Il discorso del Re

Il discorso del reNel periodo dell’annuale corsa agli Oscar, un film come Il discorso del Re, che esce all’indomani della notizia delle nomination, susciterà senza dubbio grandi promesse, entusiasmi, curiosità e qualche delusione. E sì, perché con ben dodici nomination* l’entusiasmo dell’Academy per il film di Tom Hooper è stato tale da sbaragliare film come InceptionThe Social Network (tutti comunque in corsa per gli Oscar principali).
Non si può dire che l’apprezzamento non sia motivato, anche se stupisce tanto hype per una pellicola forte soprattutto nella sceneggiatura. Ma si sa, gli Oscar a volte sono come Sanremo e i film che vincono non sempre sono quelli che restano nella memoria cinefila. Quindi, senza surriscaldarci troppo vediamo anche il film di Tom Hooper per quello che è, spogliandolo dagli isterismi pre-statuetta.
Il discorso del Re è un bel film – questa scoperta dell’acqua calda serve soprattutto a stemperare la freddezza dei due paragrafi iniziali, motivati soprattutto dal mio amore per alcune pellicole che non hanno avuto lo stesso trattamento – forte, come dicevo, soprattutto nella scrittura: nei dialoghi, certo, ma anche nella capacità di creare un climax narrativo e di delineare lo sviluppo dei rapporti tra i personaggi. L’altro punto notevole di forza del film è la recitazione, con un Colin Firth in grazia di dio nei panni del Duca di York balbuziente (mi permetto di aggiungere che, avendo visto il film in inglese e il trailer italiano, nel doppiaggio si perde molto di ciò che trasmette l’originale) affiancato da una moglie graziosa ma non per questo priva di carattere, che condivide per l’occasione con Tim Burton, l’affascinante Helena Bonham Carter.
Questo film, però, non sarebbe lo stesso senza il vero contrappunto di Firth, il co-protagonista maschile, Geoffrey Rush. Nei panni del logopedista che cerca di far guarire il Duca dalla balbuzie, l’attore australiano dà vita a un personaggio complesso che è un coacervo di contraddizioni: semplicità e ambizioni, frustrazioni e talento, sensibilità e durezza, stravaganza informale e animo mite, intuito e mancanza di etichetta. Tutto questo emerge con delicata eleganza, senza mai oscurare la parte di Firth, anzi, anche grazie a una sceneggiatura intelligente questo ruolo diventa lo specchio attraverso il quale vedere in profondità il protagonista.
Ma cos’è che funziona così bene in questo discorso? La sceneggiatura, la recitazione… ok, ma perché? Perché a livello emotivo il film di Hooper ha una forza che potremmo definire catartica in un modo curiosamente ironico. Mi spiego meglio. Per tutta la durata del film lo spettatore è portato a solidarizzare con il protagonista, un membro della famiglia reale che paradossalmente è decisamente uno di noi. Il Duca di York, Bertie per gli amici, è una persona umiliata nell’animo le cui ferite sono la radice vera e profonda della sua balbuzie, allo stesso tempo è una persona orgogliosa, che teme di portare alla luce le proprie debolezze personali, infine e soprattutto è un individuo profondamente arenato in una propria solitudine, che trova nel medico Logue/Rush anche il suo primo e unico amico.

In altre parole Il discorso del Re è un film su come l’amicizia possa maieuticamente esorcizzare le nostre paure e far emergere la parte più sincera di noi, la nostra forza e i nostri veri desideri. Il finale è liberatorio, ma al tempo stesso amaro ricoprendo il nostro orgoglioso sospriro di sollievo finale con una pesante consapevolezza tragica. * Visto che tutti lo ripetono, ma pochi scrivono il mero elenco delle statuette che pendono sulla corona di Colin Firth, ecco le 12 nomination di The King’s Speech:

  1. Oscar per il Miglior Film
  2. Oscar per il Miglior Attore Protagonista per Colin Firth
  3. Oscar per il Miglior Attore Non Protagonista per Geoffrey Rush (noticina personale: forse il più meritato di tutti)
  4. Oscar per la Miglior Attrice Non Protagonista per Helena Bonham Carter (che corre con l’insuperabile Jacki Weaver di Animal Kingdom)
  5. Oscar per la Migliore scenografia per Eve Stewart e Judy Farr
  6. Oscar per la miglior fotografia per Danny Cohen
  7. Oscar per i migliori costumi per Jenny Beavan
  8. Oscar per la miglior regia per Tom Hooper
  9. Oscar per il miglior montaggio per Tariq Anwar
  10. Oscar per la migliore colonna sonora originale per Alexandre Desplat
  11. Oscar per il miglior missaggio sonoro per Paul Hamblin, Martin Jensen e John Midgley
  12. Oscar per la migliore sceneggiatura originale  per David Seidler

Indicazioni terapeutiche: prendete un fazzoletto e preparatevi per una purificazione dell’anima. Fortemente indicato per tutti quegli individui che ancora temono di far emergere la propria vera natura.

The Social Network: dietro Facebook

The Social Network
Facebook. In soli sei anni ha cambiato le dinamiche sociali di mezzo mondo ed è diventato il più grande fenomeno in Rete dopo Google. 500 milioni di persone in tutto il mondo che comunicano, costruiscono o distruggono relazioni tramite un unico sito web. Questo, però, non è l’argomento del film di cui stiamo parlando, ma al massimo il soggetto di Feisboom, film italiano del 2009.

The Social Network, invece, è prodotto negli Stati Uniti e reca la firma di David Fincher, un signor regista che ha realizzato film come Fight Club, Se7en e Il curioso caso di Benjamin Button e che non avrebbe realizzato un film su Mark Zuckerberg e la sua impresa, se non avesse letto la sceneggiatura di Aaron Sorkin (Codice d’onore, La guerra di Charlie Wilson). Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stelle: continua a leggerla.
Indicazioni terapeutiche: una potente scarica elettrica per chi crede nel brivido dell’impresa e del genio individuale. Corroborante.

Persepolis: come m’incanto

Persepolis
Incastonata in una giornata densa di emozioni forti, la visione di Persepolis è stata una commovente piccola gioia. Una cioccolata calda di passioni, aromatizzata da delicate ironie. Una lama tagliente che ritaglia nel cuore cicatrici parzialmente rimarginate. Un quadro che mette a nudo il sangue delle vittime di una guerra e di un regime e la miseria di un Paese vicino e lontanissimo. Persepolis è un film d’animazione che ha un’anima pulsante.
Delizia per gli occhi nei grafismi vitali di Marjanne Satrapi, che emanano un profumo di fiori. Linee che fluttuano leggere o che si stagliano nette. Bianco e nero che si incide negli occhi della mente e che obbliga a seguire un certo respiro. Figure che sembrano persone reali.
No, non vi dirò niente sulla trama del film, non mi perderò nel dirvi che è tratto dalla graphic novel autobiografica della Satrapi, non farò commenti sulla brillante nonnina o sulle situazioni drammatiche, né sulle avventure di Marjanne in patria e in Austria. Persepolis è una piccola perla, un inno alla vita.
Qualcuno ha scritto che non se ne può parlare male e come dargli torto? Riempiamo le sale quando ci sono film come questi, torniamo a vederlo una, due, tre volte come se fosse un rito di preghiera alle Muse – perché qui si fa baccano contro i distributori italiani, ma poi vai a vedere questo film e in sala ci sono meno di dieci persone. Ma allora Moccia ce lo meritiamo proprio…
Per inciso, tra Ratatouille e Persepolis io non avrei avuto dubbi sull’Oscar al miglior film d’animazione. Ma è chiaro che per l’Academy sarebbe stata una scelta troppo anticonvenzionale.

Indicazioni terapeutiche: una pillola un po’ amara, favorisce l’empatia con la condizione iraniana e riesce persino a infondere gioia di vivere.