Sono andata a vedere Cosmopolis, ma ho preferito lo spot Ford prima dell’inizio

Il grande difetto dell’ultimo Cronemberg non è tanto la noia, quanto l’impossibilità di dormire a causa del continuo blablabla.

Cosmopolis

Non dura nemmeno due ore, Cosmopolis, ma sembra quasi che il protagonista e gli altri odiosi personaggi riescano a riempirne almeno 12 o 13 con le loro chiacchiere. Infrangendo una regola base del cinema, Cronemberg se ne infischia di raccontare i passaggi narrativi mostrandoli attraverso l’azione, ma decide di usare una continua didascalia chiacchierata su ogni fotogramma. Tutto viene spiegato, raccontato, detto – tutto men che fatto. Avvinghiato al libro di Don De Lillo, Cosmopolis porta lo spettatore allo sfinimento e da un certo punto in poi l’assenza di svolte significative grava sui presenti in sala come l’afa di un torrido caldo agostano.

Ed è tutto quello che ho da dire. Ah, certo! C’è tutta la storia del quadretto sci-fi che mostra un futuro molto prossimo o un presente (poco) alternativo, la fredda volgarità del sesso in un’epoca in cui i corpi sembrano mere incombenze, la critica alla società dell’informazione, il marxismo… certo. Il punto con certi film non è tanto capirli, quanto quale sia la ragione per cui ci si debba infliggere la pena di farlo.

Che poi mi sono innamorata dello spot Ford: non vi fa pensare ad Aronofsky? 😉 Vabbe’, la prossima volta il terzo MIB non me lo leva nessuno, ecco.

Molto forte incredibilmente vicino

 

Tom Hanks e Thomas Horn in Molto forte incredibilmente vicino

In molti aspettavano il secondo film tratto dalla penna di Jonathan Safran Foer, io invece no: non ho visto Ogni cosa è illuminata, non ero stata colpita dal trailer con Tom Hanks e questo bimbo dagli incredibili occhi blu, Thomas Horn, ma sono stata trascinata al cinema dall’entusiasmo di un amico. Se avessi dovuto pronosticare dalle vaghe informazioni che avevo il giudizio finale su questo film, credo che avrei indovinato: non perché avessi dei forti pregiudizi, ma perché questo film pur con tante trovate fantasiose non riserva alcuna sorpresa.

Thomas Horn in Molto forte incredibilmente vicino

Il ragazzino prodigio in odore di autismo, il padre brillante dedicato alla famiglia, il vecchio freak che ha smesso di parlare: Molto forte incredibilmente vicino snocciola tutta una serie di effetti speciali narrativi che sono ormai luoghi comuni, spinge sulla leva dei sentimenti che facilmente scivolano nel sentimentalismo mentre una regia netta e pulita spiega ogni cosa con chiarezza didascalica. Si sente una grande mancanza di autenticità in questa storia e anche quando si affaccia l’emozione è stiracchiata e vagamente grottesca, posta a una distanza inarrivabile dalla prevedibile antipatia del protagonista.

Thomas Horn in Molto forte incredibilmente vicino

Diaz – Don’t Clean Up This Blood

Mi ricordo il luglio del 2001 come se fosse ieri. Ero più o meno nel periodo della vita in cui si formano le proprie convinzioni politiche quando l’evento di Genova ha dato una scossa alla mia sensibilità. A undici anni da quello che è accaduto, quello di Vicari è un tentativo di ricostruire uno dei momenti più bassi della nostra democrazia: dopo la morte di Carlo Giuliani il blitz alla Diaz e le seguenti violazioni dei diritti umani perpetrate alla caserma Bolzaneto sono soltanto una maldiretta e spropositata dimostrazione di forza.
diaz1

Diaz è un potente pugno nello stomaco, potente e necessario perché sarebbe bene vedere questo film e indignarsi, capire e pretendere che cose simili non si ripetano. Non è tanto quello che è successo a suscitare la mia rabbia, quanto il fatto che sia potuto accadere, che si sia potuti passare in maniera repentina dalla protesta democratica alla dittatura selvaggia e cieca della violenza. E che sia potuto accadere senza che poi si facesse giustizia. Non si può guardare questo film prestando attenzione ai protagonisti o alle scelte narrative o di regia. Vedere questo film significa inevitabilmente riflettere sulla storia vera al quale è ispirato. I fatti del G8 2001 si gonfiano ipertrofici nella gola dello spettatore senza lasciare spazio a nient’altro. Urge un confronto e un conforto che non può arrivare.

Una scena di Diaz

Per chi vuole parlarne e abita a Roma, giovedì 3 maggio al Forte Prenestino ci sarà un dibattito sul film a cui parteciperanno il regista Daniele Vicari, Elio Germano e l’avvocato Francesco Romeo. Saranno proiettati spezzoni del film e un documentario dal titolo Black Block.

L’industriale

Una dopo l’altra le storie di imprenditori suicidi (o che tentano questo gesto estremo) raccontano lo sfinimento, il disorientamento e la solitudine dietro a fallimenti che non sono solo economici. Al cinema, lo ha raccontato qualche mese fa il regista Giuliano Montaldo nel suo ultimo film L’industriale. A più di ottant’anni, il regista ligure  non ha perso la lucidità e la profondità dello sguardo necessari per raccontare i momenti storici e gli individui che li abitano. La figura di un piccolo imprenditore schiacciato dai debiti e ossessionato dal futuro della sua azienda e dei suoi dipendenti si trasforma in un simbolo attraverso il quale osservare questa crisi, che dura da diversi anni, ma di cui solo adesso si accusano i colpi in maniera diffusa.
Pierfrancesco Favino in l'industriale
Sullo sfondo dell’incombente debacle finanziaria, L’industriale è il ritratto di un uomo e il racconto di una sua profonda crisi che da economica diventa umana. Veste i panni dell’orgoglioso e integro protagonista un Pierfrancesco Favino tanto grosso da non lasciare quasi spazio agli altri interpreti (Carolina Crescentini nei panni della moglie, Francesco Scianna che interpreta il suo avvocato). Emotivamente asciutto, visivamente desaturato fino quasi al bianco e nero, l’ultimo film di Montaldo è profondamente umano e purtroppo molto attuale.
Carolina Crescentini e Pierfrancesco Favino in l'industriale

Molto bello il finale aperto, cupo, senza possibilità di salvezza.

One Hundred Mornings

Di chi puoi fidarti quando il mondo sta finendo?
One hundred mornings
Forse ho visto troppi film, forse sono essenzialmente tragica o, più semplicemente, c’è bisogno di una situazione estrema per scoprire l’essenza delle cose, fatto sta che mi sono immaginata più volte con chi vorrei stare al mondo dopo la fine del mondo. Non è una questione banale e c’è da ammettere che ci vorrebbe anche un po’ di culo. Magari è la fine del mondo e ti trovi in un supermercato sulla Tuscolana, mentre la persona che ami di più al mondo è, per dire, a lavorare a Prati. A quel punto si interrompono le corse dei mezzi pubblici, i mezzi di comunicazione non funzionano più e io continuo a non avere la patente. Credo che scoprire se l’altra persona sia sopravvissuta e ritrovarla sia già un bel lavoretto.
Una volta il mio ex mi disse che se il mondo fosse finito sarebbe andato in capo al mondo per trovarmi, eventualmente salvarmi e sopravvivere nel mondo post-apocalittico con me. Poi quell’amore è finito e l’apocalisse non c’è stata. Insomma, non ancora.
Questo preambolo per introdurvi al tema del primo film visto all’Irish Film FestaOne Hundred Mornings. Scusate se ho fatto un po’ la spiritosa, in realtà c’è poco da scherzare e questo film è stato doloroso quanto un calcio in bocca per l’anima. Peccato che non sia mai uscito in Italia perché con tutta la sua desolante amarezza è un vero gioiello, dotato tra l’altro di una bellissima fotografia che alterna chiaroscuri e bagliori della natura irlandese e di un ottimo cast. Irlanda, in un presente non ben definito una qualche calamità si è abbattuta sul mondo e sull’umanità. Siamo introdotti nel racconto in medias res, nella casa di legno dove convivono indolenti due coppie: sembrerebbe una molto noiosa vacanza in campagna, ma apprendiamo presto che il cibo è razionato e manca la corrente elettrica. Tutti sono inchiodati l’uno all’altro in un presente senza futuro: non tentano di fare nulla di eroico, semplicemente vanno avanti con la cupa prospettiva di giornate sempre uguali o peggiori.
La domanda del claim che ho riportato all’inizio potrebbe anche diventare: quale relazione potrebbe sopravvivere alla fine del mondo, alla profonda solitudine, alla spietata necessità di sopravvivere? La risposta del film non è confortante.
Per molti versi One Hundred Mornings ricorda l’ancora più violento e amaro The Road, ma se nel film con Viggo Mortensen c’era ancora un barlume di speranza nella capacità di preservare sentimenti umani in questo film irlandese anche quest’ultima manca del tutto. Le relazioni tra i personaggi sono sottoposte a un inevitabile e lento disfacimento mentre avvengono fatti sempre più atroci. Uno sgretolamento dei rapporti che procede pezzo per pezzo lasciando alla fine un grande e incolmabile vuoto.

Tomboy

Zoè Hèran
Il giusto stato d’animo per godersi questo film: Nostalgia sofisticata Questo film è per chi, come me, non ha mai creduto pienamente nell’innocenza asessuata dell’infanzia. E poi per chi ha ancora spazio dentro di sé per un racconto lento e ammaliante che percorre temi come l’identità di genere, le relazioni tra i singoli membri della famiglia e gli equilibri familiari, l’amore preadolescenziale, il bisogno di inventarsi diversi da come si è. Indimenticabile

La naturalezza e spontaneità dell’attrice (Zoé Héran) protagonista nei panni di Laure. Il minimalismo di tratti con cui viene delineata in maniera sorprendentemente profonda la famiglia. La semplicità della trama che si contrappone alla complessità del tema. La regia soffice, come il vento tra i capelli della protagonista: un segno visibilissimo e al contempo trasparente. Insomma: un film che con poco comunica molto, rigoroso, attento, delicato.

Da dimenticare Fatemi un piacere: il film non dimenticatelo. Dimenticate, invece, il trailer che lo fa sembrare una sorta di Little Miss Sunshine francese e gay.

Potete leggere su Cinema 4 Stellela mia recensione di Tomboy.

Il padre e lo straniero

Il padre e lo straniero

Alessandro Gassman è divino. In certi momenti gli basta muovere un solo muscolo di quel volto affascinante e irregolare per far trasparire un’emozione, un dubbio o un atteggiamento. Bravi, in misure diverse, sono anche gli altri attori, tra cui spicca “lo straniero” Amr Waked (nella foto). Eppure un buon livello recitativo non può, da solo, salvare un film dall’essere un pessimo film. Al massimo, può far aumentare l’indignazione verso una storia che ha frequenti cadute nel ridicolo e nell’inverosimile.

Come avrete capito, per me questo film di Ricky Tognazzi ha più infamia che lode. La colpa è quasi tutta di una sceneggiatura veramente brutta, che cerca la commistione di generi senza averne l’elasticità stilistica. In Il padre e lo straniero tutto procede in maniera più o meno decente (senza picchi di alto livello, ma anche senza particolari scivolate) fino a che la trama drammatica comincia a virare verso il thriller. A quel punto il film scivola sempre più in basso, con situazioni paradossali, personaggi che appaiono più falsi della proverbiale moneta da tre euro e una serie di battute che sembrano l’accidentale parodia dei dialoghi made in USA. Il tutto soffocato da una regia piatta e senza grossi cambi di registro.

Indicazioni terapeutiche: ehi, se volete comunque andare a vederlo, non chiedete a me una giustificazione!

Sanctum 3D

Sanctum 3D
Emo-vie: il giusto stato d’animo per godersi questo film Cazzeggio mood Sedetevi accanto a un amico dal forte senso dell’umorismo e sperate che le sue sagaci battute possano salvarvi.
Indimenticabile: il linguaggio dei protagonisti, uomini duri e puri che hanno studiato l’arte della retorica dagli scaricatori di porto.

Da buttare: quasi tutto, in pratica i soldi del biglietto.

Indicazioni terapeutiche: per spettatori dal senso dell’umorismo sado-masochista, capaci di apprezzare l’involontaria e rozza comicità dell’opera.

Sgombriamo subito il campo da un fraintendimento: James Cameron, il cui nome campeggia su locandine e trailer non è il regista di Sanctum 3D, ma il produttore…

Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stellecontinua a leggere.

127 Ore

127 ore
Emo-vie: il giusto stato d’animo per questo film Bisogno di adrenalina ed emozioni pure Che poi era forse il bisogno che aveva spinto lo scalatore Aron Ralston ad esplorare da solo i confini del mondo, in cui non si vede anima viva per settimane e giorni. Ecco noi possiamo sublimare questo bisogno grazie alla adrenalinica regia di Danny Boyle, che ci fa immedesimare totalmente nel protagonista, interpretato da un sorprendente James Franco, e imparare qualcosa sui limiti umani.
Indimenticabile: la cinica autoironia del protagonista che si fa beffe di se stesso in una improvvisata e immaginaria trasmissione radiofonica in diretta dal canyon in cui è intrappolato.

Da buttare: signori, è Danny Boyle. Assolutamente niente.
Indicazioni terapeutiche: non il miglior Boyle, ma è sempre la miglior scelta sul mercato se state cercando un po’ di adrenalina ed emozioni pure.

Nei primi dieci minuti 127 ore sembra Into the Wild con lo scorrimento veloce attivato…

Ho scritto questa recensione per Cineclickcontinua a leggere.

In un mondo migliore: il paese senza meraviglie

In un mondo miglioreL’amicizia tra due bambini illumina contraddizioni familiari e difficili realtà sociali. Questa potrebbe essere, in mezza riga, la trama dell’ultimo film di Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri, Noi due sconosciuti), ma se questa sintesi vi porta a immaginare un film per ragazzi colmo di buoni sentimenti e infantile ingenuità allora c’è ancora qualcosa che dovete darmi il tempo di spiegare. Il film presentato al Festival Internazionale del Film di Roma, che uscirà in Italia il prossimo venerdì, non è affatto una favoletta, anzi è spigoloso, moralmente ambiguo, disincantato. Dipinge le figure di due bambini, che si staccano nettamente dal nostro immaginario, covando contraddizioni, i dolori e violenza.
Due giovanissimi border-line, che non vengono dalla periferia malfamata o dalle favelas, ma dal cuore della società borghese: Elias (Markus Rygaard), figlio di due medici, continuamente preso di mira dai bulli della scuola, e Christian (William Jøhnk Nielsen), figlio di un ricco imprenditore, che reagisce al lutto della perdita della madre con una aggressività inquietante perché estremamente razionale e machiavellica. Il loro incontro determina l’incrocio delle loro due famiglie, che attraversano entrambe un periodo difficile: mentre nella famiglia di Christian, come già detto, la perdita della figura materna è alla radice degli squilibri, in quella di Elias sono la crisi matrimoniale e le ripetute assenze del padre a rendere la casa un posto estraneo, in cui è inutile cercare comprensione.
Contro l’istituzione familiare si punta il dito accusatore della Bier, che, attraverso una trama ricca di momenti drammatici e di tensione, vuole mostrare quanto essa non sia all’altezza dei problemi che la assediano dall’esterno, ma anche dall’interno. Il film batte selvaggiamente su questo punto, mostrando le debolezze degli adulti e la loro incapacità di essere guide, perché troppo deboli e contraddittori (Anton, al secolo Mikael Persbrandt), troppo apprensivi (Marianne, interpretata da Trine Dyrholm) o troppo distanti (Claus/Ulrich Thomsen). Al di là delle posizioni che si possono avere sull’argomento, la regista danese riesce a portare, attraverso una storia, una intelligente analisi di come il disagio possa essere assorbito e reinterpretato dai più giovani in modo del tutto imprevedibile. Un applauso al giovanissimo Nielsen, che col suo sguardo di ghiaccio e promette veramente bene per gli anni a venire.
Indicazioni terapeutiche: una amara critica sociale per vaccinarsi da un certo buonismo di matrice catto-borghese.