Il giorno prima della felicità

Erri De Luca, Il giorno prima della felicitàErri De Luca, Il giorno prima della felicità

Leggere Erri De Luca è un piacere che scorre lento nelle parole centellinate con il giusto equilibrio. Un piacere di cose non dette e di forme di vita che si affacciano tra le parentesi della storia narrata. Alla fine ci si sente in pace, quieti. L’ultima pagina contiene allo stesso tempo una soddisfazione e un’attesa, un orgasmo letterario e una risacca dell’anima. Io mi sento troppo volgare e inadatta, nello spazio frettoloso di questo blog, a riportarne l’essenza.

Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità Una citazione da Il giorno prima della felicità

Tra le righe, ho scelto queste. Per leggere le citazioni clicca sulle immagini e guarda le fotografie nella dimensione originale.

Quasi mi vergogno a dirlo – ma insomma, come negarlo – alcune delle parole che mi hanno colpita di più, si trovano in due facciate dello stesso foglio e parlano dell’assoluta, sconvolgente, devastante verità del primo amore.

Nella calma spigolosa e pulita di questo libro, ci ben altre cose che colpiscono l’immaginazione e stupiscono: la descrizione di una Napoli che sembra fatta di carne viva e la scoperta di una sessualità che sembra fatta di spiriti eterei. C’è la capacità di catturare l’anima dei napoletani agganciando la storia del passato ai suoni musicali del dialetto, le miserie portate con fermo orgoglio e la volontà di riemergere dai sotterranei della povertà. Ci sono coraggio e onore e più di un pizzico di autismo antisociale disciolto nell’esperienza corporea di un amore idealizzato. Ci sono legami che schizzano via impazziti nel momento in cui vengono creati e altri che tornano indietro come palline impazzite dopo il copo della stecca da biliardo.

Se ci fossero più Erri De Luca a raccontare questo Paese, si potrebbe vedere l’Italia restando a casa propria e costruire quel briciolo di comprensione e senso del passato che ci basterebbe a immaginare un futuro.

La mano è il metronomo della scrittura: l’umile nobiltà di Erri De Luca

Erri De Luca25 marzo 2010, Erri De Luca a Libri Come, Auditorium Parco della Musica di Roma Erri De Luca assomiglia alla sua scrittura: asciutto, alto, spalle leggermente curve, volto solcato da una ragnatela di rughe, occhi piccoli in continuo movimento.
Il suo corpo incarna il suo stile: drenato da qualsiasi vocabolo superfluo, preciso, naturalmente saggio. Così è anche la sua voce: calda e ruvida allo stesso tempo, pacata. Bellissima. Ogni tanto, come a dare un po’ di colore a quello che dice, indulge nell’inflessione napoletana. Scherza e quando sente il pubblico ridere sembra compiaciuto e imbarazzato allo stesso tempo – come uno scolaro che abbia ricevuto un buon voto.
Ci sono alcuni elementi della biografia di questo scrittore che ne fanno una sorta di outsider della letteratura. In un’epoca in cui ogni anno emerge qualche nuovo baby fenomeno letterario, che pubblica prima ancora di compiere vent’anni, Erri De Luca ha scritto il suo primo libro a cinquant’anni, dopo una vita di fatica in fabbrica. Adesso, a settant’anni meravigliosamente portati, si gode la sua “villeggiatura” da “nullafacente”, così definisce la sua vita da letterato – perché nonostante scrivere gli “procuri reddito” non riesce a definirlo un lavoro, in onore al sudore che versato nei faticosi anni in cui erano le mani a procurargli di che vivere. Dalle sue parole traspare una grande umiltà, segno distintivo personalissimo in un mondo in cui apparire è la prima regola persino per artisti e intellettuali.
Non credente, passa buona parte del suo tempo libero a tradurre i testi sacri della Bibbia, direttamente dall’ebraico – da autodidatta ha studiato l’ebraico, il russo, il greco e… non so quante altre lingue.
Scrive i suoi libri con la penna biro: “La mano” dice “è il metronomo della scrittura”, perché con anni di duro lavoro si è guadagnata questo privilegio. Quando la mente è stata in grado di seguire il ritmo della mano, sono nate le sue opere letterarie. Prima, ciò che scriveva dopo il lavoro, con una ispirazione fluviale ed un ritmo impetuoso, “aveva un valore d’uso, ma nessun valore di scambio”. Molto affascinante questo rapporto fisico con l’atto di creazione di un libro, che trova radici ai tempi della scuola, quando lo scrittore napoletano ha imparato a scrivere con pennino e calamaio: questa “esperienza chimica difficile” ha impresso nella sua mente la nobiltà della scrittura e lo sforzo che occorre per scrivere ogni singola parola.

Una lezione da ricordare nella nostra epoca di drag and drop.