Le strade della memoria, le storie, la storia

Il protagonista del libro che sto leggendo, che si chiama T. D. Lemon Novecento ed è uscito dalla penna di Baricco, era uno che credeva nella potenza dei racconti: “Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”, diceva. Io credo che sui racconti si basi la nostra identità. Non sulla storia, ma sulle storie: sull’intreccio di punti di vista piuttosto che sullo sguardo obiettivo, sul senso che abbiamo saputo dare alle cose che sono successe, piuttosto che sui crudi avvenimenti.

Vale per gli individui e vale per i gruppi sociali: una famiglia è tutta riassunta nella scena del rito matrimoniale ripetuta davanti a un voluminoso album fotografico, un paese è nei racconti di guerra di un ottantenne, una chiesa è nella storia di un santo e dei suoi miracoli. Qual è la prima storia che vi viene in mente se vi chiedono di raccontare la città in cui siete nati? La prima storia che raccontereste sull’Italia e sugli italiani a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare (e che, con un po’ di fortuna, non abbia sentito nemmeno parlare del bunga bunga di Berlusconi)?

Cacheu in Guinea Bissau

Cacheu, in Guinea Bissau

La memoria ci tiene uniti e ci indica la strada: il collante tra passato e presente è la materia prima dei musei comunitari, nati per raccontare le vicende storiche di una comunità da un punto di vista interno ad essa. Sono musei vivi, che nel mantenere il ricordo di una storia, comunicano al resto del mondo l’essenza della comunità di persone che li hanno voluti.

Due esempi di questo modo di valorizzare i territori e la cultura indigena sono il museo comunitario di Cupilco, in Messico, e quello di Cacheu, in Guinea Bissau. Il primo è nato per raccontare l’esperienza di una comunità indigena locale (azteca in territorio maya), che intorno alla religiosità popolare ha mantenuto una forte coesione sociale, sviluppando addirittura un proprio sistema di welfare. Il secondo museo, invece, riutilizza le strutture architettoniche che venivano usate nella tratta degli schiavi africani, trasformandole in luoghi della memoria.

Questi due musei comunitari saranno al centro del seminario che si svolgerà mercoledì 18 settembre allo IULM di Milano presso l’aula seminari del VI piano. Religiosità popolare, resistenza culturale alla modernizzazione e legame tra cultura e territorio saranno alcuni dei temi affrontati dai relatori del seminario – antropologi, storici e altri studiosi chiamati a intervenire dalle più importanti università italiane.

Se vuoi dare un’occhiata all’evento, puoi trovare tutte le informazioni e scaricare la locandina, dalla sezione news sito dello IULM.

Cupilco in Messico

Cupilco, nel Messico sud-orientale

Questa Storia – Note a margine del testo

Questa storia di Alessandro Baricco

Lo so, Questa storia di Baricco non è più un romanzo nuovo, ma questa immagine mi sembrava suggestiva con l’auto, le ruote, l’erba

Quando amo uno scrittore lo consumo fino all’ultima riga che ha scritto per sbaglio dietro uno scontrino mentre faceva la fila alla posta, è risaputo.

Amo Alessandro Baricco, per il suo stile, per le cose che dice, forse addirittura per una certa vanità autocompiaciuta di cui adorna parole e gesti e che lo rende antipatico a molti. Anche questo è risaputo.

Che poi mi vergognassi a pubblicare la terza recensione di Baricco in meno di un anno, questo non lo sa nessuno, ma alla fine che male c’è a confessare di essere monomaniacali? Sono, alla fine, una donna che da dimostrazione di saper essere fedele.

Così, dopo Mr. Gwyn (che ha degnamente aperto il mio 2012 letterario) ed Emmaus (che mi sono sforzata di non capire, anche se qualche volta mi ha fatta inciampare su me stessa), devo ammettere di aver passato un po’ di tempo con Questa Storia e di aver ricavato da questo libro un intero sciame di suggestioni che continuano, dopo alcuni mesi, a ronzarmi in testa. Così, in differita, ho deciso di raccogliere alcune note a margine.

Nota numero uno: “quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri”

Io non so che padre abbia avuto Baricco o che strade abbia percorso quando era ragazzino, ma questa frase sembra il ritratto di mio padre, del rapporto che avevo con lui da bambina e del modo in cui mi ha fatta crescere. O forse, meglio, ha lasciato che crescessi a fianco a lui.

In quella severità, e in quell’assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.

Mio padre era così quando ero piccola. Nuotava al largo e lasciava che lo seguissi, senza invitarmi a farlo e senza nemmeno dirmi di andare via quando l’acqua era troppo alta. Io annaspavo verso di lui perché erano i soli momenti esclusivamente nostri, e lui nemmeno si girava a guardarmi. Ero piccola e goffa e per forza di cose restavo indietro. Più di una volta, a dirla tutta, ho rischiato di morire affogata. Non è che mio padre fosse distratto o egoista, non è che fosse incosciente come gli gridò una volta una sconosciuta sulla spiaggia affollata, solo, si aspettava che io gli stessi dietro senza bisogno di controllare. E alla fine, io per non morire ho imparato a nuotare.

Nota numero due: “Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando”

Per tutte quelle volte in cui ho desiderato di tuffarmi nel passato, per tutte quelle volte in cui mi sono seduta sulal sponda del fiume e ho aspettato che venisse il mio momento. Per questo momento, in cui non devo accettare di fermarmi con l’alibi dell’attesa e del ricordo.

Questa è forse l’idea che con più forza mi ha colpita.

Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

Nota numero tre: “Se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu.”

E qui non c’è niente da aggiungere. Questa è da tenere a mente e basta.

Emmaus: quella volta che non ho capito Baricco

Emmaus
Si sa che ho un debole per Alessandro Baricco. Non sono sempre le storie a colpirmi, non tanto quanto la bellezza della scrittura. Il modo in cui ritaglia, incornicia, ripulisce e definisce ogni immagine, ogni frase, ogni riga. Quando si parla di lavorare di lima nella composizione delle parole è lui che mi viene in mente, con la sua prosa poetica. Quando ho comprato Emmaus, Baricco mi mancava da alcuni mesi. A volte torno da uno scrittore per nostalgia come si potrebbe tornare da un amore passato. L’ho letto in due giorni, il che significa che l’ho terminato andando e tornando dal lavoro per due volte, interrompendo talvolta la lettura per parlare con qualcuno: i libri di Baricco sono così puliti che sono centellinati, in quanto merce raffinatissima le parole si comprano al grammo. Sapendo che presto mi sarebbe mancato di nuovo ne ho comprato un altro e l’ho messo via, arriverà il momento. Dal titolo del post avete forse immaginato che qualcosa non sia andato tanto bene con questo libro. Non è proprio così: è andato tutto come doveva, solo che Emmaus è fuori dal mio orizzonte. Nonostante l’efficace descrizione dei protagonisti e del loro contesto, non sono riuscita a provare empatia, non sono riuscita a capire la deriva dei personaggi e la (loro) fine. Era come essere sintonizzata debolmente con una stazione radio: capivo le parole, riconoscevo le musiche, ma tutto era sporcato da un costante fruscio di fondo. Avevo la sensazione che quella storia con la sua pallida bipolarità fosse lontana, un po’ troppo oltre qualche segno immaginario, perché io potessi comprenderla davvero.

Mr Gwyn

Mr GwynCapita a tutti, di tanto in tanto, di sentire che una cosa che si è scelta e voluta, di cui si è pagato il prezzo e intorno alla quale finisce per orbitare la nostra stessa definizione come individui – una cosa come la carriera, la città in cui si è scelto di vivere, la persona che si è scelto di amare – non risponda più alle nostre esigenze profonde. Quando incontriamo Mr Gwyn per la prima volta, la sua figura è nettamente illuminata da una prepotente epifania: il suo lavoro non è più adatto a lui. Qualcuno potrebbe invidiarlo perché il suo non è un mestiere qualunque: Mr Gwyn si guadagna da vivere facendo lo scrittore. Chi ha il pane non ha i denti, si potrebbe pensare, senza domandarsi quanto sia amaro quel pane dall’apparenza fragrante.
Io questo Mr Gwyn l’ho capito subito e mi sono ben guardata dal biasimarlo, perché ribellarsi nei confronti della propria definizione sociale non è roba per soli scrittori o intellettuali: è un’esperienza che che ritrovo continuamente nelle mie inquietudini e in quelle delle persone che conosco. Tutto l’ultimo romanzo di Baricco è, in fin dei conti, una storia di ribellione nei confronti del già scritto, una metafora sulla necessità di cambiare, di mettere alla prova i propri limiti, di ridipingere i propri contorni. Si ridisegna Mr Gwyn, inventando una professione inesistente per ritrovare se stesso, si ridisegna la giovane donna che lo segue in questa bizzarria, si ridisegnano i personaggi che lasciano che uno scrittore scavi nella loro anima per portare alla luce, come un paziente archeologo, la loro verità nascosta.
E in tutto questo fluire di personalità e umanissime riflessioni, si ridisegna anche il lettore che attraversa almeno due prospettive sul protagonista e sulla storia. Baricco non sembra prodigarsi particolarmente per avvicinare questa storia al suo lettore – compiacendosi e perdendosi nell’estetica delle parole: i dialoghi, le descrizioni e le poche azioni attraverso le quali la storia si svolge, si lasciano osservare come un bel quadro e come un bel quadro mantengono un segreto che non si dischiude. Con intelligenza e una punta di furbizia l’autore non cede alla tentazione di incastonare nel racconto gli scritti del suo protagonista evitando così l’imbarazzo di scrivere dopo aver descritto. In una parola, come al solito, lo stile è impeccabile – e porta con eleganza gli accenti più adatti per il suo soggetto. L’illusione è così perfetta che, nel leggere i dialoghi siamo tentati di pensare, vista l’ambientazione britannica, di leggere una traduzione.
Quelli che, come me, sono fan di Baricco saranno felici di ritrovarlo ancora una volta, di seguire il filo del suo racconto e di notare con una punta di soddisfazione, giunti all’ultima pagina, come ancora una volta il finale sia il perfetto punto d’arrivo di un leggiadro viaggio tra la parole. Quelli che gli rimproverano un atteggiamento snob e presuntuoso, troveranno nel suo gusto estetizzante la conferma dei loro pregiudizi – e a ben vedere nemmeno loro resteranno delusi.
Io, dopo aver incontrato questo libro e il suo autore passeggiando verso casa, ho trovato ironico il fatto che leggerlo mi abbia spinta a partire per una non ben determinata ricerca. Se qualcuno fosse curioso di incontrare Alessandro Baricco, ecco un paio di letture consigliate:
  1. Oceano mare (nella top 5 dei miei libri preferiti di sempre);
  2. City
  3. Seta

Baricco, Mr. Gwyn e la serendipità su via Appia

Alessandro Baricco
Sono una di quelle persone che sentono ogni tanto l’urgenza della solitudine. Soprattutto quando troppa inquietudine mi gira per la testa, oppure quando sono sovraccarica di impegni e vado in overdose da socialità – troppe persone, troppe cose da fare, troppa poca me. Considerando che la settimana scorsa si sono verificate insieme entrambe queste condizioni, sono arrivata al punto di totale saturazione. Mercoledì sera è stato il mio corpo a chiedermi un’ora di solitaria passeggiata verso casa, così sono stata obbligata a mettere in una parentesi il resto del mondo.
Che è l’unico modo che conosco per ricominciare a repirare.
All’altezza di San Giovanni camminavo spedita, guardando a malapena davanti a me. A Piazza San Giovanni Re di Roma fotografavo le prime decorazioni natalizie -con l’albero di Natale, il due novembre! A Ponte Lungo facevo azzardati paralleli tra il mio stato d’animo e le nuove vetrine di Calzedonia – quegli orologi che scorrono accelerati dietro le merci.
[Cosa c’entra in tutto questo il nuovo libro di Baricco? Niente, credo, ma mi piaccioni i preamboli]
All’altezza di Furio Camillo, passando davanti alla Feltrinelli dell’Appia, mi ha colpita la copertina di un libro. Un’impronta digitale e un titolo quasi illeggibile al suo interno. Un cartello piuttosto piccolo avvisava i passanti: mercoledì sera alle 21 Alessandro Baricco presenta il suo nuovo libro. Mi accorgo che è il giorno giusto. Guardo l’orologio, mancano dieci minuti alle nove.
Baricco è uno dei miei scrittori preferiti e, colpita dalla casualità perfettamente orchestrata della circostanza, entro. Di Mr. Gwyn lo scrittore avrà letto, esagerando, una decina di pagine, forse anche meno. Eppure, quasi subito, ho trovato una frase che sembrava racchiudere perfettamente il mio attuale stato d’animo. E non è poco, anzi. Perché in fondo in qualsiasi opera cerchiamo un frammento di specchio. Benvenuto nella mia libreria, Mr.Gwyn.

City: brutalmente Baricco

CityCity di Alessandro Baricco, BUR Aprendo
City il lettore è accolto da una prosa mutante e disordinata, sembra di essere dentro un set hollywoodiano: superato un primo momento di smarrimento interi mondi si dischiuderanno davanti ai vostri occhi. Un piccolo genio che per mettere all’angolo la solitudine inventa due amici immaginari. Una ragazza audace, ma ancora acerba, inseguita dal fantasma dell’amante di Hitler.
I due protagonisti della gelida City di Alessandro Barricco si incontrano per percorrere insieme un pezzo decisivo delle loro vite e alle loro avventure paradossali si intersecano storie diverse. Storie frullate, centrifugate, mixate: ciascuna con un proprio linguaggio, uno stile, una filosofia: il boxeure che combatte per sentirsi vivo, il mesto professore universitario… e un’intera cittadina del selvaggio west. Non esistono mezzi-toni, pastelli e sfumature, le storie della City esplodono in un’euforia di tinte forti. La parola, come una lama di coltello, è fatta per penetrare nella carne del lettore, con tante voci diverse che sembrano ricalcate su quelle della letteratura e del cinema americano. Una scrittura originale, stupefacente, impressionante.

La città di Baricco è un labirinto in cui perdersi, di cui resta in mente un cortocircuito di input, un montaggio di immagini che assomiglia a un videoclip, a uno spot televisivo. Restano appiccicati addosso il senso di sconforto, la solitudine senza scampo dell’uomo contemporaneo. Grattando gli strati di questo romanzo polifonico ci si stupisce della profondità di queste storie strambe, freak, borderline.

Oceano mare: poesia sulla poesia

Oceano mareOceano mare di Alessandro Baricco, Universale Economica Feltrinelli

L’acqua – e il mare per estensione, ancor più l’oceano – è l’elemento più misterioso e silenziosamente potente del mondo. Baricco racconta questa potenza – con il suo stile mutevole, ma sempre suadente – intrecciando piccole storie umane: storie che si scorrono fino a girare vorticosamente, fondersi e risolversi in modo incantevole e anche imprevedibile. Quando avrete finito questo libro vi mancheranno i suoi protagonisti: l’eterea Elisewin, il goffo Bartlebloom, la romantica Anne Deverià e, più di tutti, l’ermetico e asciutto Thomas. Questo libro incarna il mistero del mare, quello dell’amore e quello della vita stessa.

Quo vadis? Alessandro Baricco: Oceano mare

Oceano mare

Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. E non sono la stessa strada. Così… Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onesta, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro e ti salverai.

Alessandro Baricco, Oceano mare

Una richiesta coraggiosa. Seta, Alessandro Baricco

“Solo l’ultima sera, dopo aver spento la lampada, trovò la forza per dirgli:
– Promettimi che tornerai.
Con voce ferma, senza dolcezza.
– Promettimi che tornerai.”

Alessandro Baricco, Seta