Drei: un ménage à trois un po’ particolare…

DreiDrei, che in tedesco significa “Tre” è una commedia romantica agrodolce e sopra le righe, che sin dal titolo parla di un menage a trois molto particolare e di una coppia fuori dagli schemi, che riscopre l’amore allargando i confini del lecito e superando in questo modo una stagnazione emotiva. L’incipit del film ci fa entrare in maniera diretta nell’intimità dei due protagonisti: Hanna (interpretata da Sophie Rois) e Simon (Sebastian Schipper), che convivono senza essere sposati e senza avere figli, amandosi come fanno le coppie che ormai si conoscono come vecchi amici…

Ho scritto questa recensione per DoppioSchermo: continua a leggerla.
Indicazioni terapeutiche: una cura alternativa alla ennui della coppia, che travolge con un senso dell’umorismo fuori dal comune.

Una critica per caso: diario della Mostra del cinema Venezia 2010 – gli ultimi giorni al Lido

La versione di Barney
Siamo quasi alla fine del Festival. Tra meno di un’ora la cerimonia di premiazione svelerà i vincitori di questa edizione. Chi  può si è procurato gli inviti per vederla in Sala Grande, mentre noi scribacchini poletari siamo quasi tutti in sala stampa, in trepidante attesa dei nomi, tra rumors e toto-leoni. In questi giorni ho visto almeno un altro film degno di nota, coinvolgente, commuovente, causticamente ironico, ed è La versione di Barney di Richard J. Lewis, un onesto regista e sceneggiatore televisivo (CSI), che fa il salto allo schermo cinematografico in grande stile, adattando il famoso romanzo di Mordecai Richler e dirigendo un Paul Giamatti di altissima statura. L’attore, che gironzola ancora per il Lido, farebbe pensare a una Coppa Volpi.
Gradevole, divertente, sopra le righe e colmo di affascinanti guizzi di immaginazione visuale, ma allo stesso tempo macchiato da alcuni cali di stile abbastanza disdicevoli, Drei di Tom Wylker è un film sulla possibilità di rivedere le relazioni alla luce di una definizione di gender libera dagli schemi. Interessante.
Per la serie quei film che si possono vedere solo ai Festival (oppure scaricandoli illegalmente in qualche versione sottotitolata, ma questo non si dice): That Girl in Yellow Boots dell’indiano Anurag Kashyap. Film toccante, duro senza essere lagnoso, arrivato direttamente da Bollywood.
Visti anche: 13 Assassins, il film in concorso di Takashi Miike solito film di samurai senza particolari picchi di originalità; La solitudine dei numeri primi di Costanzo Jr. film senza infamia nè lode, che cerca di elevare se stesso attraverso una regia un po’ pretenziosa (la mia recensione è già su Cinema 4 Stelle); A Espada e a Rosa del portoghese Joao Nicolau, della folta schiera degli inguardabili; The Tempest di Julie Taymor, reinterpretazione shakespeariana in chiave fantasy dalla regista di Titus Andronicus.

Ultimissima ora: mentre Alex De La Iglesia è rimasto al Lido, Sofia Coppola pare sia appena sbarcata di nuovo. Nei prossimi giorni mi impegnerò a recensire tutti i film sui quali non sono ancora riuscita a scrivere: restate connessi!