[Diario del Festival del cinema di Roma] Nano-recensioni per due film brillanti: My week with Marilyn e La kryptonite nella borsa

Oggi ho combiato una Silviata*. Ho lasciato in sala stampa all’auditorium il secondo cavo dell’alimentatore del PC. Poco male, perché domani passerò a recuperarlo, ma nel frattempo devo scrivere il mio diario con il livello di batteria che scende, tipo clessidra. Mi sembra una di quelle prove di Jigsaw, riesco quasi a sentirlo:

Silvia, hai dimenticato il cavo perché sei stata distratta e sei stata distratta perché avevi troppe cose in testa. Ora devi dimostrare di saperti concentrare abbastanza su quello che stai facendo e devi chiudere il pezzo prima che la batteria del computer ti dica addio. Puoi continuare a fare castelli in aria e a seguire i flussi discordanti dei tuoi pensieri, oppure puoi tenere la mente ferma. Do your choice.  

Bene, detta questa cazzata (probabilmente l’effetto di ieri notte non è ancora passato), passiamo a My Week with Marilyn e a La kryptonite nella borsa, i due brillanti** film di oggi. **Brillante è un aggettivo che la critica cinematografica ha usurato, quindi è forse una scelta infelice quella di reiterarlo e abbinarlo a due storie così profondamente diverse. Eppure, io vorrei usarlo come se fosse una traduzione dell’inglese bright e non di brilliant (questa seconda accezione del termine mi sembra la più comune ). Sia il biopic sulla Monroe, sia il ritratto di famiglia anni Settanta mi hanno trasmesso una sensazione di luminosità  e genuina chiarezza…

My week with Marilyn

Michelle Williams in Marilyn

La prima cosa che colpisce nel film è l’incredibile performance di Michelle Williams. Non ci sono dubbi sul fatto che quella che per la mia generazione resterà la Jen di Dawson’s Creek sia cresciuta e sia diventata una donna e un’attrice stupefacente: Michelle ha studiato e assorbito così bene le movenze, i tic e la sensualità della grande diva americana da lasciare a bocca aperta. No, di più, da togliere il fiato. Se questa non è roba da Oscar posso anche smettere di andare al cinema. Attorno a lei ci sono almeno altri due grandi attori, entrambi di scuola britannica – Kenneth Brannagh e Judi Dench – più i due giovani Emma Watson ed Eddie Redmayne: con tutto questo ben di dio intorno la stella della Williams non è minimamente offuscata, anzi, risplende su tutto il resto del cast. Detto questo, il biopic tratto dalle memorie di Colin Clark e diretto da Simon Curtis è il ritratto di una donna intelligente, seducente, talentuosa, nevrotica e fragile: non ho il mito di Marilyn Monroe, ma credo di non sbagliarmi se penso che questa immagine le renda giustizia nella sua complessità. Marilyn è la prima vittima incompresa dello star system – vittima, principalmente di un carattere molto più debole di quanto stile di vita e grandezza del personaggio avrebbero richiesto. Dall’altra parte il giovane Colin rappresenta la capacità di seguire i propri sogni e i propri desideri di un poco più che ventenne e di farlo con intelligente ostinazione: l’arco di crescita del personaggio è molto interessante, perché lo vediamo perdere in qualche modo la sua vergine ingenuità verso la vita, ma acquistare una pragmatica consapevolezza che sboccia dalla sua lucidità di visione. Nel complesso My week with Marilyn è un film intelligente, divertente, struggente e indiscutibilmente coinvolgente sul piano emotivo. Da non perdere.

La kryptonite nella borsa

La kryptonite nella borsa

Se My week with Marilyn è brillante per tutti i riverberi emotivi della storia, La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo, che è anche autore del romanzo da cui il film è stato tratto, brilla grazie alla sua anima partenopea. Nella Napoli degli anni Settanta Cotroneo ci regala il ritratto di una famiglia sospesa – come è tutt’ora l’Italia – tra un tradizionalismo imperante e l’anarchia della gioventù. Originali storia e personaggi, attori di ottimo livello (persino la Capotondi mi ha convinta!), anima veracemente campana (vivace e sagace in un modo diretto e scanzonato), questo film è scintillante persino dal punto di vista della fotografia (di Luca Bigazzi). Anche questo è da non perdere.

*Silviata: f. sing., breve momento di distrazione dal quale scaturiscono in genere danni e perdite che colpiscono esclusivamente la stessa persona distratta.

[Aspettando il Festival] Cosa ci sarà di bello nella 6° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Festival cinema romaChi mi conosce almeno un pochino, sa che soffro di cronica distrazione. Recenti studi mi consolano insinuando che potrebbe trattarsi di una massa cerebrale particolarmente sviluppata. Non parlano, però, di corrispondenti funzioni intellettuali proporzionalmente sviluppate. Ad ogni modo, nonostante la mail di preavviso da parte dell’ufficio accrediti, mi sono dimenticata di richiedere l’accredito per il Festival cinematografico romano – praticamente l’unico momento dell’anno in cui posso partecipare a un grosso festival senza andare in un’altra città.
Per fortuna esistono gli accrediti last minute anche per la stampa (per i miei consimili: si possono richiedere a partire dal 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica e costano un po’ di più). Ora, un po’ per raccontarvi cosa vi potrete aspettare di bello dalla prossima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma dal 27 ottobre al 4 novembre, un po’ per giustificare a me stessa la spesa extra di 20 euri (che, in tempo di crisi, buttali via!), ecco una rassegna delle
20 cose imperdibili che il gustosissimo programma 2011 ha in serbo per i cinefili capitolini e non.
1) La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo. Lo so, ci sono titoli e nomi più di richiamo, ci arriviamo! Il fatto è che al mio personale primo posto c’è questo film che racconta una famiglia partenopea negli anni Settanta. Ne sento parlare da parecchio e, prima ancora, avevo sentito parlare del romanzo da cui è tratto. Col tempo ho accumulato una serie di indizi che mi portano a pensare che questa pellicola possa essere divertente e intelligente insieme senza perdere la leggerezza e, in una parola, sono curiosa. Mi preoccupa solo la presenza nel cast di Cristiana Nun-se-sente-che-so-romana-perché-ho-fatto-dizione Capotondi. In compenso c’è Luca Zingaretti aka Montalbano, a cui voglio tanto bene.
2) Hysteria di Tanya Wexler. Avete presente quando siete un po’ tese e qualcuno vi dice: “Ma fattela una scopata ogni tanto!” Ecco, al di là del fatto che un po’ di sesso extra sia sempre auspicabile, credo che dobbiamo questa semplificazione sessista a questo tale dottor Mortimer Granville (nel film Hugh Dancy), che in un’epoca di fighe di legno (di costumi sessuali repressi, dai) ha capito che le donne erano isteriche perché non si trastullavano abbastanza. Così è nato il vibratore. Non sto scherzando, ci hanno fatto pure un film con Maggie Gyllenhaal e Rupert Everett, tra gli altri.
3) La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski. Non so voi, ma io è da un po’ che non vedo Ethan Hawke. Vorrei sapere come sta – a parte il fatto che a quasi quarantun anni ne dimostra ancora venticinque, quindi suppongo non se la passi male. Mi hanno detto che è tornato in Francia a fare l’americano a Parigi, si vede che ci ha preso gusto. A metà tra un Ultimo tango e un horror questo film si merita di entrare nella rosa dei primi tre da vedere.
4)  Babycall di Pal Sletaune. Visto che di horror si parla, tanto vale che esauriamo l’argomento. In effetti non ci sono altri motivi per cui questo film merita la quarta posizione. Ah, già Noomi Rapace. Che poi, questi nordici, sarà il freddo, ma con gli horror ci sanno proprio fare.
5)  Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno. Si parla di un 3D mai visto prima, sarà, ma le immagini in 3D non mi hanno fatto impazzire. Il nome, però, è una garanzia: Steven Spielberg. Non aggiungo altro.
6) Hugo Cabret. Altro asso nella manica della selezione Alice nella città. No, perché quando ti mettono in fila Spielberg e Martin Scorsese, tu che puoi fare? Ah sì. C’è anche Jude Law. E Chloë Moretz (nel malauguratissimo caso in cui l’aveste dimenticata, andate a rivedervi Let me in o Kick Ass). E scusate se poco.
7) Too Big to Fail di Curtis Hanson. Un film Tv con un grande cast (Paul Giamatti, William Hurt, Cynthia Nixon, Bill Pullman, James Woods), ma, soprattutto, con un tema che ci interessa molto da vicino: la crisi finanziaria del 2008 – di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Gli Indignati questo week-end e la complessa situazione economica mondiale lo rendono uno dei film più interessanti in cartellone. Roba da andare lì con la penna luminosa per prendere appunti.
8) The Lady di Luc Besson. Film che aprirà la kermesse romana. La vita dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi: da un regista che ha sempre saputo raccontare eroine forti e combattive, una storia di impegno politico e d’amore.
9) Butter di Jim Field Smith. Qui è bastato un nome: Hugh Jackman. Come Falqui, basta la parola. Ai maschietti, credo basti Olivia Tutina-in-lattice Wilde.
10) The Lion King 3D. Anni fa (poteva essere il 2007) al Future Film Festival vidi Nightmare Before Christmas rieditato in 3D: un incubo davvero, sembrava fatto in cartone. Vediamo a che punto siamo con la tecnologia in fatto di riedizione.
11) My Week with Marilyn di Simon Curtis. Mettiamola così: io a Michelle Williams nei panni di Marilyn non do una lira. Lei è bellissima, ma la mitica bionda è semplicemente fuori portata per chiunque. Proprio per questo voglio vedere come se la cava.
12) A Few Best Men di Stephan Elliot. Se nella descrizione di un film ci sono le parole commedia, sboccata e irresistibile, probabilmente mi trovate in fila per comprare il biglietto. Certo sono solo una serie di formulette standard, ma la maggior parte delle volte quello che vedo quando entro in sala mi diverte.
13) Jesus Henry Christ di Dennis Lee. Da un sacco di tempo non vedo Toni Colette. Anche lei, chissà come se la cava.
14) L’industriale di Giuliano Montaldo. Tanto per cominciare ho ancora impressa qualche lezione seguita all’università con questo anziano signore, che sarebbe il regista: mi sembrò totalmente sopra le righe – e lo era, almeno secondo i miei canoni di allora – e mi stupì con due o tre battute irriverenti. Poi Favino e la Crescentini da sposati devono essere una potenza, persino per finta.
15) The British Guide to Showing Of di Jen Benstock. L’occhio sul mondo di quest’anno non va troppo lontano e si ferma in Gran Bretagna. Con Brian Eno tra gli interpreti e un immaginario molto pop, questo film ha attratto la mia attenzione. Vediamo se se la merita.
16) Trishna di Michael Winterbottom. Ispirata a un romanzo di Thomas Hardy più volte riadattato, una storia d’amore impossibile traslata nel sistema delle caste. Con l’indiana che ha stregato l’occidente: Freida Pinto.
17) Evento di Halloween: lezione di horror. La serata dedicata alle tre madri di Dario Argento è stato il mio primo approccio con il festival del film di Roma. Fosse anche solo per una questione affettiva, io la serata a cavallo tra il 31 ottobre e il primo novembre non me la perdo.
Ma i festival del cinema non sono fatti di soli film. Quando mi accredito per un festival, la prima domanda che mi sento rivolgere è: ci sarà qualche attore famoso? Laddove per “attore famoso” il curioso o la curiosa di turno intende in genere i veri pezzi da novanta, roba da almeno 10 – 15 milioni al film. Perché sotto quella cifra, già fatica a ricordare nomi e cognomi, quindi bisogna dargli/le il vero, indiscutibile, VIP – possibilmente non proprio di prima mano. Ebbene, se a Venezia quest’anno avevano George Clooney, a Roma abbiamo un altro brizzolato ad alto tasso di sex appeal – che, personalmente, è quello che preferisco, ma di questo parleremo domani. Quindi continuando con la lista:
18) Richard Gere, al quale sarà consegnato il Marc’Aurelio alla carriera.
19) Michael Mann salirà in cattedra per una lezione di cinema d’autore.
20) Sul tappeto rosso anche i vampiri della Twilight Saga per presentare Breaking Dawn Parte I.
Personalmente ne farei a meno, ma scommetto che ci sarà il pienone di adolescenti in visibilio per incontrare qualche membro della famiglia Cullen (per la precisione i vampiri Rosalie e Jasper Hale interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone).

I Vicerè: un’insana famiglia allargata

I viceréIeri ho visto in facoltà l’anteprima de I Viceré. Devo fare un piccolo sforzo per togliere Roberto Faenza dalla cornice universitaria e tornare a guardarlo come il regista di un film che mi ha molto commossa da bambina (Jona che visse nella balena) e di un altro che mi ha commossa alcuni anni fa (Prendimi l’anima). Solo liberandomi della mia opinione personale sulla persona, ho potuto indossare il mio sguardo critico.
I Viceré è tratto da uno scomodo romanzo di Federico De Roberto, snobbato dalla critica e dimenticato dalla cultura scolastica. È la saga familiare degli Uzeda, famiglia nobile siciliana di origine spagnola, fondata su rapporti di potere, odio, convenienza. Il film mostra con l’immediatezza delle immagini i temi difficili del libro: una Chiesa corrotta e oziosa, un potere politico basato sul trasformismo, un popolo italiano inconsapevole, una famiglia tradizionale dalla moralità discutibile.
Il film ha molti pregi: ottimi dialoghi (presi, a quanto pare, quasi letteralmente dal romanzo), costumi meravigliosi (non per niente la costumista è Milena Canonero, che ha appena vinto l’Oscar per Marie Antoinette), una fotografia curata nel dettaglio con riferimenti pittorici molto fini (non vi sfuggirà, per esempio, una citazione di questo quadro della scuola caravaggesca). Notevole la performance del siciliano Lando Buzzanca, Alessandro Preziosi se la cava, convince meno Cristiana Capotondi – che sotto il siciliano posticcio, conserva il suo malcelato accento romano. Certo, a volte, il film strizza un po’ troppo l’occhio al Visconti del Gattopardo, valicando la sottile linea tra citazionismo e mancanza di originalità.
Il punto più critico risulta la sceneggiatura che procede a onde corte, portata avanti da piccoli colpi di scena, senza che se ne possa scorgere la fine. Non c’è un climax e gli eventi più tragici non sono ben preparati. Tutti questi aspetti si possono spiegare col fatto che il lungometraggio erano stato concepito come una mini-serie di due puntate: le scelte narrative e ritmiche sono più televisive che cinematografiche.
Indicazioni terapeutiche: utile stimolante per avviare una riflessione sulle origini e le caratteristiche dell’italianità.