La fine del mondo in mondovisione: Pacific Rim VS World War Z

Pacific Rim VS World War Z

Pacific Rim VS World War Z

Il 21 dicembre 2012 dei Maya è ormai lontano, ma Hollywood continua a vagheggiare l’apocalisse: quale migliore occasione per sfoderare nuovissimi effetti speciali in CG? Con la scusa della fine del mondo si può permettere anche qualche scenetta splatter e una buona dose di adrenalinica violenza, pur preservando i buoni sentimenti verso il genere umano.

Se questa estate è catastrofica, non è solo per via dei week-end piovosi che impediscono la tintarella: tra non-morti e giganteschi mostri alieni, le sale cinematografiche estive non sono mai state così roboanti. Ma se su un ipotetico ring salissero Zombie contro Kaijū, chi vincerebbe la mortale competizione?

Locandina di World War Z

Locandina orizzontale di World War Z

PRIMO ROUND: L’EROE

Nella squadra di WWZ si presenta a salvare l’umanità il bello del cinema americano, Brad Pitt, contro di lui PR schiera il non troppo noto Charlie Hunnam, un eroe che guadagna profondità con lo scorrere del film, impresa non semplice per uno impegnato a combattere contro giganteschi lucertoloni. Entrambi si sono ritirati dalle scene, ma vengono ributtati nalla mischia da un mentore che crede fermamente nel loro valore. Entrambi hanno una ragione personale per salvare il mondo sull’orlo del baratro: per Brad sono tre donne, le sue due bambine e sua moglie, mentre Charlie inizia a combattere per riscatto e finisce col farlo per amore. Infallibile e praticamente invincibile, Brad è immune a qualsiasi attacco e nessuna ferita riesce ad ucciderlo, a costo di uccidere di tanto in tanto la credibilità del racconto. Al contrario Charlie è vulnerabile anche dentro un robottone d’acciaio a reazione nucleare, ha qualche nemico e ogni tanto si ribella agli ordini: forse è per questo che ci piace un po’ di più.

Pacific Rim 1, World War Z 0

SECONDO ROUND: REGIA E SCENEGGIATURA

Un solo nome: Guillermo del Toro. E non chiedetemi altro, dai.

Però, se proprio ci tenete, posso dirvi che Pacific Rim riesce a mantenere un ritmo adrenalinico nel tessuto di una storia che calibra testosterone ed approfondimento psicologico.

World War Z ci prova, ma qualche volta si perde in voli pindarici e passaggi più spettacolari che logici.

Pacific Rim 2, World War Z 0

TERZO ROUND: ZOMBIE CONTRO KAIJU

E qui…

Qui la battaglia in effetti si fa dura.

Entrambi giocano sulla paura dell’invasore, pronto a conquistare e a distruggere il pianeta.

Così come gli zombie sono un intramontabile classico del cinema horror americano, i Kaijū sono un luogo comune dei disaster movie giapponesi. World War Z, seguendo le orme di Io sono leggenda e di 28 giorni dopo giustifica gli zombie con una epidemia virale. Pacific Rim, arditamente, trova un originale file rouge che connette i dinosauri, gli alieni e i mostri marini.

Gli zombie agiscono in massa, presi singolarmente fanno quasi compassione, i kaijū sono dei bestioni per i quali non si può provare nessuna empatia.

In breve: gli zombie terrorizzano e fanno venire qualche infarto subitaneo, ma nulla può battere la soddisfazione quasi fisica di vedere un mostro gigantesco abbattuto da un robot.

Pacific Rim 3, World War Z 0

Locandina di Pacific Rim

Locandina orizzontale di Pacific Rim

Il curioso caso di Benjamin Button: un tragico paradosso

Il curioso caso di Benjamin Button
La vita a ritroso. La curiosità di un bambino intrappolata nel corpo di un vecchio, i segni della demenza senile sul volto innocente di un infante. Il curioso caso di Benjamin Button rovescia la vita per raccontarla nella sua naturale eccezionalità. È una storia esistenziale, che riesce a  raccogliere le esperienze universali attraverso il pretesto di un soggetto fantastico. La diversità, segno indelebile che annebbia le similitudini, l’età che divarica lo spazio tra le persone, l’amore che trova il modo per travalicare i limiti e infine la morte, unica certezza per ogni essere vivente.
Benjamin Button nasce quando dovrebbe morire e un giorno dopo l’altro, un anno dopo l’altro, riacquista forza, agilità e bellezza. Cresce in un ospizio, apparentemente vecchio tra i vecchi, ma senza alcuna esperienza della vita. Vive di paradossi attraversando la vita controcorrente, ed è così che ci mostra la fragilità umana nella sua nudità. Mentre le persone che ama invecchiano e muoiono, lui diventa un adolescente, che porta con se il carico di tutta una vita. Persino la storia d’amore tra Benjamin (Brad Pitt) e Daisy (Cate Blanchett) è condannata ad essere l’effimero incontro di due individui che vanno nella direzione opposta.
Il film è tratto da un racconto breve di F. Scott Fitzgerald, scritto negli anni Venti. L’adattamento cinematografico ne cambia il periodo storico, spostando la storia più vicino a noi  e facendo attraversare a Benjamin alcune delle più importanti tappe del XX secolo. Si approfondiscono le relazioni tra i personaggi e, mentre il racconto appare come un curioso esercizio di fantasia, il film assume tutta la profonda drammaticità del destino, della vita umana. Eric Roth nello stesso anno in cui ha scritto la sceneggiatura del film ha perso la madre e il padre: di questa esperienza sentiamo gli echi nella rappresentazione del legame tra le generazioni e nella costante presenza della morte.
Quest’ultima nel film sembra ricoprire il posto di una invisibile protagonista. “Benjamin è come un pallino da biliardo e tutti coloro che incontra lasciano un segno su di lui”, ha affermato il regista, David Fincher.  “Questa è la vita – una collezione di ammaccature e graffi che ti fanno essere quello che sei e nessun altro”. Benjamin Button è figlio, amante, compagno, padre. La performance di Brad Pitt, che aveva già lavorato con il regista in Fight Club, è tesa a far emergere la crescita interiore del personaggio, attraverso le esperienze e le persone che incontra sulla sua strada.
Il curioso caso di Benjamin Button, è un film che commuove con violenza inaudita lo spettatore, costretto a riflettersi in uno specchio rovesciato da luna park. Un film che scuote lascia di stucco lo spettatore, arrivato magari per vedere il prodigio del tempo che trascorre sulla pelle degli attori attraverso una straordinaria tecnica digitale, e gettato invece in una storia che è la sue e quella di ogni altra persona al mondo.

Indicazioni terapeutiche: una perla rarissima, concentrato di emozioni, riflessioni, amore, in una parole: vita. Controindicazioni: procurate uno o due pacchi di fazzoletti, può stimolare l’apparato lacrimale.

L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford: c’era una volta in America

L'assassinio di Jesse JamesJesse James era un bandito, un fuorilegge sanguinario diventato una leggenda vivente del West. Il selvaggio West… perchè il West non può che essere selvaggio: pistoleri dalla faccia di bronzo e l’andatura spavalda, treni dergliati, campi di grano gialli. Una serie di immagini vengono spontaneamente evocate, sbucano da strati superficiali di immaginario cinematografico.
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford rianima con un soffio vitale le figurine cartonate dei pistoleri. In quel mondo lontano si staglia il ritratto a tuttotondo di due uomini: Jesse James (Brad Pitt), antieroe eroicizzato dai media, e il giovane Robert Ford (Casey Affleck, che sorprendentemente oscura il divo co-protagonista), ammiratore/emulatore innamorato e invidioso. Una storia intensa, dalla cadenza epica, che racconta senza fretta le crudeli gesta di Jesse James e la sua vita quotidiana, che svolge con finezza impeccabile l’ambigua matassa del rapporto tra i due uomini – amicizia/solitudine, sincerità/segreto, amore/odio, ammirazione/repulsione, fiducia/sfiducia. Inquadrature panoramiche, spazi ampi, silenzi, tempi dilatati: il film ci conduce in un altrove già visto eppure nuovo. Le immagini sfocate ci trasportano in un tempo storico e mitico, il lirismo del paesaggio trasmette un vuoto esistenziale.
Raccontata da una voce fuoricampo in terza persona, la storia è guardata attraverso gli occhi di Robert Ford. Il punto di vista ci rende complici, nostro malgrado, dell’assassinio, complici dell’invidia e di una sottile paura. Robert non teme di morire, teme di non essere abbastanza grande. Robert è troppo giovane per sapere che il suo gesto non gli porterà la gloria, per sapere che la foto di Jesse morto diventerà un’icona. E quando cresce abbastanza per capirlo è troppo tardi: è già diventato il codardo Robert Ford.

Indicazioni terapeutiche: naturale vaccino contro l’invidia e l’incapacità di trovare una strada che si discosti dalle orme di un ideale. Balsamo per gli occhi e la mente in uno sguardo cinematografico di rara intensità.