Ballata triste dell’odio e dell’amore

Ballata triste dell'odio e dell'amore

ALEX DE LA IGLESIA A VENEZIA 67

Giunto a Venezia per presentare il suo ultimo film, Balada triste de trompeta (il titolo è stato adattato in italiano con: Ballata triste dell’odio e dell’amore), il quarantacinquenne spagnolo Alex de la Iglesia ha l’aspetto giocoso e irriverente di chi si diverte come un ragazzino. Prima di tornare a casa portando con sé un Premio Osella per la migliore sceneggiatura e un Leone d’Argento, si genuflette davanti al presidente della giuria della Mostra Quentin Tarantino e urla i propri ringraziamenti con un fare decisamente fuori etichetta.

È in qualche modo anche lui un pagliaccio dagli imprevedibili risvolti psicologici, come i protagonisti della sua ballata triste. Come, tra l’altro, lui stesso dichiara: “Ho fatto questo film per esorcizzare un dolore dell’anima che non voleva andarsene, come una macchia d’olio. Quello che faccio è lavare i miei vestiti con i film.” E aggiunge: “Mi sento ridicolo, orribilmente mutilato da un passato incredibile e triste, come se stessi annegando nella nostalgia di qualcosa che non è mai accaduto, un grosso incubo che non mi permetterà di essere felice. Voglio annichilire la rabbia e la sofferenza in uno scherzo grottesco che farà ridere e piangere la gente allo stesso tempo.”

RECENSIONE

Il film inizia nel bel mezzo della Guerra Civile spagnola, tra gli strilli del circo e i boati assordanti dei combattimenti, in un accavallarsi di immagini antitetiche e sinistramente paradossali: i bambini di fronte allo spettacolo circense e l’irruzione della Milizia; il clown armato di machete; l’amore paterno che ispira la sete di vendetta. Da questo inferno emerge Javier (interpretato da bambino dai giovanissimi Sasha Di Benedetto e Jorge Clemente e da adulto dal bravissimo Carlos Areces), figlio di un clown morto durante la guerra, destinato a essere il Pagliaccio Triste. Lo ritroviamo anni dopo, quando chiede di farsi assoldare in un circo dove la sua tragica e grottesca avventura esistenziale si intreccia con quelle di Sergio (Antonio De La Torre), un clown contraddistinto da malcelata ferocia, e della bellissima trapezista Natalia (Carolina Bang). Si innesca fin da subito un perverso triangolo emotivo in cui violenza, lussuria, desiderio e subordinazione si mescolano e rimescolano più volte, mostrando dei protagonisti i lati più mostruosi e folli, quelli più alti e quelli più bassi.

Lo sfondo circense costituisce un inevitabile richiamo all’indimenticabile opera di Tod Browning, Freaks, riprendendone alcuni aspetti, ma rileggendo la deformità in chiave psicologica. Le contaminazioni e i rimandi non finiscono qui e fanno confluire nel film alto e basso, suggestioni televisive e memoria storica. Ballata triste dell’odio e dell’amore è un racconto visionario che esce fuori da tutti i bordi: tragico, romantico, chiassoso e a tratti persino trash, rappresenta la profonda e inguaribile solitudine umana e l’intenso odio verso se stessi. Natalia non riesce a tracciare il confine tra amore e umiliazione e allo stesso tempo prova la pulsione speculare verso la sicurezza e il conforto e cerca queste due cose nei due pagliacci del circo. Sergio riconosce la propria natura bipolare, quando dice: “Io faccio il pagliaccio, perché se non lo facessi sarei un assassino.” Jorge è il più complesso, contraddittorio e squilibrato e alterna mestizia e codardia con una ferocia animalesca.

Vorticosa e selvaggia, la ballata di Alex de la Iglesia è un’opera complessa e terribile, resa intensa dalla immaginifica vivacità e dalla ricchezza di significati, destinata a diventare un cult per cinefili.

Articolo scritto in origine per DoppioSchermo.

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – 7 e 8 settembre

Ballata triste dell'odio e dell'amore
Presentato ieri in presenza del regista, del cast del film e della giuria di Venezia 67 (Quentin Tarantino incluso nel prezzo) il film Balada triste de trompeta… e io potrò dire io c’ero!!! Se non ci credete, potete sempre dare un’occhiata alle foto che ho scattato.
All’altezza delle mie aspettative e forse persino più in alto, la pellicola del regista spagnolo Alex de la Iglesia è visionaria, tragica, eccessiva, violenta, commovente e a momenti persino trash. Una pellicola complessa, i cui protagonisti si sviluppano su diversi e contrastanti livelli e il cui intreccio si muove sui paradossi e le contraddizioni della vita e della psiche umana. Alcune scene sono da restarci secchi e il finale lascia senza fiato: il pubblico in sala l’ha seguita con una partecipazione da stadio e Tarantino è uscito dalla sala con un ghigno di soddisfazione. Tifo per il Leone d’oro.
Nemmeno questa volta sono riuscita a chiedere a QT di sposarmi, temo che dovrà tornare in America a mani vuote. Peccato! Oggi ho cominciato la mia giornata con un nubifragio che per poco mi impediva di arrivare al Lido e dopo aver preso il vaporetto mi è venuto il mal di mare… e non mi è ancora passato. Aldilà di questi trascurabili dettagli di colore personali, il primo film della giornata è stato The Town, il secondo film della famiglia Affleck in mostra. Ben Affleck scende un po’ al di sotto delle potenzialità che aveva dimostrato sia in Will Hunting – Genio ribelle come sceneggiatore, sia nella sua prima regia Gone, baby, gone, facendo un film senza infamia nè lode, in tutto simile a molti action già visti. In conferenza stampa afferma di aver preso in qualche modo spunto dall’italiano Gomorra per raccontare come un luogo possa in qualche modo frenare e rendere difficile il cambiamento individuale, risucchiando un uomo in una spirale di criminalità e violenza.