Tre luoghi comuni romantici da abbattere per vivere felici

Alanis Morissette

Alanis Morissette

La sindrome di Alanis Morissette, ovvero la banalità delle persone felici

Se siete stati innamorati qualche volta, è naturale che vi siete sentiti anche un attimino stupidi, come in questa famosa scena di Bambi che ritorna dall’infanzia. Forse perché confondiamo il cinismo con l’arguzia e la rabbia con l’energia. Mentre la serenità, si sa, quella è per gli sciocchi e per i vecchi, per non parlare della felicità che capita solo a chi ha la pancia piena e non è più in grado di cercare nulla.

Prendiamo Alanis Morissette, per esempio: per anni è stata il simbolo di una femmilità ribelle e allegramente distruttiva, spesso arrabbiatissima con l’ultimo amor perduto. Ed era grandiosa, ti dava una carica da poterci correre sotto il sole di mezzogiorno. Poi Alanis ha messo la testa a posto: si è sistemata, ha avuto un bambino. E l’album successivo? Niente di che.

Allora il punto è: bisogna avercela con qualcuno per essere creativi o anche, soltanto, bisogna essere un po’ cattivi per essere interessanti? Forse abbiamo sopravvalutato la forza generativa del conflitto e ci fidiamo così poco dei sorrisi da preferire i musi lunghi e gli sguardi torvi.

Voi fate come volete, ma io mi sento felice adesso – e non lo trovo per nulla banale.

Romeo+juliet

Romeo + Juliet

La sindrome di Romeo e Giulietta, ovvero l’intrinseca tragedia dell’amore vero

Da tempo immemore la cultura occidentale (restringo il campo perché non ho dati sufficienti sulle altre) ha alimentato con il ricatto amori assimetrici e relazioni disastrose – per non parlare dei soldi entrati nelle casse degli psicoterapeuti di tutto il mondo. Perché l’amore, per essere vero, deve essere tragedia, sofferenza e disperazione, nell’ossessiva e cocciuta certezza che prima o poi dal letame nascerà un fiore.

Ah lo struggimento di Romeo e Giulietta! Sarebbero diventati gli innamorati per antonomasia se non avessero versato tante lacrime e un po’ di sangue? Una concezione dell’amore votata al sado-masochismo emotivo, che può farti completamente dimenticare che si può amare anche senza lacrime e pianti.

Disintossicarsi da questo preconcetto non è affatto facile: magari un giorno incontri qualcuno con cui l’amore è una commedia, una cosa semplice – come dice quel cantante che non mi piace ma ha ragione. E l’unico ostacolo vero sapete qual è? La purezza è così luminosa, che quasi non lo riconosci, l’amore.

Ulisse e Penelope

Ulisse e Penelope

La sindrome di Penelope e Ulisse, ovvero la quotidianità è la rovina dell’amore

Se il matrimonio è la tomba dell’amore e la convivenza – non ne parliamo! – ne è come minimo la camera iperbarica, di contro la lontananza è la più grande ispirazione dell’innamorato. L’amore diventa più forte nella privazione – e lo sapeva bene Ulisse che lasciava che Penelope aspettasse, mentre dava un paio di bottarelle alla maga Circe, alle sirene e a qualche troiana di passaggio.

La lontananza non crea davvero un legame più intenso tra due persone, no, è solo che l’amore per la persona diventa amore per l’idea di quella persona. E l’amore per un’idea è mille volte più resistente, ma non ha niente a che fare con la persona che russa accanto a voi ogni notte.

Propongo una ricetta nuova: torniamo da quella persona, guardiamola mentre si fa la barba, mentre si annusa le ascelle, mentre facendo colazione sporca la tovaglietta. Fatto? Avete sorriso? Bene!

Non è che sia poi difficile essere innamorati, non è che serva il pegno di un cuore insanguinato. Serve guardarsi dentro e scoprire di essere felici, tutti i giorni. Magari non tutti i giorni tutto il giorno, ma sì tutti i giorni – per parafrasare Charlotte in Sex and the City.

Rigurgiti d’amore – Leggere attentamente il foglietto illustrativo

Se l’amore fosse una pietanza sarebbe una peperonata. La metafora può sembrare ardita e di certo la maggior parte di voi avrebbe pensato a un piatto con un indice glicemico più alto: una torta, un cioccolatino, un frollino del mulino bianco. Tuttalpiù una pizza, per gli innamorati di origine meridionale, ma la peperonata proprio non sembra avere nulla di romantico: appesantisce l’alito e non si digerisce nemmeno.

Appunto: non si digerisce. A dispetto della cinica vignetta che suggerisce che farfalle nello stomaco siano presto disintegrate dall’acidità dei succhi gastrici, l’amore è una pietanza che mette a dura prova l’apparato digerente e che a volte – a dispetto del suo potenziale corrosivo – si inerpica per l’esofago e torna a farsi ricordare. Più la peperonata è pesante, più tende a ribellarsi al normale processo fisiologico e alla comune legge della gravità. Viene un momento in cui il sapore di ritorno smette di sembrare peperonata e resta solo l’acida rabbia a raschiare la gola.

Lo so, adesso siete disgustati. E se per caso state vivendo un revival amoroso o pensate con nostalgia a quel ragazzo che o a una certa ragazza (cit.), probabilmente vorreste ingannarvi sul sudetto reflusso e pensare che abbia un gusto molto più dolce. Vi invito a ricredervi, è solo un rigurgito. Ha il pallido sapore del piacere che avete provato una volta, ma per forza di cose è arrivato troppo vicino alla via d’uscita per essere ancora buono.

“Sto ancora rimettendo la nostra ultima cena, romantica.”

Ragazza che vomita cuori

Appletini, triangoli, cerchi che si chiudono e altre geometrie umane

Due appletini (o Martini apple, fate un po’ voi 😉 ) e una situazione che fa pensare alle migliori puntate di Sex and the City.
Appletini
Qualche giorno fa parlavo con la mia coinquilina dei cerchi che si chiudono. Sarebbe a dire quei rapporti in cui resta qualcosa di interrotto, di non detto e di irrosolto, che prima o poi tornano per completare il cerchio. La fantasia della vita vuole che non si chiudano mai nel modo in cui avremmo pensato. Con gli anni cambiano molte cose e dove credevamo di volere una rivalsa basta in realtà una carezza, dove credevamo ci sarebbe stato un “per sempre felici e contenti” si affaccia la liberatoria consapevolezza del “non può mai essere”. E, insomma, così via, immagino che anche voi abbiate la vostra lista!
A questo proposito, Nick Hornby ha scritto: “The truth about autobiographical songs, he realized, was that you had to make the present become the past, somehow: you had to take a feeling or a friend or a woman and turn whatever it was into something that was over, so that you could be definitive about it. You had to put it in a glass case and look at it and think about it until it gave up its meaning, and he’d managed to do that just about everybody he’d ever met or married or fathered. The truth about life was that nothing ever ended until you died, and even then you just left a whole bunch of unresolved narratives behind you.
E, per quanto mi renda conto che in un mondo dominato dalla razionalità e dal funzionamento casuale dovrebbe aver ragione, io qualche volta mi permetto di credere nel karma. Le cose che succedono nella nostra vita devono avere un qualche senso, se non altro quello che decidiamo di dargli. Tra l’altro l’unica persona che aveva previsto quello che sto per raccontarvi avrebbe un bel po’ da dire a riguardo.
Giovedì sera avevo appuntamento con una donna che ha giocato un ruolo importante negli ultimi cinque anni della mia vita, sin da quando ancora non la conoscevo nemmeno. Arrivo al Momart con un leggero ritardo, perché mi ero dovuta trattenere in ufficio. Mentre arrivavo mi sentivo piuttosto rilassata, però non appena l’ho vista qualcosa tra lo stomaco e i polmoni ha iniziato a restringersi. Grande sorriso e avvicinamento disinvolto. Questo, credo, ce l’abbiamo in comune: le palle di avvicinarci a qualsiasi situazione a viso aperto e con una camminata sicura. Insomma, eccola lì: una quarantenne favolosa, davvero alla Sex and the City. La prima istantanea la ritrae in tutto il suo metro e ottanta di fisico asciutto, ma sinuoso, lunghi capelli mossi e sguardo scintillante. In realtà, anche lei si sentiva un pochino in imbarazzo all’idea del nostro incontro. E, per sciogliere il ghiaccio, ha pensato di portarmi un piccolo pensiero glamour, che ho prontamente, ed efficacemente, usato il giorno dopo. Ma… torniamo un attimo indietro: chi è questa donna?
(Quasi) cinque anni fa io e lei eravamo innamorate dello stesso uomo. (Non serve che vi dica che è lo stesso Mr. Big con cui tra un regno e un interregno ho passato gran parte dei miei ultimi cinque anni, appunto. Una storia che sembra un libro letto prendendo pagine a caso, senza una logica continuità temporale… ma ne abbiamo già parlato, no?) Ora, ci sono stati dei momenti in cui la mia storia e la sua si sono sovrapposte, formando la più classica delle figure geometriche che possa coinvolgere i due sessi. Considerata la mia altezza, una figura decisamente isoscele. Come potete immaginare, eravamo l’una per l’altra spaventosi fantasmi: nella cecità amorosa vedevamo nell’altra il nemico, come se lui non fosse stato l’unico responsabile delle proprie indecisioni.
Un (po’ più di un) anno fa, è successa una cosa che fa tanto pensare al film Il club delle prime mogli (molto carino, tra le altre cose). Io e lei ci siamo conosciute (galeotta fu la rete, e il blog di lui nello specifico). E… sorpresa sorpresa… non era affatto il mostro che credevo! Mi si è rivelata da subito per quello che veramente è: una donna vivace e frizzante, ricca di interessi e gioia di vivere, che per tanti versi (e non lo dico per vantarmi) mi assomiglia pure. Parlare ci ha aiutate a mettere insieme i pezzi del puzzle e forse anche a rimettere insieme alcuni pezzi di noi stesse. Così, dopo il mio ennesimo ritorno col Mr. Big di cui sopra, con definitiva chiusura (magari un giorno avrò voglia di scrivere due righe su quest’aggettivo) ecco che un giorno, tra un commento di Facebook e uno al blog, salta fuori l’idea di vederci. Come succede in una città grande e impegnata come questa, tra il dire e il fare c’è di mezzo l’agenda, così…
Giovedì sera ci siamo ritrovate finalmente faccia a faccia (io ho un po’ barato perché l’avevo già avvistata in passato all’università) a ridere e scherzare nella più disarmante e spontanea complicità. Lui ha occupato forse i primi dieci minuti del nostro primo appletini, mentre il resto della serata è stato tutto chiacchiere da donne e racconti vari. Cose che non c’è bisogno di riportare e che probabilmente nel chiudere un cerchio ne aprono un altro, che con il mondo degli uomini non ha niente a cui vedere. Quando l’ho vista attraversare la strada per andare verso la sua macchina, ho provato il moto di tenerezza che si sente per le persone con cui si ha uno speciale legame e ho ripensato a quello che mi ha detto all’inizio della serata. Sì, se le donne governassero il mondo sarebbe un mondo migliore.

La solitudine di Adamo ed Eva

Adamo ed EvaForse un giorno, morsa dal velenoso serpente della gelosia, potrei aver pensato:

Beata mia madre che non aveva Facebook e non poteva passare in rassegna tutte le ex di mio padre, né andare alla ricerca delle tracce digitali del passato.

Beata mia nonna che non aveva nemmeno il televisore e a casa sua non entrava tutti i giorni il confronto con donne sensuali e sensualmente discinte.

Beata Eva che era sola con Adamo, nel paradiso terrestre. E di certo non aveva rivali.

E qui mi sono fermata. Stai attenta a quello che desideri perché potresti ottenerlo.

Allora si è formata un’immagine nella mia mente: io e il mio Mr. Big, milioni di anni fa, soli. Probabilmente Caino e Abele sarebbero stati beli, belli, belli in modo assurdo, se fossero discesi da noi. E anche tutto il resto dell’umanità, di conseguenza.  Molto più probabilmente, però, non avremmo avuto figli. Quindi niente discendenza e niente umanità. Fine della storia, letteralmente.

Forse all’inizio sarebbe stato idilliaco.

Poi un giorno lui si sarebbe arrampicato su un albero (o rifugiato dentro una caverna) per avere un momento di privacy. Allora io mi sarei risentita e avrei cominciato a gridargli di scendere (o di uscire). E questo non avrebbe che peggiorato la situazione, alla fine io mi sarei sentita sola e lui con tutto l’Eden a disposizione non avrebbe potuto trovare un angolo solo per sé.

E questo sarebbe stato il primo scricchiolio, ma non avendo alternative, né avvocati divorzisti, saremmo rimasti insieme.

Poi ci sarebbe stata la storia del serpente.

“Chi era quello?”

“Nessuno, un amico.”

“Tu sei troppo leggera, non devi dare confidenza al primo che striscia ai tuoi piedi. Io non mi fido di quello.”

Avrebbe avuto ragione, ma io non avrei saputo resistere alla curiosità. Inoltre, più di Adamo, il serpente sarebbe apparso comprensivo nei confronti dei miei sbalzi d’umore e persino sensibile ai miei cambiamenti di pettinatura. Avrei raccolto la mia chioma con un nuovo osso e il mio uomo non se ne sarebbe nemmeno accorto, in compenso avrebbe trascorso metà delle sue giornate a giocare con un il fango fingendo di essere Dio. Io avrei cominciato ad aspettarmi qualcosa di più dal nostro rapporto, ma Adamo non avrebbe avuto voglia di mettere insieme i rametti con cui costruire la capanna. Cose del genere mi avrebbero fatto andare a parlare col serpente. Insomma, io ero volubile e quell’animale avrebbe saputo bene come assecondarmi.

E poi la storia della mela. Io mi sarei lasciata convincere ad assaggiare il frutto della conoscenza. Ne avrei parlato con Adamo e lui avrebbe ceduto (più che altro intuendo il nostro allontanamento, gli sarebbe sembrato l’unico modo per riavvicinarmi a sé). Allora avremmo morsoquesta bella mela rossa.

All’improvviso tutti i mali del mondo ci sarebbero piombati addosso. Dio avrebbe scoperto la nostra disobbedienza, ci avrebbe fatto una tremenda sfuriata e ci avrebbe spediti in una terra inospitale. Tanto per non sbagliare ci avrebbe pure maledetti.

Ovviamente sarebbe stata colpa mia: io mi ero fatta convincere dal serpente, io avevo avvicinato il frutto alle labbra carnose del mio Adamo. Adesso il mio uomo sarebbe stato consapevole e cosciente. Senza la minima intenzione di rivolgermi la parola. E io non avrei proprio saputo come fare a fargli smettere di odiarmi. E non avrei avuto nessuno con cui parlarne. Ci sarebbe stato ancora il serpente, già, ma sarebbe stato l’unico altro essere che avrei disprezzato più di me stessa.

Insomma, Eva non aveva rivali, ma nemmeno amiche. Non aveva alleate.

Nel mondo che conosciamo, quando il mio Mr. Big sale su un albero io so di poter contare su qualcun altro, che non sia il serpente. Qualcuno che non mi faccia sentire sola. Quando io e lui discutiamo su cose futili, come i pupazzetti di fango o le ossa fermacapelli, il più delle volte parlare con un’amica o un amico mi aiuta a inquadrare la situazione da un altro punto di vista.

Sarebbe un vero inferno essere in due soli nel paradiso. Mi meraviglio che Dio non ci abbia pensato. Insomma è così facile: per stare insieme a due a due non basta essere in due. Bisogna essere in tre, in quattro, in cinque, in dieci almeno: per dividere il peso del fardello, avere qualcuno con cui confrontarsi, differenziare le proprie esperienze per usarle come un tesoro quando si resta soli.

Insomma, tutto sommato, è stato un bene che Eva abbia mangiato la mela e sia stata costretta a generare l’umanità, ma proprio non ce l’avrei fatta a essere al suo posto.

Quello che ho

Qualche anno fa guardai un ragazzo negli occhi e gli dissi:
– Io credo che tu mi farai soffrire.
Lo sapevo già, come sapevo che me ne sarei innamorata. Bastava guardarlo per non avere più difese. E stare bene. C’era qualche cosa in lui che non avevo mai trovato ed avevo cercato ovunque.
Naturalmente avevo ragione su tutta la linea. Mi ha fatto soffrire.
Ho pianto, ho passato notti insonni, momenti in cui avrei voluto strapparmi via il cuore e spegnere il cervello. Ho cavalcato le incertezze e superato molti ostacoli, per avere quello che ho. Alcuni ostacoli li ho superati da sola, mentre dall’altra parte della strada lui superava i suoi. Così incontrarci nel mezzo diventava inevitabile.
Amore che a nullo amato amar perdona“, scriveva qualcuno molti secoli fa. Ed è stato così: il mio amore era fatto per essere ricambiato.
Scrivo questa nota, perché oggi voglio dire a tutti che sono orgogliosa di quello che ho.
Uno sguardo in cui perdermi, di cui innamorarmi continuamente.
Qualcuno che ogni giorno mi rende felice, che mi fa ridere quando sono sotto pressione e che mi capisce anche quando non condivide quello che penso.
Il battito di un cuore, i sentimenti, il respiro.
Qualcuno che vedendomi nuda, mi dice “Sembri un fumetto di Crepax.”
Un amico con cui viaggiare, con cui condividere idee, con cui discutere e ritrovarsi più sereni.
Un uomo che sa indovinare il mio umore anche prima di me, anche se magari non se lo sa spiegare.
Un porto sicuro, eppure una casa sempre in costruzione.
La bellissima tela di Penelope, che giorno dopo giorno ha bisogno di essere ritessuta, perché non deve finire mai.
Quello che ho.
Quello che abbiamo.

There’s no need to pretend

Dovevo sentirmi respinta, dovevo essere ferita? Non credo, ma è successo…
…Dovevo perdermi e ritrovare me stessa.
Dovevo ferirti e credere che non ci fosse più posto per noi.
Dovevo sentire il peso di una vendetta a sangue freddo, non necessaria, ma strumentale.
E poi rivedere i tuoi occhi… La paura di continuare a girare intorno, di mordersi la coda – fino ad arrivare alla schiena – mi frena. Eppure…
Cosa dirti?

Annego

Questo fine settimana ti ho desiderato.
Ieri la mia infantile, romantica, speranza è stata che tu mi stessi aspettando fuori casa, dopo il lavoro. Naturalmente non era così.
Come mi sento? Vorrei mollare la presa adesso, ma non ci riesco.
Aspettare per quanto ancora? Aspettare che cosa?
Non lo so. Mi sento stupida.

Niente è come sembra

Devo ammettere di sentirmi più confusa, eppure più serena.
È che, soprattutto, volevo sapere se fosse stato tutto un sogno, un’allucinazione. Invece, ho riconosciuto il mio viandante. Non c’era niente di sbagliato.
Non so ancora se e come potrà accadere, ma ho fiducia. Le risorse sono sempre state dentro di noi. C’è solo una cosa da aggiungere a ciò che ci siamo già detti: grazie.

It’s more than a feeling

Era il 27 novembre di un anno fa. Un incontro non programmato, un appuntamento, tante parole davanti a una pizza fumante. Un bacio. Una porta aperta e subito richiusa. Il giorno dopo un post brevissimo. Tutto è cominciato così… chi l’avrebbe detto che poi…
Poi abbiamo cominciato a vederci. Eri un uomo, mi sembrava di aver avuto solo ragazzini prima, ragazzini anche più vecchi di te. Ma non grandi come te. Con te sapevo di stare semplicemente bene, ed era più di quanto potessi immaginare di chiedere. Eravamo indefinti e illimitati. Il tempo passato insieme era intenso, il tempo che ci separava ti rendeva sfuggente. Ma per arrivare a toccarti dovevo superare molti dei miei limiti, fidarmi di te e perdere la fiducia molte volte. Era il nostro minuetto.
Io continuavo a guardare i segni sulla nostra strada e a crederci. Mi ubriacavo di te e poi ti non ti sentivo svanire. E nonostante cercassi semplicemente di viverla, ero terrorizzata all’idea di perderti davvero.
E poi c’è stato il trasloco, le vacanze di Pasqua. Dubbi, paure, inquietudini, la mia partenza a Londra. E mentre ero lì hai mollato la presa, sei tornato sui tuoi passi, hai fatto a pezzi tutto quello che eravamo.
Divisi. Credevo fosse finita davvero, la vita dirompeva e io non avevo più voglia di vivere nient’altro. Ti aspettavo. Sono passati quindici giorni, più o meno.
Abbiamo ricominciato, titubanti, vibranti, sinceri e fragili.
E poi, era maggio ormai, mi hai fatto la grande domanda: “Vuoi essere la mia ragazza?” Non aspettavo altro. E non è stato facile per me fare i conti col passato. Ma non si può odiare il sole dopo un lungo inverno. Amarsi va oltre tutto il resto, oltre le distanze.
E adesso è un anno. Un anno di cose per cui continuare a ringraziarti, perché sei perfetto per me.

La canzone che mi passa per la testa

Sono un paio di giorni che canticchio il motivetto-ossessione della “ragazza” di Rent in Trainspotting. Quando questa canzone è uscita io ero appena nata, è strano. E adesso mi ricorda il mio uomo. Che ha gli occhi celesti come il cielo, ma quando viene la sera diventano scuri, si affacciano dei filamenti di grigio.
Oh you’ve got blue eyes, oh you’ve got green eyes… and I’ve never seen anyone, quite like you before.
Ho visto quegli occhi mostrare ferocia. Li ho visti incupiti e spenti. Li ho visti innamorarsi e aprirsi in un modo che non saprei descrivere. Li ho visti brillare
And I never met anyone quite like you before.