C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Curiosavo tra gli scaffali della Feltrinelli di Largo Argentina, alla ricerca di un compagno di carta per l’estate, quando Maria Grazia mi chiama per mostrarmi la sua scoperta. Il titolo è di quelli coercitivi: non valuto nemmeno per un secondo l’opportunità di farmelo prestare alla fine dell’estate, devo averlo e subito. Un libro che si chiama “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” deve essere esposto nella mia libreria di ragazza single. Io, che nonostante l’omicidio provo ancora tanta rabbia, sono l’acquirente ideale del romanzo di Efraim Medina Reyes, scrittore colombiano classe 1967 che ha tutta l’aria di un vero figlio di puttana latino e si fregia di altri titoli come Tecniche di masturbazione tra Batman e Robin e La sessualità della Pantera Rosa.

C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo

C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Irritante, maschilista, romantico, disinibito, romantico e disastrato: leggo i pezzi sconnessi della vita sentimentale raccontata da un uomo che vive al capo opposto del pianeta e mi sembra di affacciarmi sull’altra parte della luna, su un punto di vista uguale al mio e in qualche modo opposto. Certo, ammazzarlo, voi avete mai provato ad ammazzare un amore perduto? Non è poi così facile.

Mi sono persa e ritrovata più volte nella prosa nervosa di Efraim Medina Reyes, che perde la concatenazione cronologica degli eventi per stabilirne una emotiva, in uno scavo archeologico dentro a un cuore pietrificato che non teme di mostrare mani insanguinate e unghie rotte. Il romanzo è breve, ma soprattutto veloce, un repentino bagno negli abissi dell’amor perduto, il cui cantore disilluso e fiero, mostra aridità e debolezze, rabbia e amarezza.

Il protagonista, che porta il nome di Rep (abbreviazione dell’inquietante soprannome Reptil) ed è chiaramente un alter ego dell’autore, è detestabile quanto affascinante e la sua storia di ossessione romantica arriva a stabilire alcuni assiomi inevitabili.

E intorno all’amore altre cose: il fallimento rispetto a un’ideale provinciale del tutto irraggiungibile, l’inutile e morboso bisogno di scrivere, l’incapacità di riconoscersi un talento sufficiente a salvarlo.

Se fossi nata in Colombia e con un pene, forse anche io mi chiamerei Rep.

Citazioni assolutamente casuali