L’overload social ci manderà in tilt? I social network e il nostro cervello

Cervello sovrastimolato“Troppi stimoli.” Ha sentenziato sorridendo un mio nuovo collega, dopo un’occhiata alla mia finestra social. In ufficio ho l’abitudine di aprire su Firefox tutto quello che mi serve per lavorare e su Chrome i miei social network preferiti. Visto il lavoro che faccio, capita facilmente che le due finestre si invertano e gli spazi si mescolino, ma in linea di massima trovo questo espediente abbastanza utile per evitare distrazioni. Anche, cerco di determinare la quantità di tempo da dedicare a ciascuna cosa, ma ogni tanto la vista di una notifica mi colpisce come un veleno e l’unico antidoto contro la curiosità è andare a controllare di che si tratti. Credo che un po’ tutti quelli che lavorano davanti a un computer abbiano lo stesso problema. Gli stimoli arrivano in continuazione e solo una forte determinazione e un pungente senso del dovere permettono di dare alle cose la giusta priorità. Anche mentre scrivo questo articolo, la mail di Facebook si riempie dei messaggi di un tizio che ho incontrato per caso in un locale dopo (un milione di) anni da quando abbiamo avuto una storia, un suono mi avverte dell’arrivo di alcune mail e su Twitter va avanti una interessante conversazione che sto lurkando senza avere troppo da dire – per non parlare di Elsa, che cerca di assaggiare il bicchiere di birra appoggiato sul tavolino. Fortuna che ho lasciato il caricabatterie in ufficio, così nessuno può raggiungermi sul cellulare scarico! 😉

A parte gli scherzi, stiamo certamente sfiorando quelli che sono i limiti fisiologici della nostra mente: alcune ricerche iniziano a evidenziare come ci muoviamo verso un’obesità cognitiva. Cosa significa?

Facebook droga

Mi ha colpito molto questo articolo tratto da un blog del network Harvard Business Review: Your Brain on Facebook. L’autore dell’articolo, David Rock, fornisce alcuni spunti interessanti sull’overload social al quale siamo continuamente sottoposti e sulle sue conseguenze. Alcuni dei punti principali in sintesi:

  1. Così come merendine, hamburger, alcolici e altre “calorie vuote” hanno reso obesa una parte consistente della popolazione mondiale, allo stesso modo rischiamo di riempire il nostro cervello di “stimoli vuoti” che apparentemente ci forniscono una ricompensa psicologica producendo dopamina a ogni nostro scambio virtuale.
  2. Le interazioni face to face restano esponenzialmente più coinvolgenti e soddisfacenti, ma quelle sui social network sono semplici da attivare. Resta, però, un senso di insoddisfazione che nelle interazioni di persona sarebbe sopito dalla produzione di ossitocina e serotonina. Così, come bulimici conversazionali, continuiamo a cercare nuovi stimoli e ricompense sui social network.
  3. L’eccesso di dopamina genera piacere (come un eccesso di zucchero, nota l’autore del post) ma ci rende iperattivi, intaccando la facoltà di concentrarci su ciò che stiamo facendo.

Facebook Invadente

Così per tante ore al giorno, tutti i giorni, sfarfalliamo da una finestra all’altra gongolandoci per un like, divertendoci a rispondere a una serie di commenti spiritosi o facendo uno spudorato stalking virtuale  a qualcuno cui non chiederemo mai di uscire per un aperitivo. Le ricompense sociali sono un flusso continuo, ma piuttosto mediocre, epurato da ogni rischio. Al di là delle possibili conseguenze sulla vita sociale stessa, esistono conseguenze che si allungano sul lavoro o sullo studio… Uno studio di psicologia sociale del Covenant College sulla relazione tra l’uso di Facebook e le performance accademiche sottolinea la correlazione positiva tra l’uso di Facebook e la presenza di nevrosi e di una certa estroversione. In più, il tempo passato su Facebook sembra erodere i risultati accademici. Chiunque abbia un minimo di competenze legate alla metodologia di ricerca sociale, potrebbe avanzare il dubbio che la correlazione positiva possa essere inversa: anziché leggere il dato supponendo che l’uso di Facebook rovini gli studenti in gamba, si potrebbe invertire la direzione delle freccia e pensare che studenti pigri e persone molto socievoli preferiscano espandere la propria vita sociale attraverso Facebook piuttosto che mettersi a studiare. Certo, è ormai un luogo comune dire che i social network siano una droga ed è successo a tutti di non riuscire a concludere un compito perché troppo distratti. Con un po’ di autodisciplina, però, si può ancora scegliere cosa fare e a cosa/chi dedicare l’attenzione. Io, per esempio, avevo proprio intenzione di finire questo articolo, così ho lasciato perdere i social network e ho ignorato Elsa, che per la noia si è addormentata tra le mie gambe. Se, nonostante la lunghezza di questo post, siete arrivati fino a qui, siete la dimostrazione del fatto che sia ancora possibile mantenere un certo livello di concentrazione per alcuni minuti. Grazie per il tempo che mi avete dedicato! 🙂

Targetizzato o indiscreto? La bullet theory 2.0

Da qualche mese ogni volta che mi collego a Facebook sono perseguitata da questo annuncio (ne ho visto due o tre varianti di poco diverse):
Ancora single: facebook ads
Ora, a parte il fatto che sono evidentemente troppo figa (va bene… LOL! 😀 !) per iscrivermi su un sito la cui URL è cercaragazzi.com, trovo piuttosto subdolo l’uso strumentale dei bambini accanto alle foto di uomini belli e sorridenti (con il sottotesto che possiamo facilmente dedurre).
Passiamo al lato serio della cosa: chi ha detto loro che sto cercando un fidanzato? Io. O meglio, io mi sono limitata a scrivere “single” nella mia situazione sentimentale e così Zuckerberg &Co. hanno venduto l’informazione a chi acquista Facebook Ads. Niente di scandaloso, nel senso che non esistono servizi veramente gratuiti, ma solo modi alternativi di pagare. In questo caso, pago l’iscrizione al social network diventando pappa per operatori di web marketing.  Basta incrociare i dati anagrafici per dedurre i miei desideri…

Donna, ventisette anni, single: sta cercando marito!

Donna, interessata al tema salute e benessere: vuole dimagrire!

Donna: ha un debole per le scarpe, le borse e, in generale, per la moda.

Oppure no? Aristotele avrebbe avuto qualcosa da dire rispetto alla logica sillogistica che i markettari del pianeta social applicano con ostinazione. E anche io. Non sono alla disperata ricerca di un uomo, non ho bisogno di dimagrire e sono piuttosto indifferente alla moda. Va bene, forse io sono una consumatrice un po’ particolare, ma ecco il punto al quale vorrei arrivare: non è che alla fine questo modo di proporre i propri servizi sia più controproducente che altro? Quanto sono efficaci queste call to action?

E se quella donna single fosse uscita a pezzi da una storia precedente?

E se quella ragazza interessata al benessere avesse bisogno di superare qualche serio problema alimentare?

E se quella donna fosse orientata a un consumo più consapevole e meno modaiolo?

Potrebbero sembrare casi limite, ma non lo sono: una persona vera è molto più di una riga di dati all’interno di un database, ha un corpo e una testa con cui schivare uno a uno i proiettili delle comunicazioni commerciali. La superatissima teoria ipodermica sembra essere alla base di annunci per niente 2.0, che pur avendo l’opportunità di sfruttare a pieno il profilo e gli interessi di un individuo, restano prigionieri di una concezione del marketing vecchia scuola.

Attenzione, non voglio dire che gli annunci sui social network siano destinati all’inefficacia. Se l’annuncio è pensato con intelligenza, anche se non si può contare su un CTR medio molto alto, potrebbe essere valorizzato dalla viralità “gratuita” attraverso il meccanismo dello share. 

Qualche domanda in più bisognerebbe farsela quando il servizio offerto si propone di incontrare l’utente su un piano privato e molto personale. A quel punto diventa importante evitare di essere indisponenti. L’effetto boomerang è dietro l’angolo e l’unico modo per evitarlo è cambiare paradigma.

L’alternativa passa attraverso un marketing conversazionale, che abbandoni la strada maestra della comunicazione one to many e faccia davvero proprie le logiche dei social network, a costo di una diffusione meno rapida e virale, ma più convincente. Facile a dirsi, ma il percorso è irto di ostacoli e in parte ancora da immaginare.

E, comunque, se sono ancora single saranno pure cazzi miei. 😉

[Duemila]Undici consigli sui social media da portare nel 2012

Ho pensato di raccogliere una lista di avvertimenti preziosi da portare nel nuovo anno: come ottimizzare la presenza sui social media? Quali sono i trend da tenere presenti per il futuro?
Social media
Magari vi potrà sembrare strano, ma ho scelto di partire dal mezzo più vecchio della costellazione social – il blog, affidandomi, però, a dati recentissimi.

  1. I blog sono in ottima salute e la blogosfera non smette di crescere Da più di un decennio si parla di fine della carta stampata, ma nonostante questo i giornali e soprattutto i libri restano baluardi inespugnabili del passato e non hanno mai smesso di contribuire alla costruzione del futuro (in barba ai tanto declamati tablet e non solo a quelli). Una cosa simile accade per i blog che, nonostante abbiano appena una quindicina di anni, alcuni hanno già dato per morti a causa dell’ascesa dei grandi social network. Per fortuna si sbagliano. Mi potrei appellare alla mediamorfosi scomodando Fidler e la mia laurea triennale, ma per evitare di annoiarvi (visto che siamo solo al primo di 12 punti) mi limito a dire che il vecchio non viene spazzato via dal nuovo, piuttosto vi si adatta e in molti casi ne assume alcuni tratti. Applicando questo discorso alla blogosfera, pensare alla sua morte per mano dei social network è stata una previsione affrettata e piuttosto miope. I dati più recenti ci dicono che i blog continuano a crescere e sono sempre più interconnessi con il tessuto economico, ma, anche, sempre più dipendenti dalla promozione sui social network, in un sistema complesso e sinergico. Se la crescita della blogosfera non disegna una curva impressionante come quella che ha caretterizzato altri social media, è vero che il numero di blog aumenta costantemente insieme con la loro qualità: assistiamo ad un continuo aumento dei blog aziendali e dei blogger professionisti. Per i blogger:  i social media sono un’opportunità e non una forma di concorrenza, come quasi tutti hanno capito, il cardine della strategia è l’integrazione. Per i brand:  in un panorama social che sembra fluire in un continuo presente, i blog realizzano il giusto equilibrio tra aggiornamento continuo e contenuti di valore che si sedimentano nel web. Ecco perché i blogger sono sempre ottimi interlocutori nelle campagne di social media marketing e PR. Per approfondire lo stato della blogosfera e la relazione tra blog e brand, leggi l’ultima ricerca di Technorati (novembre 2011).
  2. I social network non sono tutti uguali Ok. Forse per qualcuno questa sarà pure la scoperta dell’acqua calda. Ma anche no. Troppo spesso tendiamo a feedarci dell’idea che basti condividere un po’ ovunque per moltiplicare gli accessi a un sito. Se vi accontentate di poco può anche funzionare, ma se il vostro obiettivo è davvero quello di ottimizzare la crescita, allora è necessario riflettere  sulle specificità di ciascun mezzo e di ciascun canale. I feed RSS e la sincronizzazione tra i diversi social media hanno il grosso vantaggio di aggiornare contemporaneamente tutti gli account social, ma finisce lì. Chi vuole essere presente su un social network sa bene che offrire uno specchio aggiornato dei contenuti di un sito non basta: per esperienza posso dire che gli RSS di un blog su Facebook generano meno engagement di altri tipi di update come gli status o le domande, allo stesso modo un account Twitter che propone solo link non tende a non avere molti follower. In un mondo ideale oltre ai link verso un sito bisognerebbe produrre contenuti originali per ciascun account social, nel mondo reale – e per assenza di tempo – è preferibile concentrarsi in questo modo su due/tre social network, piuttosto che generare una infinita quantità di duplicati. Anche quando si propone essenzialmente lo stesso contenuto, è utile provare ad adattarlo al mezzo utilizzato con tutti gli accorgimenti necessari (per esempio un hashtag su Twitter piuttosto che un il tag a una pagina su Facebook).  Prima di condividere vale sempre la vecchia e mai oziosa domandina: qual è il plus che sto offrendo a chi mi legge? In breve: Identità non significa copia-incolla. Differenziare l’approccio ai diversi social network è la chiave per ampliare e non solo consolidare il proprio pubblico.
  3. Ottimizzare il tempo Non so voi, ma io spesso mi stupisco di come l’overload informativo tenda ad appiattire la quotidianità in un presente fluido in cui abbiamo la continua sensazione di correre restando perennemente indietro. Gli eventi, grandi e piccoli, personali e pubblici, si affastellano e si sovrappongono in un disordine e con una rapidità tali, che è sempre più difficile tenere le redini del proprio tempo vitale, tenere separati i diversi ambiti della vita e farsi un’idea dell’epoca che stiamo vivendo. Di sicuro i vecchi paradigmi dicotomici che prevedevano una distinzione rigida tra pubblico e privato, professionale e personale, presente e passato, si sono infranti contro una nuova percezione del tempo in cui i confini di ogni cosa sono sempre più labili e le distanze fisiche e temporali sempre più brevi. Sull’argomento, vi consiglio di leggere il bellissimo post di Andreas Voigt sul blog Innovando. In questo contesto dalle implicazioni molteplici e complesse, un problema pratico e quasi banale da risolvere è questo: come faccio a ottimizzare il mio budget di tempo tra le varie attività, a partire dal tempo speso per informarmi e per aggiornare i social media, fino al tempo da dedicare alla mia vita privata? Poche settimane fa ho trovato molto interessante la pomodoro technique, spiegata da Stefano Mizzella a Smart&App (a proposito di risparmio di tempo, io andrei dritta al minuto 8:45). Il segreto: creare degli slot rigidi di tempo in cui ci si concentra al massimo su un’unica attività o, perlomeno, inventarsi delle abitudini/riti di consumo del tempo, in cui ogni cosa ha il suo spazio. Aggiungerei soltanto: non dimenticatevi di respirare! 😉
  4. Think social, go local [Scusate ma non ho potuto fare a meno di cedere alla tentazione anglofona – d’altra parte da una che ha chiamato il blog Cup of brain non ci si può aspettare di meglio.] A nessuno sarà sfuggita la popolarità di Foursquare (che, almeno tra i miei contatti, ha raggiunto il suo picco massimo intorno al periodo estivo) caso che quest’anno è stato sotto gli occhi di tutti e che ha incrociato le connessioni virtuali con la vita sociale reale outdoor. Morale? Anche i geek hanno una vita sociale outdoor, ma soprattutto… il cerchio è destinato a chiudersi e tra le opportunità offerte dai social media c’è un intero ventaglio non pienamente esplorato di soluzioni a basso costo per le PMI a carattere locale.
  5. Gamification  Anche qui il popolare Foursquare fa scuola (ma non è il solo): nessuno avrebbe mai pensato che tante persone sarebbero state disposte a condividere i propri spostamenti con amici e conoscenti, ma Foursquare l’ha trasformato in un’applicazione mobile davvero coinvolgente e virale. Le azioni quotidiane sono diventate l’ingrediente principale di un gioco la cui vincita è tutta in termini di reputazione e riconoscimento sociale, ma lo scopo finale è creare un’utilità che vada al di là delle dinamiche di gioco: un database in continua espansione di consigli e statistiche su luoghi dove uscire, mangiare, divertirsi, fare acquisti… etc. Facendo leva sul potere psicologico della sfida e del confronto con gli altri utenti il gioco si è diffuso in modo virale e diventa in poco tempo una vera e propria dipendenza. Non è una novità, tutt’altro. Come suggerito da questo articolo molto completo su Mashable, basta pensare alle raccolte punti, ai programmi Frequent Flyer, ai concorsi. Ciononostante le potenzialità aperte dai social media e dalle tecnologie mobile hanno aperto il campo alle più disparate evoluzioni e applicazioni, persino il tracciamento della pupù al duplice scopo di sensibilizzare e fare brand awarness. In pratica: il futuro sarà un gioco da ragazzi o, perlomeno, nei prossimi tre o quattro anni assisteremo ad una esponenziale crescita dell’uso di questa tecnica applicata al marketing, all’innovazione in azienda e probabilmente a molti altri ambiti (mi viene in mente l’istruzione, ma forse sono ottimista 😉 ).
  6. Google rende il web definitivamente social Non appena ho avuto modo di provare Google+ ho espresso la mia umile opinione sul social network del colosso della ricerca sul web, sui suoi punti di forza e sulle potenziali debolezze del progetto. Un ulteriore punto sul quale è interessante riflettere è il fatto che Google+ avvicina sempre di più il web all’utente, plasmando i risultati di ricerca a sua immagine. Ad esempio, se io cerco un qualsiasi termine su Google, una certa preferenza viene data alle pagine sulle quali i miei contatti hanno cliccato il famoso +1, a quelle riferite a risultati locali e a quelle più in linea con le mie preferenze di navigazione. In questo modo ciascun utente ottiene la propria pagina dei risultati, completamente personalizzata. Il problema è questo: se i miei risultati ricalcano le preferenze mie e del mio network… non rischio che il mio campo di ricerca venga ristretto e in qualche modo drogato dalle mie cerchie sociali e dai miei stessi limiti? Non si amplia il gap informativo tra i diversi gruppi sociali rendendo le differenze culturali più pesanti? Esperimento utile: se ogni tanto volete tornare alla ricerca “pura” potete provare a vedere i risultati senza una serie di miglioramenti (tra cui la geolocalizzazione e l’analisi della cronologia).
  7. Dalla reputazione al personal brand: siamo tutti personaggi Buttiamoci in mezzo anche Pirandello, che non fa mai male! Da quando i social media sono diventati un megafono in mano a chiunque, ciascuno di noi può avere molto più dei 15 minuti di celebrità predetti da Warhol. Praticamente, ognuno di noi vive con i fari continuamente puntati o, per meglio dire, decide su cosa e come puntarli in una quantità incredibile di modi e momenti diversi.  Un’esposizione fino a pochi anni fa impensabile richiede una certa dose di responsabilità nella scelta dei contenuti da condividere, in quali momenti e con chi – e qualche volta crea qualche situazione imbarazzante quando sono gli amici a diffondere cose che ci riguardano. La metafora salva-faccia. Oltre una certa soglia non ci si può più permettere di scrivere, dire e mostrare qualunque cosa e credo che tutti quelli che hanno superato il centinaio di contatti sappiano di cosa parlo. Quando sono indecisa penso ai social network come a luoghi fisici: dalla massima riservatezza della mail che corrisponde ad una abitazione alla massima visibilità dei contenuti pubblici su Facebook che potrebbe corrispondere più o meno all’atto di parlare con il megafono sopra il palco di una piazza affollata.
  8. Tra la quantità e la qualità c’è di mezzo la strategia I servizi per incrementare i fan su Facebook e i follower su Twitter sono diversi ed è aperto il dibattito per valutare se sia realmente vantaggioso o meno acquisire pacchetti a pagamento. Resta il fatto che un gran numero di persone in ascolto è ben poca cosa se manca l’engagement degli utenti – risultato che si può sperare di ottenere e mantenere nel tempo solo offrendo contenuti di qualità, interessanti per il target prescelto. E questo senza addentrarci nella discussione sulla teoria dei mille fan e sui modelli relativi alla proporzione tra fan attivi e non e diverse modalità di coinvolgimento on e anche offline. Indiscutibilmente prima ancora di porsi obiettivi quantitativi e di decidere come raggiungerli, bisogna disegnare una strategia di comunicazione che parta dagli interessi del proprio target connessi con l’identità che si vuole comunicare e, last but not least, con i risultati da raggiungere. In altre parole: prima viene “che cosa” e poi “a chi”. Lasswell docet.
  9. Prima di parlare ascolta Il nuovo metodo di ascolto si chiama monitoraggio. Esistono degli analisti che si servono di tool avanzati per rilevare quello che si dice online di un’azienda, di un brand o di qualsiasi altro argomento. Alcune società sono specializzate proprio in questo servizio, altre (come Ebuzzing, per cui lavoro) offrono queste analisi all’interno di una rosa di servizi di marketing. Come la maggior parte delle cose che si possono fare in rete si può fare anche a costo zero: infatti non manca una gamma di strumenti gratuiti di monitoraggio dei social media, per gli appassionati del fai-da-te (anche se questa opzione economica può risultare un po’ più macchinosa e dispendiosa in termini di tempo). Il punto: non si può più ignorare quello che si dice in rete, tanto vale farne un punto di partenza per arrivare al proprio target (lettori, utenti, clienti, cittadini…).
  10. La rivincita dei nerd Un bello scossone alla senescenza dell’occidente arriva da un esercito di ragazzini che hanno un’idea, la mettono in pratica e diventano milionari. Il capo è certamente il ventisettenne Mark Zuckerberg, ma non è il solo ad aver fatto il botto prima dei trent’anni. Forbes ha dedicato una classifica ai 30 under 30 più influenti. E in Italia? Qualche tempo fa parlavo con una imprenditrice di quanto sia difficile per noi fare lo stesso. Colpa probabilmente di un sistema universitario ancora elefantico, lontano anni luce dai vivai di eccellenze americani, ma anche di un sistema economico che tende a soffocare l’imprenditoria e rende difficile reperire i finanziamenti, che siano pubblici o privati. Aggiungerei una certa propensione all’individualismo e una (anche giustificata) mancanza di fiducia nel prossimo e il quadro si può dire completo. Da noi la generazione nerd si ribella contro una semi-schiavitù imposta da un sistema malato – penso al successo di #nofreejobs – o evade fuori frontiera, alla ricerca di opportunità diverse. Quindi? Se vogliamo ringiovanire questo Paese per vecchi, forse dovremmo iniziare a dare credito (e intendo soprattutto in termini economici) ai nostri nerd, prima che scappino tutti.
  11. Il panorama dei social network è un universo in piena espressione Se credete di assistere al più grande spettacolo dopo il Big Bang vi sbagliate: l’esplosione dei social media è appena iniziata. Come qualunque universo primordiale che si rispetti, anche il panorama social è caratterizzato da grandi astri destinati apparentemente a non tramontare mai, da meteore che dimenticheremo presto, da asteroidi che finiscono per schiantarsi su altri corpi celesti dando inizio a unioni impensate, da pianeti meravigliosi e dai loro satelliti. In ogni caso il momento in cui una maturazione del sistema porterà a una sua stasi e a un equilibrio difficile da modificare è ancora di là da venire. Dov’è il consiglio? Se avete un’idea, fanculo alla crisi: questo è il momento.

Siete d’accordo? Ho fatto questa lista sulla base delle mie esperienze, osservazioni e dei miei errori dell’ultimo anno, voi cos’altro aggiungereste?

Il fattore G: Google e i social network

Quando ho sentito parlare di Google+ la mia prima reazione è stata: un altro social network? Non potevamo proprio farne a meno! I social media ormai sono troppi, persino per una come me. Ho Twitter per sparare micro-cazzate sul web, LinkedIn per cercare di fare bella figura con i contatti professionali (con i quali, puntualmente, mi sputtano su Facebook e/o su questo blog), FriendFeed per raccogliere tutte le cavolate che pubblico ogni giorno in rete, Anobii per far vedere che so leggere anche senza avere davanti lo schermo di un pc (o di un Mac, preciso per non scandalizzare i fan di Steve Jobs), Flickr per pubblicare i miei scatti in giro per il mondo, StumbleUpon per escursioni guidate sul web, FourSquare per far sapere al popolo social che ho ancora (per poco?) una vita sociale out-door – ma always on, Miso per le micro-recensioni estemporanee di cinema e tv e Facebook per tutto questo e altro.

Visto in questa prospettiva Google+ sembra solo un altro posto sul web cui regalare molti dei miei dati personali più riservati per farli diventare carne da marketing. Fico! Avrete capito che la mia prima reazione è stata della serie: non mi avrete mai! Poi la curiosità (professionale, ma non solo), ha avuto la meglio.  Anche perché il social network di casa Google è stato aperto su invito solo a una stretta cerchia di utenti, per poi chiudersi anche agli ultimi invitati, con un laconico “siamo al completo”, come gli alberghi di Betlemme la prima notte di Natale. Così ho provato a fare un rapido tour (poco) interattivo.

Google+

Qual è il plus di Google+? Inserisci i tuoi dati, condividi quello che ti succede, carichi foto e video… Vi ricorda qualcosa? Ma dai! La killer application di Google+ è costituita dai cosiddetti

Circles: non vuoi che il tuo capo sappia che quando hai detto di avere l’influenza in realtà eri ad Amsterdam a stare male per qualche altro motivo? Non vuoi che tua mamma veda le foto di quando in sua assenza hai trasformato la casa al mare nella Playboy Mansion italiana? Non vuoi che la tua fidanzata scopra che hai partecipato alla festa di compleanno della tua ex? Ecco la soluzione! D’ora in poi le persone apparterranno ad ambiti diversi e selezionati come nella vita reale e potranno continuare ad avere mille facce. In realtà su Facebook si possono già creare gruppi di amici con cui scegliere se condividere o meno determinati contenuti. Ma nessuno lo fa: pigrizia o noncurante esibizionismo? Per il primo problema Google promette: classificare gli amici per gruppi e smistare i contenuti di conseguenza sarà facile come bere un bicchiere d’acqua. Quindi, tranquilli: siete protetti dal vostro capo, dalla vostra mamma e persino dalla vostra fidanzata, ma non dalle proposte commerciali perfettamente targettizzate. Ci deve pur essere qualcosa da pagare, è la rete bellezza… e tu non puoi farci niente! Per il resto, sembra carina anche la videochat, che ricorda molto Skype, si chiama Hangouts e colpisce un altro dei difetti cruciali di Facebook. E poi arriva Sparks, che con la scusa di tenervi aggiornati sui vostri interessi raccoglierà dati sugli stessi, l’upload istantaneo di fotografie  e video (Instant Upload) e una messaggistica che somiglia abbastanza alla posta di Facebook (Huddle).

A dirla tutta Google, aveva già provato a espugnare la fabbrica di soldi dei social media con Buzz, raccogliendo più che altro una serie di problemi di ordine giudiziario per le violazioni in materia di privacy. Questo secondo tentativo si fa forte della passata esperienza (fallita, come previsto da questo blogger), ma soprattutto dello studio del grande gigante del settore social network. Facebook deve iniziare a tremare? Alcuni motivi per cui Google+ potrebbe farcela e mettere nella merda Mark Zuckerberg

  1. Effetto nicchia / Prestigio: l’esclusività (iniziale) del social network potrebbe incuriosire quella nicchia di geek che sono lo zoccolo duro di qualsiasi social network. Dopo, perché l’innovazione si diffonda al resto del popolo della rete, ci vorrà davvero qualcosa di +;
  2. Effetto stanchezza: è da un po’ di tempo che si registra una certa stanchezza verso Facebook, con veri e propri movimenti di liberazione. Questo, insieme con l’accento sulla gestione della privacy di Google+ (che sia veramente così user friendly lo scopriremo solo vivendo) potrebbe convincere molti scettici del social networking a passare da Facebook al suo nuovo e feroce concorrente;
  3. Forza di brand: Google resta sempre il luogo di partenza per eccellenza, tutti gli utenti, iscritti o meno a Facebook, hanno familiarità col motore di ricerca. E questo dà al gigante un ottimo punto di partenza.

Alcuni motivi per cui Google+ potrebbe essere un disastroso buco nell’acqua

  1. Abitudine. Facebook è diventato ormai una abitudine radicata nella vita di molte persone, con volumi di partecipazione mai raggiunti prima sul web. Come le sigarette, i cibi troppo salati e il sesso non protetto, ci vuole un motivo più che valido perché abbandoniamo un’abitudine, persino nel caso in cui la percepiamo come dannosa (per la privacy nella fattispecie).  Questa è la differenza tra una moda, come MySpace, e un’abitudine quale ormai è Facebook.
  2. Capitale social. Volenti o nolenti, abbiamo raccolto miriadi di importanti informazioni su noi stessi su Facebook. A molti di noi questa memoria storica social non dispiace affatto, come non ci dispiace l’ampia rete di contatti che abbiamo costruito e il personaggio al quale stiamo dando vita. Come convincere gli oltre 600 milioni di amici di Zuckerberg a cambiare social network, proprio ora che tutti i loro amici e tutta la loro vita recente sono integrati in un unico luogo del web?
  3. Integrazione / Continua evoluzione. Quando è nato, Facebook era un social network dedicato esclusivamente a un campus universitario. Ora non ha più niente di esclusivo, c’è dentro mezzo mondo. Aveva poche funzioni, mentre oggi è ricco di applicazioni, molte delle quali sviluppate da società esterne, che, manco a dirlo, stanno facendo bei soldi anche grazie al grande social network. Google punta sulla privacy? Non è un caso che pochi giorni fa un’inserzione mi invitasse a scoprire come ottimizzare la mia privacy su Facebook. Come una enorme città o una sorta di organismo vivente, Facebook si evolve e non c’è motivo per cui non debba continuare a farlo.

The Social Network: dietro Facebook

The Social Network
Facebook. In soli sei anni ha cambiato le dinamiche sociali di mezzo mondo ed è diventato il più grande fenomeno in Rete dopo Google. 500 milioni di persone in tutto il mondo che comunicano, costruiscono o distruggono relazioni tramite un unico sito web. Questo, però, non è l’argomento del film di cui stiamo parlando, ma al massimo il soggetto di Feisboom, film italiano del 2009.

The Social Network, invece, è prodotto negli Stati Uniti e reca la firma di David Fincher, un signor regista che ha realizzato film come Fight Club, Se7en e Il curioso caso di Benjamin Button e che non avrebbe realizzato un film su Mark Zuckerberg e la sua impresa, se non avesse letto la sceneggiatura di Aaron Sorkin (Codice d’onore, La guerra di Charlie Wilson). Ho scritto questa recensione per Cinema 4 Stelle: continua a leggerla.
Indicazioni terapeutiche: una potente scarica elettrica per chi crede nel brivido dell’impresa e del genio individuale. Corroborante.

1 novembre 2010: qualche appunto disordinato dal Festival Internazionale del Film di Roma

Rabbit HoleEccoci. Sapevo che questa sarebbe stata la mia giornata al Festival, anzi a dirla tutta se avessero pubblicato prima il programma  avrei fatto solo un accredito giornaliero. Mi sono svegliata all’alba (be’, alle 6:45) per vedere i film di David Fincher e John Cameron Mitchell, su cui avevo aspettative molto alte. E posso dire con soddisfazione e un’aria di trionfo che le aspettative sono state soddisfatte.
L’atteso The Social Network di David Fincher è un film degno di cotanto regista, capace di raccontare questa storia con un grande senso del ritmo e soluzioni visive affascinanti. Così anche il miliardario/nerd Mark Zuckerberg assurge a icona. Chiariamo subito una cosa: The Social Network non è un film su Facebook, il famoso sito web fondato dall’ex-studente di Harvard e non è nemmeno un film su Internet, come ho sentito dire a due vegliardi che uscivano della sala. Ovvio, il film parla del fondatore del più grande fenomeno che il web abbia visto negli ultimi anni (probabilmente oggi Facebook è secondo solo a Google a livello di popolarità), quindi è normale che vedere lui e i suoi amici fare cose brutte come programmare. Il punto però non è questo e se la pensate così, significa che vi siete persi qualcosa.
Il film di David Fincher parla di un ragazzo, della sua disperata competitività e di come questa possa essere allo stesso tempo la base del suo successo professionale e la rovina delle sue relazioni personali. Sì, perché Mark si sarà pure fatto 500.000.000 di amici, ma ha perso il suo unico amico e l’unica ragazza di cui sia stato innamorato. D’altra parte questo tizio è uno a cui è capitata la fortuna di inventare la cosa giusta al momento e nel modo giusto e di passare dall’essere un nerd piuttosto asociale (in certi momenti ricorda molto lo Sheldon di The Big Bang Theory) all’essere uno degli uomini più ricchi d’America. Insomma, sono cosette su cui riflettere, non proprio un film su Facebook e nemmeno un film sui campus americani, come potrebbe sembrare dal trailer.
Rabbit Hole di John Cameron Mitchell, che sinora ha messo a segno tre colpi su tre, è un film veramente bello. E anche se mi sento molto Mollica tutte le volte che uso questo aggettivo, ho dalla mia la consapevolezza di usarlo ancora con un certo valore. Non sono, in genere, una che va pazza per i film drammatici (questo forse per averne fatto una cattiva indigestione televisiva nell’infanzia), ma questo film va oltre quello che si suppone debba fare il genere e racconta dei personaggi così a tutto tondo che mi sembrano persone reali. I miei vicini di casa, forse, o io stessa tra vent’anni. E in fondo, a sentire Aaron Eckhart oggi in conferenza stampa, è proprio questo che dovrebbe fare un attore: “Se riesco a convincervi di non avermi mai visto e che non sono un attore, ma solo la persona della storia, allora ho fatto il mio mestiere e sono riuscito a stupirvi.”
Molto al di fuori dalle tematiche finora affrontate dal regista, il film è tratto da una piece tetrale di David Lindsay-Abaire ed è la storia di due genitori che cercano di superare il lutto per la perdita del figlio di quattro anni. Molto intense le performance dei protagonisti Eckhart, appunto, e Nicole Kidman (che è anche la produttrice del film), come sempre potentissima la regia di John Cameron Mitchell. Non mancano alcuni elementi che cominciano a diventare una sorta di firma autoriale per lui: i disegni, che diventano una forma espressiva parallela all’interno dei film, la musicalità della colonna sonora (anche se l’autore non è lo stesso), un profondo senso di come tragedia e commedia siano inesorabilmente co-presenti nella vita e per finire qualche ispirazione tratta dalla mitologia classica. Così, quello che rischiava di diventare l’ennesimo regista (auto)confinato al cinema gay, si emancipa da qualsiasi confezionamento di genere ed entra nella rosa delle più eclettiche promesse per i prossimi dieci o vent’anni.

Ed ora, vado a recuperare We Want Sex al Metropolitan, visto che non sono ancora riuscita a vederlo!