Amabili resti: panorami dell’anima

Amabili restiPeter Jackson ha uno sguardo ampio, che allarga gli orizzonti degli spettatori e li trascina dentro mondi sospesi tra il reale e il fantastico; lo abbiamo visto con l’epica tolkeniana della trilogia Il Signore degli Anelli e possiamo ammirarlo (forse ancora di più) in quest’ultima difficile trasposizione cinematografica di un’opera letteraria…

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Indicazioni terapeutiche: un nutrimento per l’anima, che nonostante il tema drammatico rappresenta sentimenti nobili.

Secondo tempo: tutti in curva

Secondo tempoLe rare persone che, in questo Paese, non sono afflitte da febbre calcistica, guardano con stupita curiosità quel fenomeno che ne è la più estrema incarnazione: la tifoseria della curva, quella violenta e viscerale degli Ultras. Fabio Bastianello, alla sua prima regia, sceglie di farci vivere una full immersion in questa realtà attraverso gli occhi vigili di un poliziotto infiltrato.
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Indicazioni terapeutiche: una overdose di goliardia, cameratismo e violenza da stadio, indicato soprattutto per tutti coloro che sono immuni da febbre calcistica.

20 sigarette: sconcertante sincerità

20 sigaretteUn film spietatamente onesto. Spiazzante. Tanto più perché si tratta di una storia vera, raccontata con grande sincerità e senza un briciolo di retorica eroica da colui che ha vissuto in prima persona un’esperienza drammatica come l’attentato a Nassiriya del 2003. Sette anni fa Aureliano Amadei (nella finzione interpretato dall’intenso Vinicio Marchioni) era un ventottenne come tanti altri, con il solito lavoro precario, l’amore precario e tutto il resto.

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Indicazioni terapeutiche: un sano sconvolgimento che desta qualunque spettatore dal sonno della ragione. Attenzione, la durezza di certe scene potrebbe avere come effetti collaterali malesseri vari e rabbia.

La solitudine dei numeri primi: due destini che si uniscono

La solitudine dei numeri primiI numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Sono numeri solitari e incomprensibili agli altri.” Così dice Viola (Aurora Ruffino) durante la festa del suo matrimonio, ed è questo che Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia (Luca Marinelli) sono: numeri primi. Due individui che vivono parallelamente i propri dolori personali e che poi incontrandosi si riconoscono a prima vista instaurando uno speciale legame di amicizia e comprensione.

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Indicazioni terapeutiche: un farmaco per la cura e l’accettazione di sé attraverso al comprensione dei propri traumi e la costruzione della consapevolezza che per quanto ci sentiamo soli, abbiamo sempre la possibilità di trovare qualcuno che possa capirci.

The Reader – A voce alta: segreti su segreti

The readerSiamo nella Germania Ovest del dopoguerra. Michal Berg (David Kross), un ragazzo di quindici anni, incontra per caso una affascinante, ma modesta, donna sulla trentina, Hanna Schmitz (Kate Winslet). Tra loro nasce subito una dirompente passione, che sfocia in una relazione morbosa e al tempo stesso pura. Un amore da tenere necessariamente segreto.
Fino a questo punto The Reader è un film romantico come tanti altri, sorvolando sul fatto che tra i due protagonisti ci siano venti anni di differenza d’età. Tutto cambia quando si scopre che Hanna ha un passato macchiato dall’aver lavorato con le SS nei campi di concentramento. Tratto dal romanzo semiautobiografico A voce alta di Bernhard Schlink, The Reader porta sul grande schermo un delicato aspetto della storia ancora in ombra. Sono stati girati centinaia di film sull’olocausto, sulla seconda guerra mondiale, sul nazismo, ma si è taciuto sul dopoguerra e sulla necessità di comprendere e affrontare gli errori delle generazioni precedenti.
Il punto di vista di Michael è quello di chi è nato dopo la fine della guerra e della dittatura e deve ugualmente fare i conti con i loro orrori, fare i conti con il fatto di essere figlio di una società che ha permesso l’olocausto. La vita di Michael diventa una metafora per rappresentare la strada del perdono e della comprensione. In un percorso narrativo non lineare, lo vediamo diventare uomo e conservare l’impronta che su di lui aveva lasciato quel breve amore adolescenziale. Con lui scopriamo l’infantile allegria di Hanna, in contrasto con la sua fredda determinazione nell’eseguire il suo ruolo di guardia ad Auschwitz. All’improvviso ci sembra che il male non solo sia banale, ma possa persino essere rutinario e quasi inconsapevole.
Questo non significa che siamo di fronte ad una assoluzione del nazismo. Al contrario, nel film è tenuto ben presente il dramma storico, ma anche qualcosa che va oltre. La stridente consapevolezza che ad eseguire la volontà della dittatura nazista ci fossero persone semplici, comuni, capaci di dare e ricevere amore. Kate Winslet, candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista, ricopre questo ruolo con naturalezza: è una trentenne avvolgente, appassionata e forte e poi una sessantenne provata dalla vita eppure pacata. La sceneggiatura le ritaglia un ruolo sfaccettato e complesso e lei lo riveste di umanità.

Da tenere d’occhio  anche il diciottenne David Kross. Il singolare punto di vista adottato e la relazione scabrosa tra i due protagonisti hanno attirato numerose critiche: al film sono state affibbiate diverse etichette, dalla sgradevole “Nazi porn” all’ironica “Holocaust chic” fino alla incongruente “Il peggior film sull’olocausto mai prodotto”. Tutto questo deriva da un fraintendimento di fondo. Se volete un consiglio, se vi aspettate di vedere un altro film sull’olocausto non andate a vedere The Reader. Sin troppo facile considerarlo un affronto alla memoria della Shoah, invece di prendere in considerazione il fatto che il film parli d’altro.

Indicazioni terapeutiche: contro il pericolo di una meccanica semplificazione dei valori, un film che scava un profondo solco nel cuore dello spettatore. Può stimolare l’apparato lacrimalei.

Un giorno perfetto: dramma spiazzante

Isabella FerrariDopo la delusione di Saturno Contro avevo relegato Ferzan Ozpetek nell’antro più oscuro delle mie preferenze cinematografiche. Nonostante l’affascinante (e bravo) Valerio Mastandrea, nonostante il soggetto della Mazzucco, non mi sono fatta prendere dall’entusiasmo. Sono entrata in sala sospettosa. Poi sono bastati l’uso pervasivo dei suoni e la prima carrellata nella casa dei protagonisti, a farmi capire che mi trovavo davanti ad un film significativo e che il regista turco, messo da parte il solito copione, stava ripartendo da qualcosa di nuovo.
Si parte dalla fine. E questa introduzione non-lineare ad un mondo tanto inconcepibile da essere cronaca ha l’imponderabile gravità di un destino segnato. Davanti ai nostri occhi vediamo ticchettare 24 ore, come se si fosse innescata una bomba ad orologeria: intuiamo la fine ed essa vernicia di nero anche i pochi sprazzi di speranza.
Un giorno perfetto è uno dei film più amari che abbia mai visto. Un intreccio di storie disperate: una famiglia distrutta da un amore ossessivo e violento, le pieghe nascoste nella vita lussuosa di un deputato, il tentativo dei figli di crescere nonostante i genitori. Un film spietato, doloroso, angosciante. Forse un po’ troppo carica la colonna sonora, che a momenti sottolinea in maniera pedante i contenuti drammatici. Ma, seppur con questo piccolo neo, il film ti assorbe nella sua voragine. E non vi stupite se subito dopo averlo visto non saprete da che parte aggrapparvi…
Notarella: seppure accennata in un dialogo… anche qui Ferzan non si è risparmiato la storiella omo!
Nota seria: l’accoglienza tiepida da parte della critica mi lascia perplessa. Rifletto: che sia ostracismo rispetto all’allontamamento dai propri clichè consolidati?
Indicazioni terapeutiche: amarissimo farmaco che agisce sull’ossessione. Avvertenze: se siete in cura dallo psicanalista per la vostra depressione, programmate qualche ora di terapia extra.

Persepolis: come m’incanto

Persepolis
Incastonata in una giornata densa di emozioni forti, la visione di Persepolis è stata una commovente piccola gioia. Una cioccolata calda di passioni, aromatizzata da delicate ironie. Una lama tagliente che ritaglia nel cuore cicatrici parzialmente rimarginate. Un quadro che mette a nudo il sangue delle vittime di una guerra e di un regime e la miseria di un Paese vicino e lontanissimo. Persepolis è un film d’animazione che ha un’anima pulsante.
Delizia per gli occhi nei grafismi vitali di Marjanne Satrapi, che emanano un profumo di fiori. Linee che fluttuano leggere o che si stagliano nette. Bianco e nero che si incide negli occhi della mente e che obbliga a seguire un certo respiro. Figure che sembrano persone reali.
No, non vi dirò niente sulla trama del film, non mi perderò nel dirvi che è tratto dalla graphic novel autobiografica della Satrapi, non farò commenti sulla brillante nonnina o sulle situazioni drammatiche, né sulle avventure di Marjanne in patria e in Austria. Persepolis è una piccola perla, un inno alla vita.
Qualcuno ha scritto che non se ne può parlare male e come dargli torto? Riempiamo le sale quando ci sono film come questi, torniamo a vederlo una, due, tre volte come se fosse un rito di preghiera alle Muse – perché qui si fa baccano contro i distributori italiani, ma poi vai a vedere questo film e in sala ci sono meno di dieci persone. Ma allora Moccia ce lo meritiamo proprio…
Per inciso, tra Ratatouille e Persepolis io non avrei avuto dubbi sull’Oscar al miglior film d’animazione. Ma è chiaro che per l’Academy sarebbe stata una scelta troppo anticonvenzionale.

Indicazioni terapeutiche: una pillola un po’ amara, favorisce l’empatia con la condizione iraniana e riesce persino a infondere gioia di vivere.

Mr. Vendetta: l’orologio della violenza

Mr VendettaChan-Wook Park vive di estremi: violenza che si infila come una lama negli occhi dello spettatore, dolore ingiusto e profondo, amore tenero, puro, intenso. Questa sua storia è al di là del bene e del male, una storia in cui tutti sono innocenti e tutti sono carnefici. Mr. Vendetta riesce ad essere poetico e depravato, insieme: se non l’avete visto, preparatevi a farlo entrare nelle vostre viscere.
Mr. Vendetta è un’esperienza dolorosa, bellissima, seducente. Ho aspettato un bel po’ prima di scriverne, ho atteso che si dileguassero le immagini, che in me si asciugasse la pena, per trovare la lucidità e decidere cosa dire. C’è moltissimo e niente da dire: questo film va vissuto, immergendosi nella palude di quei fotogrammi rigorosi, di quelle vite violentate con abbacinante perfezione formale. L’isolamento espressivo del sordomuto Ryu, la malizia spontanea della sua fidanzata, il dolore che esplode negli sguardi dei protagonisti, l’innocenza naturale della bambina: gli interpreti di questo film ci risucchiano in un mondo.
Questo film trascende i generi: passa attraverso l’action, il drammatico, il thriller, porta con sé battute ironiche da commedia sadica e poi sfocia nella tragedia. La tripla spirale vendicativa ricorda l’architettura shakespeariana dell’Amleto: le vendette si rincorrono e si incastrano l’una nell’altra fino alla distruzione totale. Non c’è ammenda, non c’è catarsi, non si può sfuggire una volta innescato il meccanismo.
Sono estasiata.

Indicazioni terapeutiche: il benefico sollievo di un pugno allo stomaco, centrato in pieno.

Old Boy: c’è del marcio in Corea

Old boyChan-wook Park è un regista coreano di 44 anni – età in cui uno dei nostri sarebbe considerato un esordiente, ma non credo che funzioni così da quelle parti, visto che sono circa 15 anni che il buon uomo dirige e scrive un film dietro l’altro. Buon uomo per modo di dire. Diciamo che Chan-wonk ha una perversa ossessione per la vendetta. Diciamo pure che ha un talento da restarci secchi. E un’immaginazione degna del vostro peggior incubo.
Nel 2002 supera le barriere internazionali con un film che da noi si intitola Mr. Vendetta: è l’inizio di una trilogia sul suo tema più caro. Old Boy è il secondo film della trilogia: è consigliata la visione solo ad un pubblico adulto. Un film straziante, sadico, violento.
Cattura l’immaginazione con una fotografia magistrale, un montaggio digitale spesso pindarico, una trama che mixa senza volgarità suspence, azione, violenza e sesso. Lo spettatore viene preso nella rete, si immedesima nel protagonista e poi si trova scioccato, tradito, violentato dal regista. La storia di Oh Dae-Su si avvicina alla mia barriera shock.
Old Boy è un calcio nello stomaco. Colpisce i valori più universali attraverso pulsioni altrettanto universali.
Indicazioni terapeutiche: farmaco amarissimo, favorisce la produzione di adrenalina e stimola reazioni profonde. Indicato per smuovere soggetti sopraffatti da nichilismo esistenziale. Avvertenza: Old Boy è poco adatto alle famiglie e ai deboli di cuore e anche se credete di avere il pelo sullo stomaco vi lascerà angosciati.

Tideland: una Alice al contrario

TidelandTideland, terra-marea. È la terra in cui si rifugiano Jeliza-Rose (Jodelle Ferland) e suo padre (Jeff Bridges), quando la madre muore per overdose. Un non-luogo dove è difficile distinguere tra ciò che accade realmente e ciò che viene solo immaginato.
Terry Gilliam varca il territoro di confine tra la fantasia infantile e la mostruosità del reale. Mescola tinte: usa il nero della morte e lo accompagna con un sorriso, fa incarnare ai suoi personaggi ruoli abominevoli eppure gentili, unisce buonsenso e delirio. La piccola Jeliza-Rose ha una naturale inclinazione per l’orrido – il che sembra comprensibile per una bambina cresciuta da due genitori eiroinomani. Le sue compagne di gioco sono inquietanti teste di Barbie con cui si esibisce in monologhi semi-schizofrenici, la più bella si chiama Mis(s)-Take, la più deforme Splendida. Nei suoi giochi solitari inscena morte e agonia come una diva degli anni Trenta.
Tideland è un film sulla solitudine dell’infanzia, una metafora sul rapporto tra adulti e bambini, una favola sull’innocenza che riesce a salvarsi. Ma ciò che è veramente interessante nel film non è il senso della storia, nè la sceneggiatra, purtroppo un po’ debole. Sono le percezioni.
Un film visionario, che si apprezza solo restando immersi, in apnea in questa Terra acquatica. I corpi deformati dei genitori, ingrossati da una telecamera che li riprende dal basso, come mostri giganteschi e ambigui. Le larghe vedute dei campi di grano. I parallelismi con il testo di Alice nel Paese delle meraviglie. Le immagini sono dotate di senso e l’uso delle inquadrature non è mai puro esibizionismo videoclipparo. Un film da godere con la vista, ma capace di evocare addirittura l’olfatto. Atmosfere, sensazioni epidermiche, emozioni: un film che fa effetto, senza essere mai banale. La bambina recita divinamente – anzi, è un’altra da tenere d’occhio – e fanno la loro parte anche Janet MacTeel e Brendan Fletcher (imbruttito e cerebroleso).
Indicazioni terapeutiche: dolce-amara overdose del lato oscuro dell’infanzia.