Quando il blogger va in vacanza: 3 idee per salutare i vostri lettori

Quando il blogger va in vacanza

Anche nella blogosfera l’estate è tempo di vacanza e i blog sembrano colpiti dall’esodo come le grandi metropoli. Molti hanno iniziato a esporre il cartello “Torno subito” oppure “Siamo in ferie”, così mentre le blogstar rosolano al sole o respirano l’aria fresca di montagna, i lettori restano a bocca asciutta proprio nel bel mezzo dell’impietosa calura. Latitano persino i blogger che non sono andati da nessuna parte, ma come moderni Pinocchio nel Paese dei Balocchi metropolitano, non sanno resistere all’antopologia della vita notturna, alla scientifica ricerca del gelato più buono in città, alla scurpolosa misurazione dell’accorciamento delle gonne e dell’allargamento delle scollatore e all’approfondimento della biologia marina delle inquinate spiagge dell’hinterland. Io stessa, come avrete notato, sono un po’ svanita… per quanto questa non sia proprio una novità.

D’accordo allora, godiamoci l’esate, ma se proprio bisogna salutare i lettori, facciamolo con garbo – altrimenti chi ammirerà la nostra impeccabile abbronzatura caraibica settembrina?

La mia idea, ditemi se vi piace, è quella di pubblicare qualche contenuto speciale da leggere durante l’estate…

  1. Un e-book.
    “Un e-book? Ma io sono un blogger, non scrivo mica libri!”
    Sbagliato! Molte delle cose che hai già scritto potrebbero diventare un ebook da sfogliare sotto un ombrellone. Pensaci: potresti scrivere una raccolta dei tuoi migliori post su un determinato tema o realizzare un’ottima mini-guida su qualche tema sul quale sei molto ferrato.
  2. Una lista di risorse utili.
    Metti insieme alcune delle cose più belle che hai trovato sul tema principale di cui ti occupi e proponile al lettore nella veste di classifica estiva, di elenco di must imperdibili o di checklist vacanziera.
  3. Un gioco.
    Apri una caccia al tesoro, fai un sondaggio, pubblica un piccolo test… insomma punta sull’aspetto ludico e usalo per creare delle aspettative circa le novità che riempiranno il tuo blog in autunno.
    “Perché devo proporre qualcosa di nuovo in autunno?”
    Ovviamente. 😉

Vi prometto che la settimana prossima seguirò i miei stessi consigli, in modo che possiate perdonarmi per tutte le volte in cui gli effetti di un falò in spiaggia, la scelta di località estere e/o spiagge in cui la connessione 3G non funziona o la testa annebbiata dall’alcol e dall’ammmore mi terranno lontana da questo blog.

Overblog rivela i segreti degli influencer della blogosfera

La domanda da un milione di dollari della blogosfera è: come si fa a diventare una blogstar? Ce lo siamo chiesti tutti, io per prima, vedendo tante persone piuttosto comuni assurgere al leggendario Olimpo dei Blogger e i loro blog schizzare in cima alle classifiche più autorevoli. Insieme alla curiosità una punta di invidia – o magari un sano e genuino bisogno di eccellere foraggiato da una massiccia dose di competitività.
Studio di Overblog

In occasione del suo sbarco in America per il Blog World and New Media Expo 2012, la piattaforma francese Overblog (gruppo, Ebuzzing, sissignori, e – a proposito – se volete iscrivervi cliccate qui) ci regala una panoramica sulle differenze tra blogger europei e americani, sui loro orientamenti e sulle tecniche che usano per costruire la propria influenza. Certo, ancora non è stata scoperta alcuna formula magica, ma  il recentissimo studio di Overblog, che raccoglie le esperienze di 5.000 influencer situati in Europa e Nord America, ci offre alcuni dati su cui riflettere. USA Vs Europe: i blogger americani restano quelli più pro-oriented Il mito del blogger professionista che guadagna un sacco di soldi è fondato e i dati raccolti da Overblog evidenziano come in Europa siamo ancora indietro da questo punto di vista. A mio avviso, alcuni indicatori del maggiore orientamento al blogging professionale nel Nord America sono:

  • Il maggior numero di blogger che si appoggiano su un blog hosting service;
  • La tendenza a girovagare di più per la blogosfera: i blogger del vecchio continente spulciano una dozzina di blog al giorno (in media), diciotto quelli americani;
  • Il fatto che il company blogging sia estremamente più diffuso negli Stati Uniti, dove il 57% dei blogger gestisce il blog della propria società, mentre un altro 43% scrive per il blog di una o più società per le quali lavora;
  • La presenza, negli Stati Uniti, di un maggior numero di blogger che hanno alle spalle una pluriennale esperienza sul campo;
  • L’so, da parte della maggior parte dei blogger statunitensi (94%) della propria vera identità (il che significa molto dal punto di vista del personal branding e della credibilità di un blogger), contro il 32% di quelli europei;
  • Per finire, i maggiori guadagni dei blogger statunitensi, ma questo è un punto sul quale tornerò alla fine del post.
Alcune curiosità sulle quali riflettere 
  • Vita privata? Il 70% dei blogger americani racconta qualche dettaglio personale di tanto in tanto, contro il 56% degli europei. Significativo il fatto che il 40% di questi ultimi non ne parli mai sul suo blog. E ora si apre l’eterna questione: parlare della propria vita privata fa bene al blog? Si passa dai duri e puri della professionalità che restano fermi sulla propria categoria di interesse, senza offrire spunti che riguardano la propria esperienza umana, a coloro che focalizzano tutte le proprie energie nella costruzione del personaggio a tuttotondo. Personalmente, sono per la via di mezzo, ma ho notato (non senza un certo piacere narcisistico) che i miei lettori tendono ad apprezzare molto i post leggeri, focalizzati sulla vita privata e anche quelli che, pur non concentrandosi su di essa, ne forniscono qualche piccolo scorcio. Io credo che aprire le porte del proprio quotidiano crei un legame empatico con i lettori, che rende spesso più appetibili e interessanti anche le opinioni e i contenuti. E se questa fosse una delle lezioni dei colleghi d’oltreoceano?
  • Dimmi perché blogghi…
    Curioso che, quando si tratta di dichiarare la ragione per la quale si sceglie di fare il blogger, i soldi siano in fondo alla lista. Un’altra cosa che mi sembra di poter evincere, come sottotesto delle risposte, è ancora una volta un orientamento più professionale da parte degli americani. Mentre in Europa i blogger sono guidati soprattutto dalla passione per il settore di cui si occupano, negli Stati Uniti la condivisione delle conoscenze, la costruzione della propria autorevolezza e la ricerca di opportunità di business per la propria azienda assumono un maggior peso.
  • I blog sono sempre più social-oriented I consigli old-school relativi all’ottimizzazione SEO e alla partecipazione alle conversazioni su altri siti e blog, sembrano del tutto destituiti grazie ai social network: aggiornamenti frequenti e social-syndication sono estesamente riconosciuti come le più efficienti fonti di traffico per il blog.
  • E la community? I lettori leggono i contenuti sul blog, ma poi partecipano alla conversazione sui social network, per questo la maggior parte dei blogger europei fa community building tramite Facebook, mentre quelli americani sembrano preferire Twitter. Non è quindi un caso se i blogger statunitensi spendono molto più tempo a gestire la community, che ad aggiornare il blog.

Tempo per singola attività

Parliamo di soldi… Negli Stati Uniti essere blogger può anche essere la principale/unica fonte di guadagno. Diversa la situazione in Europa, dove solo una piccola minoranza può permettersi di mantenersi solo attraverso questa attività. Curioso che in Europa il 50% dei blogger professionisti dichiari di non guadagnare nulla dal proprio blog e solo l’11% guadagna cifre che si possono verosimilmente considerare sufficienti come entrata unica.

Guadagnare con un blog

Guadagnare con il blog

Personalmente, temo che il divario tra USA ed Europa sia anche una questione di attitudine e ce ne accorgiamo dando un’occhiata alle reazioni dei blogger quando si tratta di rispondere a proposte da parte delle aziende.

Rapporto tra brand e blog

Mentre la maggior parte dei blogger vaglia tutte le proposte per selezionare quelle più convenienti, c’è un 25% di blogger europei che dichiarano di rifiutare tutto (forse in nome di una ideale purezza dei contenuti del blog?), risposta scelta solo dall’11% dei blogger americani.

Risorse per i blog

Ma insomma da dove arrivano i guadagni dei blogger?

Mentre gli statunitensi hanno capito l’enorme valore dell’offrire prestazioni di consulenza, quelli europei sono piuttosto ancorati a una concezione del blog in quanto media (che gira intorno al contenuto più che intorno all’autore), quindi cercano di ricavare denaro soprattutto dall’advertising. Rispetto a quanto detto prima, mi sembra la quadratura del cerchio. Non credete?

Io, una fuoriserie (con Annina)

Fuori serieStrano posto (non-luogo, iper-luogo?) il web, partecipi a un concorso che perderai e guadagni un’intervista. [Sì, perché di vincere Enel Blogger Award non ho proprio speranze. Sono fuori dalla top five dei più votati e da tempo fuori dalla partita perché non ho pubblicato nulla per svariate settimane (ma come, non sapete perché? Leggete qui).] Quando Annalisa Vacca aka Annina, mi ha chiesto un’intervista per il suo programma su WR8 la mia prima reazione è stata di semplice stupore, cui è seguita un’egocentrica voglia di protagonismo, che ha infine lasciato spazio all’incertezza: e adesso che le racconto? Perché, diciamocelo, la prontezza di risposta non è mai stata una delle mie qualità. E non ho nemmeno una bella voce. Comunque, difficilmente mi lascio scappare la possibilità di fare una cosa nuova, perché ho l’insidioso pregio-difetto della curiosità. E così ieri è andata in onda la mia intervista per Fuoriserie con Annina, la trasmissione che punta i riflettori sui protagonisti del web social: youtuber, blogger, twitteri e non solo.

Cliccate qui per ascoltare la puntata di Fuoriserie con la mia intervista. 🙂

Sarebbe piaciuto al profeta della pop art, uno spazio virtuale senza regia in cui chiunque può diventare un personaggio e meritare un microfono acceso. Persino io.

La timida cautela del ritorno, ovvero riaprire il blog in punta di piedi quando la vita è tutta un cantiere

Come in

Visto che diverse persone hanno iniziato a chiedermelo in maniera più o meno diretta, più o meno sottile, ma sostanzialmente intendendo una mia lunga, diffusa e colpevole latitanza, ci tengo a farvi sapere che no, non sono morta. Anzi, allo scopo di togliere ogni dubbio, specifico che sono più che mai viva e posso addirittura affermare, senza il timore che per questo mi caschi addosso qualche orribile pestilenza, di essere felice. In questa lunga, lunghissima pausa – un mese e mezzo! – dall’ultimo post, ho avuto tanto, tanto da fare e anche se la mia quotidiana tazzina di cervello mi mancava, mio malgrado non riuscivo proprio a farle posto. Dopo nove anni fuori casa era venuto il momento per me di avere un angolino di mondo tutto mio, e siccome non sono fatta di soli bit, CupofBrain non mi bastava più. Insomma, il fatto è che sono andata a vivere da sola e mi sono dovuta occupare di una quantità di cose che non immaginavo neanche: nelle ultime settimane mi sono trasformata in facchino, casalinga disperata, arredatrice e imbianchino. Dopo che gli ultimi pezzi della casa erano andati al proprio posto e l’ultimo montatore di Mondo Convenienza aveva lasciato la sua fattura, la nostalgia verso quest’altra casetta virtuale bruciava sempre di più. Ciononostante, ci ho messo ancora un po’ a tirarmi su le maniche e a mettermi faccia a faccia con lo schermo del portatile. Ho altre due buone scuse per aver prolungato l’assenza oltre il giustificabile: la prima è il lavoro che in questo periodo è stato abbondante e stressante (ma chi si lamenta? c’è la crisi e blablabla… non mi sto lamentando! 😉 ) e la seconda è una certa ritrosia verso il ritorno, il timore di essere un po’ arruginita senza la mia quotidiana cura… et cetera. Così ho preferito tornare alla chetichella di sabato pomeriggio, tra le pulizie di casa e un salto al Blackout, sperando che non troppa gente ci faccia caso, tanto per sgranchirmi le dita e per dirvi che ho in serbo tante novità. 😉 A molto molto presto! 🙂

Buzz Marketing nei social media – come scatenare il passaparola online: appunti di una neofita

Buzz marketing nei social mediaDa un mese, come molti di voi sanno, ho cambiato lavoro: lo potete notare dal blog, che paradossalmente langue per scarsità di tempo, lo potreste notare dalla mia faccia se mi incontraste per strada.
Sono ancora una ormai-quasi-trentenne precaria, ma faccio un lavoro al quale aspiravo da quando facevo ancora l’università, avevo un discreto blog che si chiamava Moviezone e qualcuno mi suggeriva che avrei dovuto lavorare sui social media.
Ecco, lo sto facendo: faccio buzz marketing. Come succede per le cose che travolgono rapidamente e con intensità, se ci penso mi sembra ieri e contemporaneamente mi sembra passato un sacco di tempo dal momento in cui ho fatto questo salto. In un’epoca in cui un po’ tutti si aggrappano con decisione a quello che hanno e al proprio presente (c’è la crisi, il futuro è incerto, il nostro Paese non ha niente da offrire… quante volte l’avete sentito dire?), io ho fatto un salto nel buio guidata solo dall’istinto (embè, sono dei pesci!) e dalla passione. Ho fatto bene, ho fatto male? Non lo so.
Come diceva un mio amico (with benefits) “i carri si vedono all’arrivo”. Quello che so di certo, relativamente al nuovo lavoro, è che:

  1. Sono emotivamente coinvolta in quello che faccio, perché cambiando azienda e anche in parte settore, ho deciso di puntare su me stessa e di mettermi in gioco a livello personale oltre che professionale. Questo aspetto, come Giano, è bifronte: la parte positiva è che mi diverto a lavorare; la parte negativa è che sono poco disposta a essere clemente con me stessa in caso di errori (e gli errori, signori, ci sono sempre, specialmente all’inizio).
  2. Lavoro tanto, ma siccome lo faccio con piacere mi sembra di lavorare la metà. Questo si ripercuote sulla mia vita privata: sono un po’ più schizzata e un po’ più felice e prendo volentieri entrambe le cose. L’altro giorno, mentre preparavo una romantica cenetta per due a base di hamburger scongelati e purè in busta, ho avuto un’epifania sul tipo di donna che sto diventando. E mi ha fatto sorridere.
  3. Il lavoro mi straborda: invito gli amici blogger a iscriversi in piattaforma, all’improvviso parlo di lavoro un po’ con tutti e soprattutto i miei sonni sono agitati dal buzz. Ci sono ragazze che si portano a letto il capo, io mi ci porto solo le campagne di marketing.
  4. Due paroline sull’ambiente di lavoro: siamo tutti giovani, carini e… occupatissimi! E questo è un bene per noi, perché si lavora senza perdere quella sana vena di ironia, goliardia e frivolezza, ma lo è anche per i clienti che hanno a che fare con dei (quasi) nativi digitali con idee e forma mentis fresche di giornata.
  5. Ho imparato molte cose su come coniugare business e social media, cose che finché ero dall’altra parte della barricata potevo solo immaginare.

E qui arriviamo alla seconda parte di questo post, perché tra i tanti usi e costumi della nuova società per cui lavoro c’è l’idea di far leggere a tutti un libro al mese che riguardi in qualche modo il lavoro che facciamo. Essendo una novizia, mi è toccato quello sul buzz scritto dai miei capi: insomma, pratica e teoria. Il libro è Buzz Marketing nei social media – come scatenare il passaparola online di Dario Caiazzo, Andrea Colaianni (l’unico ad essere uscito dalla squadra), Andrea Febbraio e Umberto Lisiero. Nato dall’esperienza di PromoDigital il libro è una summa, ma anche un work-in-progress perché non si smette mai di imparare e sperimentare, su questa nuovissima forma di marketing che coinvolge attraverso il passaparola i social network, seguendo le ragioni dell’etica con quelle del business. Oggi tutti parlano di social media marketing o anche marketing 2.0; è una moda come ce ne sono state altre prima (prima la new economy, poi il SEO e il SEM): non voglio dire che sia una bolla di sapone, al contrario, è quanto di più concreto e tangibile stia avvenendo sul web, però non tutti quelli che si riempiono la bocca lo fanno con cognizione di causa. I blog e i social network (specialmente Twitter e il bestione Facebook) sembrano la miniera d’oro sulla quale tutti vorrebbero puntare… ma chi primo arriva, meglio alloggia. E da queste parti gli autori del libro sono stati gli apripista sin da tempi un po’ meno sospetti: hanno captato le potenzialità di business, inventato un metodo (ispirandosi, com’è ovvio, a società statunitensi) e aperto il mercato. Ora possono vantare l’esperienza di cui le grandi aziende hanno bisogno per fidarsi di un investimento pubblicitario. Certo, il discorso del “meglio alloggia” non può significare (come diceva il caro “vecchio” Steve Jobs: “Don’t settle!“) che ci si possa fermare: l’innovazione e l’aggiornamento devono essere costanti perché i social media stessi, che sono il territorio di lavoro, sono estremamente cangianti, mobili, in continua evoluzione. Ora, dopo tutto questo preambolo userò due classifiche dal sapore vagamente hornbyano per raccontarvi cinque cose interessanti che ho scoperto leggendo questo libro e cinque motivi per cui dovreste leggerlo.

Cinque cose interessanti che non sapevo (o che ho capito meglio grazie a questo libro):

  1. Qualità e quantità nel web 2.0: la prospettiva orizzontale rovescia la logica del broadcasting e ritorna al naturale passaparola comunitario. Perciò, per esempio, non contano solo i top blogger, ma anche quelli più piccoli che fanno parte della la lunga coda e che hanno una propria fedele community di follower. Creare conversazione significa creare interesse, facendo leva sull’effetto tam-tam piuttosto che sull’idea dei grossi numeri: meglio quindi coinvolgere poche decine di persone che si sentano promotrici di un brand che migliaia di persone colpite dal famoso ago ipodermico.
  2. L’etica del WOMM in pratica: visitando il sito dell’associazione per il word-of-mouth marketing (WOMMA, appunto) troverete una serie di principi etici del marketing basato sul passaparola. Nel concreto, però, risulta difficile immaginare di poter veramente mettere d’accordo lo spirito anarchico e disinteressato delle reti sociali e l’esigenza degli obiettivi commerciali delle aziende. Inoltre un’azione di passaparola è apparentemente più aleatoria nei risultati, nel senso che si ha meno controllo dell’output. Attraverso alcune case history si può capire meglio cosa succede ai principi quando vengono applicati e come le aziende possano inserirsi nella conversazione online in modo etico e trasparente.
  3. Buzzabilità: alcuni prodotti, semplicemente, si prestano meglio. Questo dipende da una serie di fattori intrinseci, ma l’esperienza (seppur breve nel mio caso) mi insegna che c’è sempre un modo per destare interesse… e qui entra in gioco anche l’estro markettaro.
  4. Generazione Y: l’avevo incontra sui libri di sociologia, ma forse ero troppo acerba, forse troppo presa dallo studio per guardarci attraverso; finalmente sono consapevole della mia appartenenza alla categoria dei giovani tecnosessuali.
  5. Memetica. Nel periodo in cui è uscito questo libro, ma anche prima (intorno al 2007/2008) la blogosfera era piena di chiacchiere sui memi e sulla memetica. Ora grazie a Dario Caiazzo ho avuto una esaustiva ma sintetica spiegazione di cosa siano.

Cinque motivi per leggere questo libro (e cinque categorie di persone che dovrebbero leggerlo):

  1. Per markettari old-school è l’opportunità di capire un altro paradigma. Il passaggio dalla logica verticale a quella orizzontale è un trauma che va allegramente superato, vedendo opportunità e rischi del porsi sullo stesso piano del proprio target.
  2. Per i blogger è un riconoscimento di potere. Noi blogger siamo i ragazzi della porta accanto, ma abbiamo in mano un megafono. Finalmente qualcuno si è accorto della nostra voce e ci sta offrendo una possibilità di guadagnare facendo quello che ci riesce meglio: dire la nostra opinione.
  3. Per chi investe in pubblicità è l’opportunità di capire come arrivare dritti al target. Con i media tradizionali si spara a pioggia un messaggio sperando di colpire nel mucchio persone interessate, con i social media il getto è apparentemente più ridotto, ma la direzione è quella giusta. Le persone che partecipano alla conversazione (e anche i lurker che si limitano a leggerla), lo fanno quasi certamente perché interessate al prodotto. Insomma: minor spesa, miglior resa.
  4. Per le aziende che non godono di una buona brand reputation online è l’occasione per capire come capovolgere il trend. Uno dei motti del WOMM è: i consumatori stanno già parlando, l’unica cosa che puoi fare è partecipare. In alcuni casi conversare è vitale, come quando gli utenti del web stanno già parlando male del brand: si può scegliere se lasciare che il buzz negativo cresca fino a danneggiare pesantemente l’immagine oppure se intervenire e sgonfiare il buzz negativo presentando il proprio punto di vista.
  5. Per gli scettici è l’occasione di scoprire un marketing dall’approccio etico che si basa sul coinvolgimento. Sarà la matrice religiosa della nostra cultura, ma si tende sempre a pensare che il marketing intacchi la genuinità delle opinioni. Niente di più sbagliato. Le opinioni sono preziose, anche le critiche se costruttive.

Be’, come avrebbe fatto Meryl Streep in un film famosissimo, non mi resta che aggiungere: è tutto. Anche se ho il sospetto che ne riparleremo.