[Diario del Festival del cinema di Roma] Recensioni tre in uno (tipo detersivo): The Eye of the Storm, La femme du cinquième, Turn me on, Goddammit!

La giornata era cominciata davvero bene con un ottimo Jesus Henry Christ, ma poi…
  1. In fila per la lezione di Michael Mann c’erano molte più persone di quante la Petrassi potesse contenerne e così per me e molti altri accreditati non c’è stato verso. Mezz’ora di fila per restare a bocca asciutta. Uno streaming in sala stampa sarebbe stato utile, se non proprio risolutivo, ma vabbè.
  2. Dovendo cambiare piano all’ultimo momento mi sono orientata su un film norvegese intitolato Turn me on, Goddammit! la cui sinossi sembrava stuzzicante.
  3. Questo ha aperto una mano sfortunata (sì, perché un festival a volte è un po’ come una mano di carte, o come una scatola di cioccolatini avrebbe dette qualcuno, insomma ci siamo capiti) e nessuno dei tre film visti nel pomeriggio/sera è arrivato oltre la soglia del 5 e 1/2.

Turn me on, Goddammit!

Turn me on Goddammit!

Dalle periferie dell’America al Sud Italia, fino alla fredda Norvegia, la provincia è sempre la provincia ed essere adolescenti in un paesino abbastanza lontano dal mondo civilizzato può essere abbastanza infernale oppure di una noia mortale (più spesso è entrambe le cose). Questo è lo scenario che fa da sfondo e da presupposto ambientale al film di Jannicke Systad Jacobsen, che ha vinto il premio del pubblico al Tribeca: sommate le poche valvole di sfogo e le occasioni di svago piuttosto meste con la normale tempesta ormonale adolescenziale e potrete ben immaginare come il film possa facilmente volgere al soft-pedo-pornografico. Il fatto è che, durante quegli anni in cui la raggiunta maturità sessuale non coincide ancora con una piena attività, la testa di una ragazza è letteralmente invasa dalle più perverse e assillanti fantasie erotiche e questo può essere un problema in un microcosmo chiuso e bigotto. Il soggetto è può essere stuzzicante e riaccende le memorie puberali, ma nei fatti il film inciampa in una realizzazione alquanto scarna (che ci può stare) e in una sceneggiatura molto poco brillante; per non parlare della conclusione e del conseguente messaggio che sembra appoggiare una visione riparatrice che fa quasi pensare alla nostra mentalità terrona.

The Eye of the Storm

The Eye of the Storm

Film inutilmente complesso, questo lungometraggio australiano contrappone una trama con troppi fili ad una piattezza nella caratterizzazione dei personaggi che nemmeno la buona recitazione degli interpreti (in primis Charlotte Rampling nei panni della vecchi madre) riesce a salvare. Il regista Fred Shepisi e lo sceneggiatore mettono insieme alcuni dei vizi capitali del cinema: il blabla movie senza nulla di interessante da dire, la stereotipizzazione accessiva dei personaggi (la famiglia ricca arida e senza amore, i cui membri sono uno più incipriato dell’altro), l’uso petulante e didascalico (ma non privo di pretese) della macchina delle immagini, la prolissità del montaggio (qualche sforbiciata in più non avrebbe potuto che giovargli).

La femme du cinquième

La femme du cinquième

Nemmeno il fascino da eterno ragazzo di Ethan Hawke riesce a salvare questo film che, al pari del precedente, vuole dire troppe cose e prendere troppe sfumature, senza però arrivare a un dunque. Non è affatto chiaro il percorso del protagonista e non si scorge minimamente la sua crescita: lo scrittore americano, che va a Parigi per ritrovare la sua bambina (nelle mani di una ex-moglie alquanto stronzetta, almeno in base agli elementi in nostro possesso), lascia che le cose gli succedano. Non si comprende il nesso tra il lavoro ai limiti della legalità, le due storie d’amore e sesso parallele e gli eventi misteriosi e/o criminosi che si verificano attorno a lui. La conclusione affrettata e scarsamente risolutiva amplifica questa sensazione di complessità raffazzonata e non realmente profonda – anche qui contornata da pretese registiche ben poco pregnanti. La chiave, forse, si trova tutta nel discorso che il protagonista fa alla sua amante spiegandole di sentirsi solo l’ombra (“il doppio triste”) di quello che sarebbe potuto essere, ma anche alla luce di questa riflessione è difficile dare dignità a questo pastrocchio che nell’indecisione se essere Il pasto nudo, Ultimo tango a Parigi o Il sesto senso, finisce per non essere niente di che.

[Aspettando il Festival] Cosa ci sarà di bello nella 6° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Festival cinema romaChi mi conosce almeno un pochino, sa che soffro di cronica distrazione. Recenti studi mi consolano insinuando che potrebbe trattarsi di una massa cerebrale particolarmente sviluppata. Non parlano, però, di corrispondenti funzioni intellettuali proporzionalmente sviluppate. Ad ogni modo, nonostante la mail di preavviso da parte dell’ufficio accrediti, mi sono dimenticata di richiedere l’accredito per il Festival cinematografico romano – praticamente l’unico momento dell’anno in cui posso partecipare a un grosso festival senza andare in un’altra città.
Per fortuna esistono gli accrediti last minute anche per la stampa (per i miei consimili: si possono richiedere a partire dal 25 ottobre presso l’Auditorium Parco della Musica e costano un po’ di più). Ora, un po’ per raccontarvi cosa vi potrete aspettare di bello dalla prossima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma dal 27 ottobre al 4 novembre, un po’ per giustificare a me stessa la spesa extra di 20 euri (che, in tempo di crisi, buttali via!), ecco una rassegna delle
20 cose imperdibili che il gustosissimo programma 2011 ha in serbo per i cinefili capitolini e non.
1) La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo. Lo so, ci sono titoli e nomi più di richiamo, ci arriviamo! Il fatto è che al mio personale primo posto c’è questo film che racconta una famiglia partenopea negli anni Settanta. Ne sento parlare da parecchio e, prima ancora, avevo sentito parlare del romanzo da cui è tratto. Col tempo ho accumulato una serie di indizi che mi portano a pensare che questa pellicola possa essere divertente e intelligente insieme senza perdere la leggerezza e, in una parola, sono curiosa. Mi preoccupa solo la presenza nel cast di Cristiana Nun-se-sente-che-so-romana-perché-ho-fatto-dizione Capotondi. In compenso c’è Luca Zingaretti aka Montalbano, a cui voglio tanto bene.
2) Hysteria di Tanya Wexler. Avete presente quando siete un po’ tese e qualcuno vi dice: “Ma fattela una scopata ogni tanto!” Ecco, al di là del fatto che un po’ di sesso extra sia sempre auspicabile, credo che dobbiamo questa semplificazione sessista a questo tale dottor Mortimer Granville (nel film Hugh Dancy), che in un’epoca di fighe di legno (di costumi sessuali repressi, dai) ha capito che le donne erano isteriche perché non si trastullavano abbastanza. Così è nato il vibratore. Non sto scherzando, ci hanno fatto pure un film con Maggie Gyllenhaal e Rupert Everett, tra gli altri.
3) La Femme du cinquième di Pawel Pawlikowski. Non so voi, ma io è da un po’ che non vedo Ethan Hawke. Vorrei sapere come sta – a parte il fatto che a quasi quarantun anni ne dimostra ancora venticinque, quindi suppongo non se la passi male. Mi hanno detto che è tornato in Francia a fare l’americano a Parigi, si vede che ci ha preso gusto. A metà tra un Ultimo tango e un horror questo film si merita di entrare nella rosa dei primi tre da vedere.
4)  Babycall di Pal Sletaune. Visto che di horror si parla, tanto vale che esauriamo l’argomento. In effetti non ci sono altri motivi per cui questo film merita la quarta posizione. Ah, già Noomi Rapace. Che poi, questi nordici, sarà il freddo, ma con gli horror ci sanno proprio fare.
5)  Le avventure di Tintin: il segreto dell’Unicorno. Si parla di un 3D mai visto prima, sarà, ma le immagini in 3D non mi hanno fatto impazzire. Il nome, però, è una garanzia: Steven Spielberg. Non aggiungo altro.
6) Hugo Cabret. Altro asso nella manica della selezione Alice nella città. No, perché quando ti mettono in fila Spielberg e Martin Scorsese, tu che puoi fare? Ah sì. C’è anche Jude Law. E Chloë Moretz (nel malauguratissimo caso in cui l’aveste dimenticata, andate a rivedervi Let me in o Kick Ass). E scusate se poco.
7) Too Big to Fail di Curtis Hanson. Un film Tv con un grande cast (Paul Giamatti, William Hurt, Cynthia Nixon, Bill Pullman, James Woods), ma, soprattutto, con un tema che ci interessa molto da vicino: la crisi finanziaria del 2008 – di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Gli Indignati questo week-end e la complessa situazione economica mondiale lo rendono uno dei film più interessanti in cartellone. Roba da andare lì con la penna luminosa per prendere appunti.
8) The Lady di Luc Besson. Film che aprirà la kermesse romana. La vita dell’attivista birmana Aung San Suu Kyi: da un regista che ha sempre saputo raccontare eroine forti e combattive, una storia di impegno politico e d’amore.
9) Butter di Jim Field Smith. Qui è bastato un nome: Hugh Jackman. Come Falqui, basta la parola. Ai maschietti, credo basti Olivia Tutina-in-lattice Wilde.
10) The Lion King 3D. Anni fa (poteva essere il 2007) al Future Film Festival vidi Nightmare Before Christmas rieditato in 3D: un incubo davvero, sembrava fatto in cartone. Vediamo a che punto siamo con la tecnologia in fatto di riedizione.
11) My Week with Marilyn di Simon Curtis. Mettiamola così: io a Michelle Williams nei panni di Marilyn non do una lira. Lei è bellissima, ma la mitica bionda è semplicemente fuori portata per chiunque. Proprio per questo voglio vedere come se la cava.
12) A Few Best Men di Stephan Elliot. Se nella descrizione di un film ci sono le parole commedia, sboccata e irresistibile, probabilmente mi trovate in fila per comprare il biglietto. Certo sono solo una serie di formulette standard, ma la maggior parte delle volte quello che vedo quando entro in sala mi diverte.
13) Jesus Henry Christ di Dennis Lee. Da un sacco di tempo non vedo Toni Colette. Anche lei, chissà come se la cava.
14) L’industriale di Giuliano Montaldo. Tanto per cominciare ho ancora impressa qualche lezione seguita all’università con questo anziano signore, che sarebbe il regista: mi sembrò totalmente sopra le righe – e lo era, almeno secondo i miei canoni di allora – e mi stupì con due o tre battute irriverenti. Poi Favino e la Crescentini da sposati devono essere una potenza, persino per finta.
15) The British Guide to Showing Of di Jen Benstock. L’occhio sul mondo di quest’anno non va troppo lontano e si ferma in Gran Bretagna. Con Brian Eno tra gli interpreti e un immaginario molto pop, questo film ha attratto la mia attenzione. Vediamo se se la merita.
16) Trishna di Michael Winterbottom. Ispirata a un romanzo di Thomas Hardy più volte riadattato, una storia d’amore impossibile traslata nel sistema delle caste. Con l’indiana che ha stregato l’occidente: Freida Pinto.
17) Evento di Halloween: lezione di horror. La serata dedicata alle tre madri di Dario Argento è stato il mio primo approccio con il festival del film di Roma. Fosse anche solo per una questione affettiva, io la serata a cavallo tra il 31 ottobre e il primo novembre non me la perdo.
Ma i festival del cinema non sono fatti di soli film. Quando mi accredito per un festival, la prima domanda che mi sento rivolgere è: ci sarà qualche attore famoso? Laddove per “attore famoso” il curioso o la curiosa di turno intende in genere i veri pezzi da novanta, roba da almeno 10 – 15 milioni al film. Perché sotto quella cifra, già fatica a ricordare nomi e cognomi, quindi bisogna dargli/le il vero, indiscutibile, VIP – possibilmente non proprio di prima mano. Ebbene, se a Venezia quest’anno avevano George Clooney, a Roma abbiamo un altro brizzolato ad alto tasso di sex appeal – che, personalmente, è quello che preferisco, ma di questo parleremo domani. Quindi continuando con la lista:
18) Richard Gere, al quale sarà consegnato il Marc’Aurelio alla carriera.
19) Michael Mann salirà in cattedra per una lezione di cinema d’autore.
20) Sul tappeto rosso anche i vampiri della Twilight Saga per presentare Breaking Dawn Parte I.
Personalmente ne farei a meno, ma scommetto che ci sarà il pienone di adolescenti in visibilio per incontrare qualche membro della famiglia Cullen (per la precisione i vampiri Rosalie e Jasper Hale interpretati da Nikki Reed e Jackson Rathbone).

Prima del tramonto: io, a metà strada tra Jesse e Celine

Prima del tramontoUn ragazzo e una ragazza si incontrano sul vagone di un treno che attraversa l’Europa. Non sanno niente l’uno dell’altra, ma bastano poche parole, o forse gli sguardi che malcelano il desiderio di trovarsi – e magari gli odori che noi non sentiamo – basta, insomma, la primissima impressione, unita forse a quella spensierata leggerezza che si ha a volte quando si viaggia, perché le due anime inizino a parlarsi. A parlarsi d’amore, senza dirselo.
Loro sono Jesse (Ethan Hawke) e Celine (Julie Delpy) e il film è un blabla movie ormai cult intitolato Prima dell’alba. È successo anche a me. Non era su un treno, sui sedili di una Seicento. Nessuno dei due era in viaggio, sebbene nessuno dei due fosse nella propria città. Non ci conoscevamo più di Jesse e Celine in quella notte estiva, nonostante ci fossimo visti già tante volte. E però fu così: subitaneo, consapevole, intenso e implicito il filo che ci legava. Completamente coinvolti eppure spaventati a morte, cercavamo di non dircelo, mentre i nostri sguardi già si promettevano l’amore. Molto tempo dopo, eravamo già al capolinea quando lui mi disse: “Noi ci siamo riconosciuti subito”. Era esattamente questo. Riconoscersi e capire che quella persona poteva capire tutto, sapere tutto, senza troppe spiegazioni. Oppure spiegandosi, ma solo per il gusto di accarezzarsi con la voce. Ma tutto questo importa poco, perché poi ci si perde. È successo anche a me.
È successo anche a Jesse e Celine, che però si sono ritrovati, non proprio per caso, nove anni dopo. Prima del tramonto. A Parigi. Nove anni sono lunghi e trasformano una ragazza idealista e sognatrice in una donna nevrotica e idealista. Mentre un americano easy-going e allegro può diventare un padre di famiglia deluso e vagamente malinconico. Entrambi, mentre la vita scorreva, avevano continuato ad amarsi – o, almeno, ad amare il ricordo di quell’unica notte insieme. E tra quello che avevano perso e quello che avevano dato, avevano due anime graffiate dal passato, terrorizzate all’idea di ritrovarsi (perché la paura si accompagna sempre all’amore, no?), pronte a buttarsi l’uno nell’altra, ma non ancora pronte a dirselo.
Ripartivano da lì, insomma. Però ci sono gli strati di vita che nel frattempo si posano sulle spalle di due romantici per vocazione. E io sento che sono a un passo dall’essere come Jesse. Lasciarmi alle spalle tutte le bellissime illusioni e vivere per avere quello che si dice normalità. Barattare le travolgenti passioni per un marito, una casa, una macchina, un figlio, un cane. E una quotidianità che gocciola come acqua sul fuoco. E allo stesso tempo so che sono a un passo dall’essere come Celine. A un primo sguardo forte e decisa, raffinata e con quel pizzico di nevrosi che dà un tocco più metropolitano. Subito dopo, lei si rivela in tutto il suo rimpianto, ricoperto bruscamente dalla frenetica ricerca dell’amore in tutti i posti sbagliati. Racconta a se stessa di essere arida e incapace di provare ancora quello slancio. Una donna delusa non tanto dagli uomini quanto da se stessa: ha avuto una collezione di relazioni, che le hanno lasciato soltanto profonda amarezza.

Un mosaico di buchi. E dietro questi buchi, l’idea di quell’unico uomo che sarebbe potuto essere giusto, ma che la sbadataggine della giovinezza o una serie inevitabile di errori hanno trasformato in un grande, irraggiungibile, rimpianto. Poi, insomma, tutto il resto è… solo un film!

Hamlet 2000: la maschera nuova di Amleto

Hamlet 2000Cosa succede se si sposta Amleto ai nostri giorni, magari tra i grattacieli di New York City? È quello che ha fatto Michael Almereyda: tagliando qua e là ha tenuto il testo shakespeariano e l’ha adattato al nuovo millennio.
Il padre di Amleto, presidente della Denmark Company, è morto. Suo fratello sposa la moglie e prende il controllo della società. La trama che Almereyda porta sullo schermo è la storia di Shakespeare, ma perché possa funzionare molti elementi devono essere riadattati, ricontestualizzati, rinnovati. Il setting della prima scena non è un castello, ma l’Hotel Elsinore, albergo di lusso tra i grattacieli della City, non si tratta di un banchetto nuziale, ma di una conferenza stampa. Al posto delle spade ci sono le pistole. E Amleto (Ethan Hawke) non è un giovane intellettuale che scrive qualche battuta per il teatro, ma uno studente cinefilo che fa il film-maker per passione.
Un mondo ipermediale circonda questo nuovo Amleto: come Shakespeare aveva usato l’Amleto anche per esprimere una visione del teatro contemporaneo, con forme di rappresentazione metateatrali, così Almereyda tenta di inserire il metacinema. Con una handycam Amleto riprende la conferenza stampa e riprende anche se stesso. Monta spezzoni di film e immagini girate con le sue mani e attraverso il montaggio interpreta la sua realtà. La Trappola per topi è una sintesi muta, breve ed efficace dei fatti che avevano sporcato la coscienza di Claudio, ma è anche una sperimentazione visuale che si nutre di citazioni e ibrida i simboli e le tecniche.
Lo sguardo di Almereyda è bulimico di immagini. La televisione si insinua negli spazi tra una battuta e l’altra inserendo dialoghi inediti o costruendo paralleli: un monaco buddista intervistato alla tv regala massime esistenziali, James Dean nella parte del giovane ribelle è in fondo simile ad Amleto, che suo malgrado deve ribellarsi alla famiglia. Le fotografie di Ofelia sono interpretazioni del reale: nella camera oscura, la giovane amante di Amleto osserva gli scatti che sviluppano alla luce rossa e calda. Computer, telefono e fax sono onnipresenti e hanno una funzione importante nell’economia dei dialoghi e delle scene.
Indicazioni terapeutiche: serbatoio di suggestioni e immagini indicato per soggetti che amano reinterpretare, rimettere in gioco, rileggere il passato alla luce del presente.

L’amore giovane: il primo amore non si scorda mai

L'amore giovaneNew York, appartamento semi-fatiscente. William si guarda allo specchio del bagno e ripete: “Il mio cuore è oro, che cosa mi darai in cambio?”. È un giovane aspirante attore, arrivato dal Texas per entrare nel mondo del cinema, che si prepara per un provino imparando le battute. È un ragazzo in cerca di successo, che ancora non conosce esattamente la propria identità. È ciò che Ethan Hawke, il regista di L’amore giovane, era stato circa 15 anni fa, quando iniziò a scrivere il libro da cui è tratto il film (Amore giovane, edito in Italia da Sonzogno nel 1996). Hawke, texano, classe 1970, ha già alle spalle una carriera sorprendente: alla sua seconda regia, nel 1989 ha raggiunto la fama come attore con L’attimo fuggente e negli ultimi anni ha recitato in numerosi film di successo (Giovani, carini, disoccupati, Prima dell’alba, Training Day, Gattaca…). Ormai si sentiva pronto a prendere la giusta distanza dalla propria storia personale per raccontarla in un film: “La mia speranza era che, con un po’ di tempo a disposizione – dichiara il regista – potessi capire meglio i temi di questa storia e realizzare un film onesto e personale.
Il primo amore è la prova che consente a William (interpretato dal giovane e promettente Mark Webber) di diventare adulto. L’incontro con Sara (l’attrice di origini colombiane Catalina Sandino Moreno), un’affascinante giovane cantante, è difficile e intenso: un continuo alternarsi di slanci e ossessioni, di passione e debolezza. E lui, ventenne ancora idealista e un po’ ingenuo resta travolto da questa storia. Trascina Sara fino in Messico, dove deve girare il suo primo film: immersi in una calda terra di colori e di odori, fuori dal mondo in cui vivono, i due attraversano il momento più bello della loro storia. Pensano precipitosamente al matrimonio, si illudono che potrebbe essere per sempre. Ma l’amore giovane è romantico, sensuale, totalizzante… ma non eterno.
La chiave di lettura del film si trova nel rapporto dialettico tra l’amore e il rapporto con i genitori separati. Forse, ancora più in generale, tra le relazioni sentimentali e la famiglia d’origine. Dietro la sua storia con Sara, in cui lui si butta a capofitto, c’è il suono sibilante del fallimento matrimoniale dei suoi genitori, del loro amore precipitoso e imprudente. C’è l’insicurezza e l’imbarazzo di chi non sa come amare e si chiede cosa facciano gli altri ragazzi quando sono soli con le ragazze. C’è la paura che il proprio amore non sia ricambiato che si mescola con il desiderio e diventa ossessione. Dietro la sua ricerca d’affetto c’è un bambino che a otto anni ha dovuto lasciare il suo Paese e anche suo padre. Scena nodale del film è quella in cui il giovane affronta suo padre (interpretato dallo stesso regista): da questo incontro riuscirà a trarre la forza per agire, crescere, accettare le ferite ed andare avanti.
L’amore giovane è un film disperato su un sentimento che lascia molte ferite, ferite che poi ne riaprono altre. Un film gradevole, ma in cui troppo spesso i dialoghi sopraffanno le immagini. Eppure è difficile non identificarsi con qualcuno dei protagonisti: seguirli con un pizzico d’angoscia perché sin dall’inizio è annunciata la fine dell’amore, respirare le atmosfere torride del Messico e del Texas, cercare un perché nei padri e nella madri.
Indicazioni terapeutiche: un potente stimolante per le riflessioni pre e post-rottura. Attenzione: studi di laboratorio hanno dimostrato che provoca immedesimazione e qualche lacrima.

Training Day: un tragico giorno qualunque

Training DayGelido, aspro, tragico. Sguardo attonito davanti allo schermo, per seguire la giornata di addestramento di un aspirante federale, Jake – interpretato da Ethan Hawke, che ha nel volto uno sguardo ancora adolescente.
Il film di Antoine Fuqua mostra l’altra faccia di L.A.: a pochi chilometri dalla Hollywood delle stelle ci sono quartieri dove la gente vive una guerra continua, con morti e feriti all’ordine del giorno, dove droga e armi sono monete contanti, dove non c’è confine tra buoni e cattivi. C’è solo la legge della strada. Alonzo (Denzel Washington) inizia Jake ai torbidi segreti di un corpo di polizia che non crede più nella giustizia. Ricatti, omicidi, affari sporchi, eccessi di violenza: i federali sono solo una banda di criminali tra le altre.
Spari e fiumi di sangue si susseguono, mentre in una bella villetta monofamiliare la moglie di Jake trascorre una normale giornata con il figlio di pochi mesi. In un mondo torbido, reso ancora più scuro dalle scelte fotografiche dell’italiano Mauro Fiore, neanche chi mantiene saldi i suoi valori, può restare vergine rispetto alla violenza.
Alla fine, però, l’hybris viene punita e Alonzo, come Jim Davis in Harsh Times, sfida il suo dio una volta di troppo. Un film d’azione molto ben fatto in cui un climax ascendente prepara il finale inevitabile. Non solo. Un film d’azione che ha qualcosa da denunciare, per questo niente è eccessivo, mentre tutto lo è.
Indicazioni: un ottimo stimolatore della crescita del pelo sullo stomaco, in caso ne aveste bisogno, ottimo anche nei soggetti che hanno la vista annebbiata. Controindicazioni: studi dimostrano che presso individui particolarmente sensibili il film può provocare nausea e senso di smarrimento.