La solitudine di Adamo ed Eva

Adamo ed EvaForse un giorno, morsa dal velenoso serpente della gelosia, potrei aver pensato:

Beata mia madre che non aveva Facebook e non poteva passare in rassegna tutte le ex di mio padre, né andare alla ricerca delle tracce digitali del passato.

Beata mia nonna che non aveva nemmeno il televisore e a casa sua non entrava tutti i giorni il confronto con donne sensuali e sensualmente discinte.

Beata Eva che era sola con Adamo, nel paradiso terrestre. E di certo non aveva rivali.

E qui mi sono fermata. Stai attenta a quello che desideri perché potresti ottenerlo.

Allora si è formata un’immagine nella mia mente: io e il mio Mr. Big, milioni di anni fa, soli. Probabilmente Caino e Abele sarebbero stati beli, belli, belli in modo assurdo, se fossero discesi da noi. E anche tutto il resto dell’umanità, di conseguenza.  Molto più probabilmente, però, non avremmo avuto figli. Quindi niente discendenza e niente umanità. Fine della storia, letteralmente.

Forse all’inizio sarebbe stato idilliaco.

Poi un giorno lui si sarebbe arrampicato su un albero (o rifugiato dentro una caverna) per avere un momento di privacy. Allora io mi sarei risentita e avrei cominciato a gridargli di scendere (o di uscire). E questo non avrebbe che peggiorato la situazione, alla fine io mi sarei sentita sola e lui con tutto l’Eden a disposizione non avrebbe potuto trovare un angolo solo per sé.

E questo sarebbe stato il primo scricchiolio, ma non avendo alternative, né avvocati divorzisti, saremmo rimasti insieme.

Poi ci sarebbe stata la storia del serpente.

“Chi era quello?”

“Nessuno, un amico.”

“Tu sei troppo leggera, non devi dare confidenza al primo che striscia ai tuoi piedi. Io non mi fido di quello.”

Avrebbe avuto ragione, ma io non avrei saputo resistere alla curiosità. Inoltre, più di Adamo, il serpente sarebbe apparso comprensivo nei confronti dei miei sbalzi d’umore e persino sensibile ai miei cambiamenti di pettinatura. Avrei raccolto la mia chioma con un nuovo osso e il mio uomo non se ne sarebbe nemmeno accorto, in compenso avrebbe trascorso metà delle sue giornate a giocare con un il fango fingendo di essere Dio. Io avrei cominciato ad aspettarmi qualcosa di più dal nostro rapporto, ma Adamo non avrebbe avuto voglia di mettere insieme i rametti con cui costruire la capanna. Cose del genere mi avrebbero fatto andare a parlare col serpente. Insomma, io ero volubile e quell’animale avrebbe saputo bene come assecondarmi.

E poi la storia della mela. Io mi sarei lasciata convincere ad assaggiare il frutto della conoscenza. Ne avrei parlato con Adamo e lui avrebbe ceduto (più che altro intuendo il nostro allontanamento, gli sarebbe sembrato l’unico modo per riavvicinarmi a sé). Allora avremmo morsoquesta bella mela rossa.

All’improvviso tutti i mali del mondo ci sarebbero piombati addosso. Dio avrebbe scoperto la nostra disobbedienza, ci avrebbe fatto una tremenda sfuriata e ci avrebbe spediti in una terra inospitale. Tanto per non sbagliare ci avrebbe pure maledetti.

Ovviamente sarebbe stata colpa mia: io mi ero fatta convincere dal serpente, io avevo avvicinato il frutto alle labbra carnose del mio Adamo. Adesso il mio uomo sarebbe stato consapevole e cosciente. Senza la minima intenzione di rivolgermi la parola. E io non avrei proprio saputo come fare a fargli smettere di odiarmi. E non avrei avuto nessuno con cui parlarne. Ci sarebbe stato ancora il serpente, già, ma sarebbe stato l’unico altro essere che avrei disprezzato più di me stessa.

Insomma, Eva non aveva rivali, ma nemmeno amiche. Non aveva alleate.

Nel mondo che conosciamo, quando il mio Mr. Big sale su un albero io so di poter contare su qualcun altro, che non sia il serpente. Qualcuno che non mi faccia sentire sola. Quando io e lui discutiamo su cose futili, come i pupazzetti di fango o le ossa fermacapelli, il più delle volte parlare con un’amica o un amico mi aiuta a inquadrare la situazione da un altro punto di vista.

Sarebbe un vero inferno essere in due soli nel paradiso. Mi meraviglio che Dio non ci abbia pensato. Insomma è così facile: per stare insieme a due a due non basta essere in due. Bisogna essere in tre, in quattro, in cinque, in dieci almeno: per dividere il peso del fardello, avere qualcuno con cui confrontarsi, differenziare le proprie esperienze per usarle come un tesoro quando si resta soli.

Insomma, tutto sommato, è stato un bene che Eva abbia mangiato la mela e sia stata costretta a generare l’umanità, ma proprio non ce l’avrei fatta a essere al suo posto.

Istantanee

Dopo un pranzo pantagruelico, con seguito di gavettoni a-rischio-congestione, mi vado a sedere all’ombra degli alberi, dove Dino – sempre lui – con la chitarra in mano sta suonando non so più quale vecchia canzone. Guardo i miei amici e, come in una fumosa epifania dell’ovvio, penso di volergli bene. Sorrido.
Faccio scivolare la sabbia del mare nel pugno semichiuso, chiudo gli occhi e scivolano nella mie mente due piccole parole.
Mi lascio convincere da mio fratello a giocare con i videogiochi… ma poi ci resto un po’ male perché lui è naturalmente più bravo di me. Il giorno dopo sono io che cerco di insegnargli a nuotare, ma è difficile abbattere la sua sfiducia. Io che da piccola mi lasciavo andare ed evadevo da tutto il resto, lui che resta ancorato a terra e non galleggia mai.
Confidenze femminili protette dal vento, dal sole dal mare. Esperienze che si sfiorano attraverso una curiosità incolmabile.
Una ventina di amici, complici per una sera, escono dal baretto in mezzo alla piazza con una torta in mano, un regalo e tanti auguri: sono colpevoli di aver fatto piangere alla festeggiata calde lacrime di emozione. E il fidanzato sospira di sollievo, perché per portare Danielina fin lì a mezzanotte ha esaurito tutte le sue risorse e tutta la pazienza di lei.
Uno di questi giorni si sposa una mia amica, ha solo un anno in più di me. È un po’ come vedere una bambina all’altare. Non riesco a condividere le sue convinzioni e le sue scelte, ma in fondo sono felice per lei. Ognuno cerca a suo modo il proprio angolo di sogno.
Sto bene. Nel mio vecchio mondo tra la famiglia e gli amici, sono rilassata. Sento più che mai i fili invisibili che mi legano alle persone e ai posti. È quasi confortante.
E poi c’è lui, lui che non c’è. Lui che è nella mia mente, legato a ogni cosa che faccio, che dico. Trema l’emozione quando sento la sua voce. Sorrido e credo che mi abbia messo un laccio al cuore. Lui che è come una casa, la certezza che la distanza questa volta non può separarci.

Percezioni parziali

Caratteristiche che sono quelle perché sono sempre state quelle, magari dall’infanzia. Caratteristiche che sembrano tanto essenziali, che non si ha il coraggio di vedere i cambiamenti.
Caratteristiche laterali, che emergono a caso da mezze frasi, diventano centrali nelle percezioni. Significa pietrificare un’immagine piatta e non vedere la persona intera, ma è quello che succede nella maggior parte dei rapporti.
E poi casuali affinità, puzzle incredibili di persone. Telepatie stupefacenti.
Quali strane coincidenze ci portano a trovare un contatto profondo o a non capirci mai?

Quello che resta

Mi emoziona sapere che qualcuno sappia leggere i riferimenti a un passato perso tra le mie identità.
Abbiamo condiviso più di qualcosa. Abbiamo camminato insieme e poi ci siamo separate. I residui restano saldi attaccati al cuore. Una frase che accende sinapsi parallele solo per noi. Fa impressione capire che restano i segni del passato, ma quel noi ha smesso di essere.