei andata all’IKEA, come fanno tutti i fidanzatini e come ho fatto anche io quando ero single – attraversando peraltro con profonda tristezza uno stuolo di coppiette pre-matrimoniali. Invece no, il mio coinquilino è un web-designer e ha più gusto estetico di una fashion blogger. Così siamo finiti su LOVEthESIGN, un e-commerce tutto italiano specializzato in oggetti di design, che vanno dall’artigianato fino ai più noti brand italiani e internazionali: dalle posate Bugatti ai favolosi camini Acquaefuoco, dalle poltrone da sogno (anche nel prezzo) di D3CO alle lampade Foscarini e FrauMaier. Sono più di cento i brand presenti, con prodotti di arredamento, complementi d’arredo, illuminazione, oggetti per la cucina e per l’arredo outdoor.

Ma, tornando alla nostra casetta, e partendo dal balcone, mi sono innamorata del Tavolino Fioriera Martialis, ovviamente nero: incastonati nel piano d’appoggio geometrico ci sono una serie di vasi rossi. Se io o il mio coinquilino fossimo dotati di pollice verde dovremmo assolutamente possederlo! Il problema è che dentro a quei vasi non vedo speranza di vita avendo già ucciso, nell’ordine: basilico, rosmarino, fiori e piante da esterno, cactus e un bonsai di ginseng. In assenza di piante potremmo scegliere altri oggetti per dare vivacità al balcone: direi che due belle poltroncine Jolly Roger di Gufram potrebbero fare al caso nostro.

In sala, aggiungerei la lampada da terra Uto by Foscarini, che vedete in foto, disponibile in tanti colori diversi: mi sembra davvero la soluzione ideale per aggiungere luminosità e calore alla sala da pranzo, mantenendone l’aspetto brioso che caratterizza il resto dell’arredamento della stanza. Che ve ne pare?

Lovethesign lampade

Lampada da terra Uto by Foscarini

Credevamo che design facesse rima con “due conti correnti in rosso”, ma abbiamo scoperto che può anche non essere così. Sulla home-page di LOVEthESIGN, infatti si possono trovare molte offerte: ad esempio dal 15 luglio al 31 agosto si può approfittare del Summer Home Party con un interessante sconto del 20% per chi realizza almeno tre acquisti. Nella sezione LOVEPROMO, poi ci sono offerte scontate straordinarie, con brand che si possono pagare fino al 55% in meno.

Un’altra possibilità interessante per chi deve acquistare casa è il pagamento a rate, che si può chiedere anche per cifre moderate e per l’acquisto di singoli articoli.

In tutto questo, mi è rimasto un piccolo oggetto dei desideri, che però nei nostri sessanta-metri-quadri-più-balconi non saprei dove mettere: l’affascinante Biocamino Nest bianco. Chissà, magari un giorno cambieremo casa, che ne dici coinquilino?