Lavorare stanca, gratis affama. La rivoluzione comincia adesso: siamo tutti con #nofreejobs

Proletariato digitale

Almeno due intere generazioni mille euro, lavori non pagati come prassi viziata del mercato, stage che sono opportunità più per chi li offre che per chi li fa. Niente di nuovo: la situazione va avanti da anni e più un lavoro è (sulla carta) interessante e appagante più viene applicata la retorica della passione, del bagaglio di esperienza da fare sul campo, della promessa/ricatto di un contratto precario dopo mesi di sfruttamento aggratise.

Ti piace scrivere? Con noi potrai dimostrare le tue capacità! (Gratis e spesso anche con scarsissima visibilità effettiva, specie se la testata in questione non è, per dire, Repubblica.)

Sei un web designer, un web content manager, un social media specialist? Vieni a lavorare da noi! La nostra è una realtà in crescita, giovane e dinamica. (E ovviamente non possiamo pagarti, almeno per ora.)

Sei un creativo? Partecipa alla realizzazione del nostro progetto. (Per la gloria, per cos’altro?)

Non sono annunci reali, ma lo potrebbero essere tranquillamente. Chi non se li è mai trovati davanti mentre cercava lavoro? E chi non c’è cascato almeno una volta? Dopo un po’ si impara: più i toni sono ammalianti e meno ragni si possono cavare dal buco. La verità, comunque, è che i laureati e i creativi sono la nuova, poverissima, massa operaia. Nessuno vi chiederà mai di andare a fare uno stage come cameriere in un ristorante o di lavorare sei mesi gratis come hostess di eventi, però se al ristorante fate il sito web o se l’evento lo organizzate, ci sono enormi possibilità che il vostro lavoro sia gratuito o malpagato.

Tanta gloria, poca pecunia… ma siamo sicuri che questi stage portino poi a qualcosa di concreto?

Per sfizio, ma anche per portare qualche esempio, ho stilato il mio piccolo elenco di lavori non retribuiti svolti negli ultimi anni:

# Scrivere per varie testate giornalistiche e siti web (ivi inclusi, ma non solo, gli articoli che mi sono serviti ad ottenere il tesserino da giornalista pubblicista il quale, a sua volta, mi è servito principalmente a pagare una tassa annuale pari a 180€).

# Stage full time di tre mesi alla redazione Internet del Giornale Radio RAI senza nessun rimborso e nemmeno i buoni pasto. Persino il ventilato rinnovo (di altri tre mesi sempre in stage) mi fu precluso, perché… io provenivo dall’Università pubblica mentre (come molti sanno) la RAI ha un accordo con la scuola di Perugia di cui è cofondatrice. (Risparmio qualsiasi ulteriore commento.)

Stage full time di tre mesi presso la Maldoror film, che aveva in sede più stagisti che impiegati, sforando anche i limiti della legalità.

# Stage part time di due mesi (ma dovevano essere sei) presso l’Ital, unico posto in cui, a dire il vero, avevo i buoni pasto e una reale prospettiva di inserimento part time.

# Il sito web per la società di un amico fatto nei ritagli di tempo. (A proposito, non realizzate mai niente per gli amici: sono quelli che hanno le pretese più assurde e non pagano mai.)

[Negli stessi anni sono stata pagata per fare una serie di lavoretti poco qualificati e (sulla carta) degradanti. Ma non è più degradante lavorare senza uno stipendio?]

E sapete cos’è la cosa brutta? Non solo nessuna di queste esperienze è sfociata in un vero lavoro, ma nessuno – quando nel curriculum hai solo un lungo elenco di stage – sembra prenderti sul serio. Comunque, io mi sono sempre ritenuta fortunata perché prima ancora di laurearmi ho ricevuto la telefonata di una grossa azienda e ho iniziato a lavorare per i proverbiali mille euro al mese. Una cosa normalissima, che però a raccontarla oggi sembra quasi una favola.

Era ovvio che qualcosa o qualcuno prima o poi dovesse muoversi. La rete, con tutti i suoi strumenti social, offre uno strumento potentissimo per far sentire la voce di chi è stanco di regalare valore e tempo in cambio di una nuvola di fumo, mentre gli anni passano. Quando ho sentito parlare di #nofreejobs era da poco diventato un trending topic e temevo che si sarebbe sgonfiato prima ancora che avessi il tempo di parlarne in un post. Invece no: l’hashtag continua a fare proseliti su Twitter e su Facebook è nata una fanpage di oltre 2.000 indignati all’italiana gestita da Simone Cinelli di Ninja Marketing.

Se l’iniziativa ha preso piede così bene, bisogna rendere merito a Cristina Simone, social media strategist che ha lanciato il trend, a Stronco, che su WikiCulture ha avuto il coraggio di svergognare una di queste offerte di lavoro imbarazzanti (20€ per 40 post in un mese!), ma anche alla desolante situazione economica attuale. Non è la prima volta che in Italia si sente un’ondata di disgusto e di ribellione partire dai social media relativamente al tema del lavoro.

Un’annetto fa, per esempio, la CGIL ha lanciato su Facebook Giovani Non + disposti a tutto, che ad oggi ha 10.000 fan, ma sembra in coma vegetativo dall’aprile di quest’anno. Perché questa volta dovrebbe essere diverso?  Perché adesso tocca a noi: se non vogliamo che il tutto si risolva in una grossa e meritatissima pubblicità per i promotori dell’iniziativa, ciascuno nel suo piccolo deve fare la sua parte per stroncare ogni forma di sfruttamento sul nascere. In che modo? Dicendo…

#nofreejobs

Non deve essere solo uno slogan o uno sfogatoio twittero, ma un orientamento imprescindibile e rigido delle proprie scelte.

  • Cominciamo a non accettare più condizioni lavorative che siano assimilabili allo sfruttamento: ogni volta che qualcuno accetta di lavorare gratis non solo sta rinunciando a uno stipendio, ma sta alimentando un circolo vizioso per cui anche altri dovranno rinunciarvi.
  • In più, twittate tutte le proposte indecenti di cui è affollato il panorama degli annunci di “lavoro” (esiste già una mappa vergognosa). Perché, dai, non è mica lavoro-lavoro se non ti pagano, al massimo è volontariato.

Io non farò più lavori non pagati perché:

# Credo in quello che faccio. Finché non dai un prezzo a qualcosa, sembra che questo qualcosa non abbia un valore.

# Credo nel mio diritto a svilupparmi come persona: il diritto a mangiare, vestirmi e pagare una casa senza l’intervento costante dei miei genitori, il diritto a crearmi una famiglia o a vivere da sola se credo.

# Credo che ci siano un sacco di cose che posso fare gratis e che sono #sempremegliochelavorare tra cui: scrivere, leggere, fare l’amore, fare volontariato per una no profit, uscire con gli amici, studiare una lingua in più, visitare la città come se fossi una turista…

# Credo in me stessa e nelle mie competenze, quindi se gli altri non ci credono #megliosolichemaleaccompagnati, no? Infine: non è tanto la povertà che spaventa, né i sacrifici iniziali.

Quello che ci atterrisce davvero è la mancanza di prospettive. Mi sto avvicinando a lunghi passi ai trent’anni, il mondo sta attraversando una delle più grosse crisi finanziarie di sempre e, mentre i miei desideri sono larger than life, mi vedo avanzare alla cieca come un minatore con la sua piccola torcia sull’elmetto, senza la possibilità di immaginare il mio futuro a più di un metro da qui.