Viral Video: dal mito della bacchetta magica alla consapevole strategia social

La copertina di Viral Video

Viral Video – La copertina del libro di Dario Caiazzo, Andrea Febbraio e Umberto Lisiero

Una professione da costruire

Se mi fermo a riflettere sulle innovazioni che hanno reso possibile inventare un mestiere come il mio, mi accorgo che solo dieci anni fa la mia professione non sarebbe stata nemmeno immaginabile. Sul mio biglietto da visita c’è scritto “Campaign & community manager” e quando qualcuno mi chiede ulteriori spiegazioni, io inizio pressappoco così: “Mi occupo di social video advertising”. Sguardo vacuo. “In pratica”, continuo con pazienza, “distribuisco video sui social media (principalmente su Facebook e sui blog) allo scopo di viralizzare contenuti brandizzati. In più faccio attività di digital PR e article marketing, sempre su blog e grandi network.” A questo punto, l’ascoltatore non sempre ha capito di cosa stia parlando, ma tendenzialmente finge di ritenersi soddisfatto dalla mia risposta.

Solo dieci anni fa, dicevo, il mio lavoro non sarebbe stato nemmeno immaginabile perché, a parte i “vecchi blog”di cui si comincia a parlare già nel 1997, la maggior parte dei media di cui mi occupo sono recentissimi:

  • Facebook nasce nel 2004;
  • YouTube nasce nel 2005;

Naturalmente, più recente di tutti è social video advertising stesso, che nasce in forma embrionale solo nel 2006.

La nostra professione è un continuo work-in-progress, fatto di osservazione e sperimentazione, per questo si può dire che Ebuzzing sia una società pioniera nel social video advertising. Ragion per cui, non mi sento eccessivamente affetta da aziendalismo a presentavi un libro scritto da tre dei miei colleghi e capi: Dario Caiazzo (Managing Director Italia di Ebuzzing) Andrea Febbraio (Co-founder di Ebuzzing) e Umberto Lisiero (Co-founder di PromoDigital società acquistata nel 2010 da Ebuzzing), autori appunto del volume Viral Video che potete vedere nella foto sopra.

Cosa c’è di interessante in Viral Video?

Non sono in pochi a sentire puzza di zolfo appena si parla di social e di viralità dei contenuti. Si fa presto, di questi tempi, a dire “social” e “viral”, ma non sempre si considerano tutti gli aspetti capaci di rendere un contenuto video virale. A causa della mole ormai immensa di contenuti creati da utenti e brand e di video presenti su YouTube, la distribuzione non è più un dettaglio trascurabile, ma una scienza esatta che accompagna un contenuto verso il successo. Come amano dire dalle mie parti, content is the king, distribution is the queen.

Nella ricetta della viralità c’è una consapevole operazione di distribuzione: non una bacchetta magica, ma un insieme di tecniche, tecnologie e pianificazione.

E siamo alla oramai famosa teoria del mojito. Che c’entrano i cocktail? Metaforicamente la distribuzione è un cocktail, in quanto è composta da ingredienti diversi, amalgamati grazie a un sapiente mix di Facebook, mobile e web 2.0.

Come abbiamo detto, il video advertising online è una novità relativamente recente per cercare di ridurre la complessità di questa nuova materia, lo IAB ha definito alcuni formati standard che rendono comparabile il lavoro degli attori del settore digital che vogliano pianificarlo.

The king: come deve essere un video per aver avere il potenziale per diventare virale?

In Ebuzzing (quindi gli autori di questo libro) ci occupiamo di generare viralità e condivisione social dei video tramite la distribuzione, quindi la creatività la lasciamo a qualcun altro. Ciononostante un’idea di quello che funziona meglio gli autori del libro se la sono fatta e così ecco in sintesi le 7 golden rules per la creazione di un video a forte potenziale di impatto social.

1) La storia è più rilevante del prodotto, il quale appare alla fine o non appare affatto

2) Per conquistare l’utente bisogna attirare l’attenzione entro i primi 5 secondi

3) Per coinvolgere l’utente bisogna alternare tristezza e gioia creando delle montagne russe emozionali

4) Per generare curiosità bisogna distribuire il video in una fase iniziale a trendsetter e influencer

5) Per generare un effetto positivo bisogna sorprendere senza scioccare

6) Per scatenare un effetto virale bisogna raggiungere il tipping point entro 24/48 ore

7) Le condivisioni sui social contano esponenzialmente del dato nudo e crudo delle visualizzazioni.

Non aggiungo altro per lasciare tra le pagine del libro qualche buon motivo per acquistarlo e leggerlo: potete trovarlo già in libreria o, se preferite, acquistarlo sul sito dell’editore Fausto Lupetti.

Viral video: nessun gattino

Il Post Scriptum nell’introduzione del libro Viral Video

Niente gattini in copertina? Hmmm… non proprio, non posso evitare di notare il meme che riporta proprio a un famoso gattino digitale: Nyan Cat (probabilmente uno dei più irritanti video virali mai usciti).

Storie per tempi di crisi: dal disoccupato cinematografico a quello brandizzato

Tutta la vita davanti: locandina

Tutta la vita davanti di Paolo Virzì

Qualche anno fa ha avuto inizio un felice filone del cinema nostrano che ha raccontato la precarietà del lavoro: vado a spanne e non ho una cronologia precisa, ma di certo ci possiamo mettere dentro il festoso e allo stesso tempo diabolico call center di Virzì in Tutta la vita davanti, il gruppo di macchiavellici disperati di C’è chi dice no, e il mio preferito Generazione Mille Euro che racconta il coraggio di campare senza poter crescere mai.

Da un bel po’ di tempo pensavo di riunire questi ed altri film sul tema dentro un unico post che parlasse di come il cinema avesse investigato a fondo sull’argomento della crisi economica, lavorativa, generazionale e persino affettiva. Ora inizio ad osservare un fenomeno nuovo: i grandi brand si appropriano dello storytelling sul lavoro, sulla disoccupazione e sulla crisi.

Quest’estate Benetton si è fatta notare per una provocazione in pieno stile Oliviero Toscani: eleggere il disoccupato dell’anno. Se le grandi multinazionali hanno il loro employee of the year, Benetton si è messa alla ricerca dell’unemployee per premiarne i progetti finanziandoli.

Il video Heineken che sta girando in questi giorni sulla rete è l’ultimo step di una campagna un po’ diversa che trasforma il recruiting in advertising e lo mette in scena come fosse un reality.

(Se il povero Nanni leggesse la frase sopra non mi prenderebbe affatto sul serio, anzi credo che inizierebbe a urlarmi in faccia. Lo so Nanni, le parole sono importanti, ma io ho questo vizio markettaro degli anglicismi e cerca di passarci su e dare un’occhiata al video che merita davvero.)

Dal punto di vista sociologico i presupposti sono simili: la crisi e la disoccupazione sono il contesto, il bisogno colto dal genio del marketing è quello di emergere attraverso le proprie caratteristiche individuali o grazie al merito. Una serie di valori buoni a prescindere punteggiano emotivamente entrambe le storie: la solidarietà verso il prossimo, l’impegno civile e sociale, la passione.

Sembra una scelta paradossale, per dei giganti dell’economia, eppure a sentire Naomi Klein non è la prima volta che il marketing trasforma il disagio sociale in una forma di spettacolo. Evitando di passare dalla dietrologia, in fondo il marketing è mimesi e racconto del presente, così come lo sono (o dovrebbero esserlo) il cinema e le arti.

L’amore ai tempi di Facebook: digital marketing per San Valentino

Una scena dal film Harry ti presento Sally

Comincia febbraio e inizia il balletto del marketing di San Valentino: tutti parlano d’amore, ma più di tutti lo fanno i cioccolatini e le mutande di pizzo, la biancheria intima di comprovato cattivo gusto e i gli enormi cuscini a forma di cuore che poi uno non sa mai dove nascondere. Tra idee sfiziose e sexy e inevitabili cadute nel trash, la festa dell’amore miete più vittime delle discussioni sul calcio e sulla politica: le coppie possono resistere alle diatribe tra montiani e grillini, ma si sfasciano quando si tratta di decidere se affrontare il 14 febbraio abbandonandosi ai consumi o scegliere la via dell’anticonformismo.

Persino per i brand è difficile essere originali quando si parla d’amore, sui social media c’è chi si affida alla love story interattiva, come fa Emozione-3 che lancia una sorta di fotoromanzo digitale con concorso annesso. Il rischio di cadere nel banale è tanto più alto quanto più il prodotto è associato al romanticismo da portafoglio: pensate agli anelli, agli, charm, agli orecchini e trovate un modo di non cadere nei soliti cliché. Il tema è così stanco che si vedono spot, video e cartelloni che sembrano riciclati dagli anni novanta.

Riesce bene nel suo intento di distinguersi Pandora, un brand danese di gioielli, che con un pizzico d’ironia crea un’app Facebook dedicata a tutti quelli che non sono tanto bravi a dichiarare il proprio amore. L’applicazione è davvero sfiziosa e si chiama Ciak si ama: grazie ad essa qualunque innamorato potrà fingersi un consumato attore hollywoodiano e recitare una dichiarazione d’amore d’effetto cinematografico.

Ce n’è per tutti i gusti: dalla romantica Carrie di Sex and the City, alla sfuggente Julia Roberts di Se scappi ti sposo, passando per adorabile Bridget Jones, ogni donna troverà le parole più adatte alla propria storia d’amore. I maschietti potranno invece misurarsi con il fascino di Hugh Grant in Quattro matrimoni e un funerale o calarsi nei panni del sexy Ben Affleck di La verità è che non gli piaci abbastanza.

L’amore è qualcosa di stupido, come diceva il vecchio Frank, ma il marketing deve essere molto intelligente per renderlo originale.

[E, a proposito di qualcosa di stupido, ho anche io la mia hit-parade delle frasi d’amore cinematografiche, che ne dite?]

#EventsTTT sabato 26 al COWO 360 si parla di social media ed eventi con il @SociaLabTTT

EventsTTT Locandina Orizzontale

Cominciamo con l’outing: sono entrata da poco a far parte del gruppo romano dell’associazione SociaLab TTT, quindi il 26 mi vedrete agghindata in versione semi-pro mentre accolgo ospiti, soci, curiosi e simpatizzanti al COWO 360 per l’aperitivo digitale #EventsTTT.

L’evento

Come dice chiaramente il titolo, che è anche l’hashtag che stiamo usando su Twitter abbiamo invitato una serie di ospiti per parlare del rapporto tra social media ed eventi. L’aperitivo diventa un momento di incontro informale in cui alcuni ospiti raccontano le proprie esperienze e strategie digital ruotando intorno al file rouge della promozione degli eventi, che è il tema della serata.

L’evento si svolgerà in contemporanea in cinque diverse città: Roma, Milano, Bologna, Lecce e Genova.

A Roma l’appuntamento è alle 18:30 al COWO 360, in via Vacuna 96. Ed ecco gli ospiti presenti a parlare con noi di eventi e strategie social:

  • Erik Simonsen – Cleanweb Hackathon
  • Eleonora Bove – Roma Sound Service
  • Antonio Dell’Atti – Italia Camp
  • Fabiano Taliani – Ourstyle

Per maggiori informazioni vi lascio alla pagina dell’evento romano sul sito del SociaLabTTT.

Il SociaLab TTT

Il SociaLabTTT nasce sul finire del 2011 allo scopo di diffondere la cultura digitale, attraverso una serie di eventi di auto-formazione in cui professionisti di vari settori si incontrano per raccontare le proprie esperienze e strategie applicate al mondo dei social media. Oggi, attorno al collaudato format degli aperitivi con sede in diverse città, si è costituita una associazione culturale, la quale oltre che sul fronte del networking si impegna anche nella formazione e nella promozione della sostenibilità.

A questo punto vi starete chiedendo che tipo di gente siamo. Le persone che compongono il SociaLab TTT sono web-designer, social media manager, startupper. Gente legata a doppio filo col web e con i social media, 33 markettari, come ha scritto qualcuno, che hanno messo su un laboratorio virtuale per imparare e scambiare conoscenza.

Gente che crede nel principio dello scambio delle idee… vi ricordate quell’aforisma, di George Bernard Shaw?

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

Ecco, noi abbiamo capito benissimo che non siamo fruttivendoli e che nel mondo dell’immateriale e della creatività condividere quello che si sa significa crescere insieme.

Che altro aggiungere? Vi ordino di iscrivervi e di partecipare!

EventsTTT Locandina Verticale

Quando basta una birra per vivere in un film: la campagna Young & Rubicam per Bavaria

Out of the blue Bavaria

Bavaria – Out of the Blue

Quando giri con il cellulare in mano intento chiamare il tuo capo, quando scendi di corsa dall’autobus andando verso un appuntamento per il quale sei probabilmente già in ritardo, quando stai attraversando la strada o mentre passeggi in un parco – insomma, nel bel mezzo delle tue azioni quotidiane più banali – non ti aspetti che spunti dal nulla una telecamera e ti faccia sentire all’improvviso nel bel mezzo di un set cinematografico. Quella che vi ho appena descritto è una candid camera che sfrutta il fattore sorpresa per far entrare gli ignari protagonisti nel nuovo mondo di Bavaria

Un mood divertente e un po’ goliardico quello di Out of the Blue, la campagna di marketing pensata dai creativi del gruppo Young & Rubicam per l’olandese Bavaria. La strategia in atto mixa la presenza sui social media con inaspettate e repentine azioni di guerrilla marketing. Così può capitare, come è successo alla signora che vedete nel video, che una truccatrice vi rimetta in sesto appena mettete piede fuori dall’autobus, mentre si sente gridare “La rifacciamo!” con la tipica assertività professionale della produzione di un film.

L’originale campagna di rebranding della nota birra, che è partita nel mese di giugno, lancia un nuovo attraente packaging, il cui colore è appunto un fresco e appetitoso blu, oltre a comunicare il nuovo posizionamento del tradizionale brand, ora più attento all’ambiente. Con ogni evidenza cambia anche il core target, che ringiovanisce e diventa metropolitano, smart & chic. Per questo l’orchestrazione della campagna cerca di spostarsi dai soliti schemi e di coinvolgere le persone comuni in un dialogo esteporaneo e inaspettato con il brand, irrompendo “a bruciapelo” (questo il significato dell’espressione “out of the blue”) nella vita di tutti i giorni.

Si tratta di una svolta comunicativa importante, stando a quello che dice il direttore marketing di Bavaria Italia Roberta Gambino, intervistata da Brand Forum:

Questa campagna è per noi uno step fondamentale per supportare un importante riposizionamento volto a spostare progressivamente l’identità del brand da value for money a premium, con l’obiettivo di valorizzare il prodotto, rafforzarne la riconoscibilità e costruire un posizionamento distintivo del brand. Vogliamo proporci in modo innovativo e sorprendente sul mercato, in modo da arricchire il brand di un’immagine fresca e moderna, ampliando e ringiovanendo il target di consumatori”.

[Duemila]Undici consigli sui social media da portare nel 2012

Ho pensato di raccogliere una lista di avvertimenti preziosi da portare nel nuovo anno: come ottimizzare la presenza sui social media? Quali sono i trend da tenere presenti per il futuro?
Social media
Magari vi potrà sembrare strano, ma ho scelto di partire dal mezzo più vecchio della costellazione social – il blog, affidandomi, però, a dati recentissimi.

  1. I blog sono in ottima salute e la blogosfera non smette di crescere Da più di un decennio si parla di fine della carta stampata, ma nonostante questo i giornali e soprattutto i libri restano baluardi inespugnabili del passato e non hanno mai smesso di contribuire alla costruzione del futuro (in barba ai tanto declamati tablet e non solo a quelli). Una cosa simile accade per i blog che, nonostante abbiano appena una quindicina di anni, alcuni hanno già dato per morti a causa dell’ascesa dei grandi social network. Per fortuna si sbagliano. Mi potrei appellare alla mediamorfosi scomodando Fidler e la mia laurea triennale, ma per evitare di annoiarvi (visto che siamo solo al primo di 12 punti) mi limito a dire che il vecchio non viene spazzato via dal nuovo, piuttosto vi si adatta e in molti casi ne assume alcuni tratti. Applicando questo discorso alla blogosfera, pensare alla sua morte per mano dei social network è stata una previsione affrettata e piuttosto miope. I dati più recenti ci dicono che i blog continuano a crescere e sono sempre più interconnessi con il tessuto economico, ma, anche, sempre più dipendenti dalla promozione sui social network, in un sistema complesso e sinergico. Se la crescita della blogosfera non disegna una curva impressionante come quella che ha caretterizzato altri social media, è vero che il numero di blog aumenta costantemente insieme con la loro qualità: assistiamo ad un continuo aumento dei blog aziendali e dei blogger professionisti. Per i blogger:  i social media sono un’opportunità e non una forma di concorrenza, come quasi tutti hanno capito, il cardine della strategia è l’integrazione. Per i brand:  in un panorama social che sembra fluire in un continuo presente, i blog realizzano il giusto equilibrio tra aggiornamento continuo e contenuti di valore che si sedimentano nel web. Ecco perché i blogger sono sempre ottimi interlocutori nelle campagne di social media marketing e PR. Per approfondire lo stato della blogosfera e la relazione tra blog e brand, leggi l’ultima ricerca di Technorati (novembre 2011).
  2. I social network non sono tutti uguali Ok. Forse per qualcuno questa sarà pure la scoperta dell’acqua calda. Ma anche no. Troppo spesso tendiamo a feedarci dell’idea che basti condividere un po’ ovunque per moltiplicare gli accessi a un sito. Se vi accontentate di poco può anche funzionare, ma se il vostro obiettivo è davvero quello di ottimizzare la crescita, allora è necessario riflettere  sulle specificità di ciascun mezzo e di ciascun canale. I feed RSS e la sincronizzazione tra i diversi social media hanno il grosso vantaggio di aggiornare contemporaneamente tutti gli account social, ma finisce lì. Chi vuole essere presente su un social network sa bene che offrire uno specchio aggiornato dei contenuti di un sito non basta: per esperienza posso dire che gli RSS di un blog su Facebook generano meno engagement di altri tipi di update come gli status o le domande, allo stesso modo un account Twitter che propone solo link non tende a non avere molti follower. In un mondo ideale oltre ai link verso un sito bisognerebbe produrre contenuti originali per ciascun account social, nel mondo reale – e per assenza di tempo – è preferibile concentrarsi in questo modo su due/tre social network, piuttosto che generare una infinita quantità di duplicati. Anche quando si propone essenzialmente lo stesso contenuto, è utile provare ad adattarlo al mezzo utilizzato con tutti gli accorgimenti necessari (per esempio un hashtag su Twitter piuttosto che un il tag a una pagina su Facebook).  Prima di condividere vale sempre la vecchia e mai oziosa domandina: qual è il plus che sto offrendo a chi mi legge? In breve: Identità non significa copia-incolla. Differenziare l’approccio ai diversi social network è la chiave per ampliare e non solo consolidare il proprio pubblico.
  3. Ottimizzare il tempo Non so voi, ma io spesso mi stupisco di come l’overload informativo tenda ad appiattire la quotidianità in un presente fluido in cui abbiamo la continua sensazione di correre restando perennemente indietro. Gli eventi, grandi e piccoli, personali e pubblici, si affastellano e si sovrappongono in un disordine e con una rapidità tali, che è sempre più difficile tenere le redini del proprio tempo vitale, tenere separati i diversi ambiti della vita e farsi un’idea dell’epoca che stiamo vivendo. Di sicuro i vecchi paradigmi dicotomici che prevedevano una distinzione rigida tra pubblico e privato, professionale e personale, presente e passato, si sono infranti contro una nuova percezione del tempo in cui i confini di ogni cosa sono sempre più labili e le distanze fisiche e temporali sempre più brevi. Sull’argomento, vi consiglio di leggere il bellissimo post di Andreas Voigt sul blog Innovando. In questo contesto dalle implicazioni molteplici e complesse, un problema pratico e quasi banale da risolvere è questo: come faccio a ottimizzare il mio budget di tempo tra le varie attività, a partire dal tempo speso per informarmi e per aggiornare i social media, fino al tempo da dedicare alla mia vita privata? Poche settimane fa ho trovato molto interessante la pomodoro technique, spiegata da Stefano Mizzella a Smart&App (a proposito di risparmio di tempo, io andrei dritta al minuto 8:45). Il segreto: creare degli slot rigidi di tempo in cui ci si concentra al massimo su un’unica attività o, perlomeno, inventarsi delle abitudini/riti di consumo del tempo, in cui ogni cosa ha il suo spazio. Aggiungerei soltanto: non dimenticatevi di respirare! 😉
  4. Think social, go local [Scusate ma non ho potuto fare a meno di cedere alla tentazione anglofona – d’altra parte da una che ha chiamato il blog Cup of brain non ci si può aspettare di meglio.] A nessuno sarà sfuggita la popolarità di Foursquare (che, almeno tra i miei contatti, ha raggiunto il suo picco massimo intorno al periodo estivo) caso che quest’anno è stato sotto gli occhi di tutti e che ha incrociato le connessioni virtuali con la vita sociale reale outdoor. Morale? Anche i geek hanno una vita sociale outdoor, ma soprattutto… il cerchio è destinato a chiudersi e tra le opportunità offerte dai social media c’è un intero ventaglio non pienamente esplorato di soluzioni a basso costo per le PMI a carattere locale.
  5. Gamification  Anche qui il popolare Foursquare fa scuola (ma non è il solo): nessuno avrebbe mai pensato che tante persone sarebbero state disposte a condividere i propri spostamenti con amici e conoscenti, ma Foursquare l’ha trasformato in un’applicazione mobile davvero coinvolgente e virale. Le azioni quotidiane sono diventate l’ingrediente principale di un gioco la cui vincita è tutta in termini di reputazione e riconoscimento sociale, ma lo scopo finale è creare un’utilità che vada al di là delle dinamiche di gioco: un database in continua espansione di consigli e statistiche su luoghi dove uscire, mangiare, divertirsi, fare acquisti… etc. Facendo leva sul potere psicologico della sfida e del confronto con gli altri utenti il gioco si è diffuso in modo virale e diventa in poco tempo una vera e propria dipendenza. Non è una novità, tutt’altro. Come suggerito da questo articolo molto completo su Mashable, basta pensare alle raccolte punti, ai programmi Frequent Flyer, ai concorsi. Ciononostante le potenzialità aperte dai social media e dalle tecnologie mobile hanno aperto il campo alle più disparate evoluzioni e applicazioni, persino il tracciamento della pupù al duplice scopo di sensibilizzare e fare brand awarness. In pratica: il futuro sarà un gioco da ragazzi o, perlomeno, nei prossimi tre o quattro anni assisteremo ad una esponenziale crescita dell’uso di questa tecnica applicata al marketing, all’innovazione in azienda e probabilmente a molti altri ambiti (mi viene in mente l’istruzione, ma forse sono ottimista 😉 ).
  6. Google rende il web definitivamente social Non appena ho avuto modo di provare Google+ ho espresso la mia umile opinione sul social network del colosso della ricerca sul web, sui suoi punti di forza e sulle potenziali debolezze del progetto. Un ulteriore punto sul quale è interessante riflettere è il fatto che Google+ avvicina sempre di più il web all’utente, plasmando i risultati di ricerca a sua immagine. Ad esempio, se io cerco un qualsiasi termine su Google, una certa preferenza viene data alle pagine sulle quali i miei contatti hanno cliccato il famoso +1, a quelle riferite a risultati locali e a quelle più in linea con le mie preferenze di navigazione. In questo modo ciascun utente ottiene la propria pagina dei risultati, completamente personalizzata. Il problema è questo: se i miei risultati ricalcano le preferenze mie e del mio network… non rischio che il mio campo di ricerca venga ristretto e in qualche modo drogato dalle mie cerchie sociali e dai miei stessi limiti? Non si amplia il gap informativo tra i diversi gruppi sociali rendendo le differenze culturali più pesanti? Esperimento utile: se ogni tanto volete tornare alla ricerca “pura” potete provare a vedere i risultati senza una serie di miglioramenti (tra cui la geolocalizzazione e l’analisi della cronologia).
  7. Dalla reputazione al personal brand: siamo tutti personaggi Buttiamoci in mezzo anche Pirandello, che non fa mai male! Da quando i social media sono diventati un megafono in mano a chiunque, ciascuno di noi può avere molto più dei 15 minuti di celebrità predetti da Warhol. Praticamente, ognuno di noi vive con i fari continuamente puntati o, per meglio dire, decide su cosa e come puntarli in una quantità incredibile di modi e momenti diversi.  Un’esposizione fino a pochi anni fa impensabile richiede una certa dose di responsabilità nella scelta dei contenuti da condividere, in quali momenti e con chi – e qualche volta crea qualche situazione imbarazzante quando sono gli amici a diffondere cose che ci riguardano. La metafora salva-faccia. Oltre una certa soglia non ci si può più permettere di scrivere, dire e mostrare qualunque cosa e credo che tutti quelli che hanno superato il centinaio di contatti sappiano di cosa parlo. Quando sono indecisa penso ai social network come a luoghi fisici: dalla massima riservatezza della mail che corrisponde ad una abitazione alla massima visibilità dei contenuti pubblici su Facebook che potrebbe corrispondere più o meno all’atto di parlare con il megafono sopra il palco di una piazza affollata.
  8. Tra la quantità e la qualità c’è di mezzo la strategia I servizi per incrementare i fan su Facebook e i follower su Twitter sono diversi ed è aperto il dibattito per valutare se sia realmente vantaggioso o meno acquisire pacchetti a pagamento. Resta il fatto che un gran numero di persone in ascolto è ben poca cosa se manca l’engagement degli utenti – risultato che si può sperare di ottenere e mantenere nel tempo solo offrendo contenuti di qualità, interessanti per il target prescelto. E questo senza addentrarci nella discussione sulla teoria dei mille fan e sui modelli relativi alla proporzione tra fan attivi e non e diverse modalità di coinvolgimento on e anche offline. Indiscutibilmente prima ancora di porsi obiettivi quantitativi e di decidere come raggiungerli, bisogna disegnare una strategia di comunicazione che parta dagli interessi del proprio target connessi con l’identità che si vuole comunicare e, last but not least, con i risultati da raggiungere. In altre parole: prima viene “che cosa” e poi “a chi”. Lasswell docet.
  9. Prima di parlare ascolta Il nuovo metodo di ascolto si chiama monitoraggio. Esistono degli analisti che si servono di tool avanzati per rilevare quello che si dice online di un’azienda, di un brand o di qualsiasi altro argomento. Alcune società sono specializzate proprio in questo servizio, altre (come Ebuzzing, per cui lavoro) offrono queste analisi all’interno di una rosa di servizi di marketing. Come la maggior parte delle cose che si possono fare in rete si può fare anche a costo zero: infatti non manca una gamma di strumenti gratuiti di monitoraggio dei social media, per gli appassionati del fai-da-te (anche se questa opzione economica può risultare un po’ più macchinosa e dispendiosa in termini di tempo). Il punto: non si può più ignorare quello che si dice in rete, tanto vale farne un punto di partenza per arrivare al proprio target (lettori, utenti, clienti, cittadini…).
  10. La rivincita dei nerd Un bello scossone alla senescenza dell’occidente arriva da un esercito di ragazzini che hanno un’idea, la mettono in pratica e diventano milionari. Il capo è certamente il ventisettenne Mark Zuckerberg, ma non è il solo ad aver fatto il botto prima dei trent’anni. Forbes ha dedicato una classifica ai 30 under 30 più influenti. E in Italia? Qualche tempo fa parlavo con una imprenditrice di quanto sia difficile per noi fare lo stesso. Colpa probabilmente di un sistema universitario ancora elefantico, lontano anni luce dai vivai di eccellenze americani, ma anche di un sistema economico che tende a soffocare l’imprenditoria e rende difficile reperire i finanziamenti, che siano pubblici o privati. Aggiungerei una certa propensione all’individualismo e una (anche giustificata) mancanza di fiducia nel prossimo e il quadro si può dire completo. Da noi la generazione nerd si ribella contro una semi-schiavitù imposta da un sistema malato – penso al successo di #nofreejobs – o evade fuori frontiera, alla ricerca di opportunità diverse. Quindi? Se vogliamo ringiovanire questo Paese per vecchi, forse dovremmo iniziare a dare credito (e intendo soprattutto in termini economici) ai nostri nerd, prima che scappino tutti.
  11. Il panorama dei social network è un universo in piena espressione Se credete di assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang vi sbagliate: l’esplosione dei social media è appena iniziata. Come qualunque universo primordiale che si rispetti, anche il panorama social è caratterizzato da grandi astri destinati apparentemente a non tramontare mai, da meteore che dimenticheremo presto, da asteroidi che finiscono per schiantarsi su altri corpi celesti dando inizio a unioni impensate, da pianeti meravigliosi e dai loro satelliti. In ogni caso il momento in cui una maturazione del sistema porterà a una sua stasi e a un equilibrio difficile da modificare è ancora di là da venire. Dov’è il consiglio? Se avete un’idea, fanculo alla crisi: questo è il momento.

Siete d’accordo? Ho fatto questa lista sulla base delle mie esperienze, osservazioni e dei miei errori dell’ultimo anno, voi cos’altro aggiungereste?

Oh, dear… we’re so fast-growing! Ebuzzing acquisisce Trigami.

Le famiglie crescono… alcune più in fretta di altre! Ecco la mia nuova “famiglia” romana/milanese (no, tranquilli, non mi sono sposata):
 Ebuzzing Roma 2011 Ebuzzing Milano 2011
Questa è la famiglia italiana di ebuzzing, che si sta allargando a rapidamente a tutta l’Europa! Nata in Francia, ebuzzing ha già sedi in Italia, Regno Unito, Spagna, Germania (l’ufficio Amburgo è di imminente apertura) ed ora in Svizzera, a Basilea. Il gruppo fondato da Pierre Chappaz (se sai leggere il francese scopri di chi sto parlando) si è appena fuso con Trigami (ecco il team svizzero nella foto in basso), società leader del social media marketing in Svizzera, Germania e Austria, con un network di 15.000 blogger. Che presto entreranno a far parte della nostra piattaforma!
Andrea Febbraio CEO Italia di ebuzzing ha commentato la fusione Trigami-Ebuzzing ricordando la mission del gruppo: “Siamo impegnati a costruire una piattaforma europea leader nel Social Media Marketing per essere vicini a tutti i nostri clienti nei singoli mercati in cui operano”, aggiungendo che l’esperienza e il talento del team Trigami permetterà a Ebuzzing di conquistare Germania, Svizzera e Austria con l’obiettivo di costruire una posizione di leadership nei mercati di lingua tedesca. Un altro passo in questa rivoluzione del marketing che diventa social: il word of mouth è l’argilla con cui le persone costruiscono l’immagine dei brand.
[Ed ora, non vorrei scadere nello spottone, ma se vuoi salire sul treno, diventa un nostro publisher: www.ebuzzing.it! 😉 ]