Frozen: sorelle a distanza

Anna ed Elsa in Frozen

Era solo una manciata di mesi fa. Accoccolata sul divano guardavo Frozen, credendo di trovarci solo una buffa storia di principesse, pupazzi di neve e incantesimi. Invece, l’incantesimo era che in quella storia c’ero io, venti anni fa. L’incantesimo era che in quella storia c’era mia sorella, venti anni fa. Io col mio stupido modo di tenere le distanze, tu con la tua gioia infinita di vivere, giocare e sognare. Avremmo dovuto dividere l’infanzia, ma io mi sentivo già adulta e così ti sono sempre mancata.

Chilometri di mondo, in mezzo a noi, mi hanno restituito una sorella più grande, ma sempre carica di sogni. Sei scesa dal tuo volo intercontinentale con un cartello che citava: “Do you want to build a snowman?”. E io quella scritta l’ho vista a malapena, mentre i miei occhi cercavano di comunicare al mio cuore che tu eri lì, davanti a me, dopo diciotto mesi in Australia. Non si torna dall’altro capo del mondo a sorpresa con un cartello in mano; ma questo è il tuo stile: fare cose estremamente belle con una sorridente leggerezza.

Sono passati pochi mesi da allora. E adesso sei nella mia stanza che impacchetti uno a uno i tuoi desideri, arrotolati in mezzo alle maglie e ai pantaloni di cotone. Questo pomeriggio partirai, per portarli in un altro lontano.

Voglio che tu sappia, sorella di sangue e di terra, che il tuo coraggio basterà per fare tutte le cose che vuoi e altre, che non osi nemmeno immaginare. Voglio che tu sappia, sorella di cuore, che attraverserei i sette regni per costruire quel pupazzo di neve ed essere finalmente bambina.

[stanotte]

Non so se preparo il caffé perché voglio scrivere o perché non voglio dormire. Probabilmente un po’ entrambe le cose. Vorrei dire nessun dorma. Invece mi salta alla mente una scena di Trainspotting. Allison urla perché il figlio è morto, Sick Boy per una volta nella vita perde il suo savoir faire e proverbiale autocontrollo, c’è scompiglio e tutti sono sconvolti e Mark è lì, in mezzo, che non ha proprio niente da dire. Non ha niente da dire e allora cerca di fare, perché si sente inadeguato. Ecco, io sono così adesso. Più o meno. Cerco di fare cose senza importanza. Sono sotto un’ipnotica anestesia emotiva. Forse perché in qualche modo dentro di me questo funerale era già avvenuto. In un momento che non so dire quando – se quando ha smesso di ragionare, quando ha smesso di camminare, quando ha smesso di alzarsi dal letto e parlare o quando ha smesso del tutto di esprimersi, non lo so, a un certo punto – ho detto addio al suo ricordo. E le ultime cose che ho di lei sono un sorriso allegro e una tazza di caffellatte e savoiardi. Buonanotte nonna.

Natale a casa

Telefonata. Lacrime. Chiusura e relazione finale dello stage, con quattro giorni di anticipo sul previsto, perché il giorno dopo dovevo andare via.
Ho salutato la persona che amo. Ho fatto la valigia di fretta. Ho preso l’aereo – avevo perso la carta di identità, ma la polizia mi ha dato il permesso per partire
(ma questo non importa, questa è un altra storia)
“Nonno se n’è andato”. Mia madre piangeva. Il funerale. Tutte quelle persone anziane che mi davano le condoglianze, mi baciavano, mi stringevano le mani: ero immobile e mi sentivo pronta a scappare.
Passa qualche giorno
(neanche una settimana, neanche Natale)
Mia nonna. La sua morte ci passa davanti agli occhi. Ma non era il momento. Torna a respirare, anzi, a sbuffare come un treno. Scoppio in lacrime
(non lacrime, singhiozzi)
Non è successo. Mia nonna, che ha l’Alzheimer e non si è neanche accorta della morte del marito. Mia nonna che vive epoche diverse e parallele, che confonde le perone e i luoghi, che immagina azioni, che non distingue uno specchio da una presenza reale. Rimane con noi. Per ora.
Un Natale così non l’avevo mai avuto. Solo ora comincio a respirare. E lo devo fissare qui, perché mi sembra l’unico modo che ho per posare questo peso.

Peccati originali

Riflettevo con mia cugina e poi con il mio ragazzo su quanto ci rimanga attaccata l’impronta del mestiere dei genitori. Per anni si fa di tutto per nuotare in un’altra direzione e poi, magari, ci si accorge che è tra le cose che ci riescono meglio. Riemerge il modello che abbiamo assorbito senza rendercene conto. No, non ho trovato lavoro e non è nemmeno di questo che vorrei parlare oggi. Mi sono accorta di saper convincere le persone a comprare cose totalmente inutili facendo la promoter, così come mi sono accorta che ci prendevo gusto. Ma non è questo il punto.

“Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si occupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.” Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

Ecco, è questo. È mio padre che ride beffardo quando l’incazzatura di mia madre incalza. Sono le gelosie di mia madre. Sono le visite ai parenti a cui seguono critiche spietate. Sono le due ore di stress che precedono ogni festa, organizzata a puntino. Sono le chiacchiere di adulti origliate mentre giocavo. Sono un groviglio complicato di piccole distrazioni, con cui l’umanità di un genitore scopre i suoi talloni d’Achille davanti all’essere vivente che dovrebbe educare. E qualche cosa penetra, magari loro malgrado, qualche altra cosa è rifiutata con prepotenza. I genitori sono le prime persone che comprendiamo, probabilmente sono anche le prime che perdoniamo. E forse l’unico modo per accettare pezzi di noi che soffochiamo è ritrovarli nelle istantanee della memoria. Per sentire che è solo un altro cerchio che si chiude.

Una bambina impertinente – Auto-psicanalisi 2#

Proverò a far scorrere la tristezza attraverso la tastiera, proverò a essere sincera. E non riuscirò a non farmi male.
Epifania mentre lo stomaco è ancora caldo e la testa pesante, mentre la delirante serata di ieri si spegne e lascia spazio al dovere. Epifania mentre studio con incredibile concentrazione i conflitti freudiani.
Senso di colpa che muove le azioni (aggiungerei senso di colpa che blocca le azioni). Responsabilità di un mondo inspiegabile. Aggiunta di immagini per ricomporre. Sottrazione di elementi superficiali. Pulizia e distruzione. Storia di madri e figlie.
“Fatti le domande giuste” e non scappare davanti a risposte sbagliate. Assecondo il flusso.
Intanto i tempi. Non posso ignorare la luna che porta la crisi. Non posso ignorare la spinta a liberarmi di ogni responsabilità e la spinta opposta a negare il caos. Il mio corpo chiede libertà. Di notte libero i fili dall’intreccio, metto scompiglio. Di giorno tesso la tela: mi affanno a negare il disordine.
Quando ero bambina dovevo ricomporre. Avevo paura dell’abbandono. Terrore della tirannia, amore per la tiranna. E toccava sempre a me ricomporre i cocci. Tornare indietro, con la mia adulatoria saggezza infantile. Per reagire a certi eccessi apparivo più matura, più triste del normale. Insistere nel perdono come gesto d’amore. Logorante destino di Penelope. E se dentro Penelope ci fosse Circe? Senso di colpa per scatti ferini (la copia di una copia).
Penelope chiede scusa. Penelope abbassa la testa. Penelope è razionale e fa la cosa giusta. Circe pretende di essere l’epicentro dell’attenzione. Circe non sopporta negazioni. Circe solleva la testa ride, urla, piange.
Penelope figlia materna. Circe figliastra indecente.
Penelope sposa impaurita. Circe amante vampira.
Penelope studia e capisce. Circe vive e comprende.
Cosa c’entra tutto questo? Cosa c’entrava due giorni fa, cosa c’entra oggi?
La luna risveglia Circe. Desiderio, insoddisfazione, sensazioni, sospetti. Non è questione di lavoro, di studio, d’amore; è questione di libertà di essere. Ovviamente negata. Comanda Penelope: “Questo mondo è fatto così: non fare domande, fai la tua parte e basta. Segui i tuoi obiettivi attraverso mezzi leciti”.
Senso di colpa, per essere causa di rottura. Senso di responsabiltà: cuscino soffocante che protegge dalla caduta.
E a volte Penelope e Circe si contendono il palcoscenico. Una si affanna perché tutto sia apposto, l’altra strappa il velo, reclama il suo spazio. Detesto quando accade. Detesto questa evidente nevrosi. Detesto la debolezza. Detesto la falla che il conflitto genera.
Penelope va avanti e porta i pesi come un mulo. Circe desidera e con i suoi eccessi ricompone l’ordine delle cose importanti. Il suo ritorno significa che, sinceramente, “la cosa più importante della mia vita sono io”.

A ritroso

Tre tazze di tè. Due col limone, una con latte.
Uno sbaffo di cioccolato sulla guancia.
Sfottersi a vicenda, a squadre di due, che poi si rimescolano.
Fare i piatti mentre mamma prepara l’impasto per il ripieno delle pardule.
Una lotta ingaggiata con un piccolo demone che si siede sulla mia pancia, mi stropiccia il viso e poi si mette a ridere a due centimetri dal mio viso.
Una torta al cioccolato e mandorle appena sfornata.
Cose che mi dicono bentornata.

Partire, andare, lasciare

Vorrei rimandare per sempre il 19 aprile: invece mancano solo tre giorni – sarà come cambiare dimensione, cambiare tempo, passare dal passato al futuro possibile. Penso già ai saluti. Preferirei farne a meno e andare via di nascosto, di sorpresa. Se potessi deciderei di raddoppiarmi, anzi, moltiplicarmi infinite volte: essere una per tutte le persone che amo e per tutte quelle che potrei amare, ma non ho ancora incontrato.
Vorrei prendere l’anima delle persone, superando i limiti imposti dalla decenza, ma poi non posso fare a meno di tradire, di scappare, di non-scegliere e andare. Vorrei essere un pilastro, un sostegno sicuro. Vorrei essere un porto, invece sono una corrente: mobile. Nessuno può fare affidamento su di me: non sono stabile in un luogo, non sono ferma in un sentimento, non posso dare tutto a nessuno. Scorro come il tempo.
Vorrei approfondire ogni incontro della mia vita, ma il tempo fugge, lo spazio è fatto di confini e non si può vivere in verticale il nostro essere orizzontale.
Adoro la lentezza de riti familiari, ammiro il nervosismo ciclico con cui si svolgono le azioni ripetute, come se fosse la prima volta. È Pasqua in famiglia. Tutto è al suo posto. Una giornata-àncora in una vita che si muove alla cieca.
Macchina da scrivere

La ritrovata

Ci sono sere in cui puoi incontrare qualcuno senza muoverti da casa. Sere in cui puoi sentirti vicina a qualcuno che si trova a chilometri di distanza.

Sere in cui riprendendo le fila spezzate di un rapporto chiuso da tempo, chiuso senza ragione, tornano a galla pezzi di identità messi da parte. Come se una parte di te da tempo in apnea tornasse a galla, per prendere di nuovo respiro. Ed è una parte che non si accontenta di una boccata d’aria. Una parte che quando si risveglia ha bisogno di espandersi, di occupare tutto lo spazio che trova.

E di rimescolare tutte le carte in tavola.

Proverò a buttarmi di nuovo nella mischia della quotidianità, nella routine del tempo tutto occupato. Cercherò di vivere nello stile se-mi-rilasso-collasso, di tacere a me stessa i fini facendomi sopraffare dai mezzi, di spegnere la voce dell’inquietudine… Ma questa volta sarà difficile dimenticare me stessa, rimandarmi a domani. Ci sarà qualcuno che con la sua presenza virtuale e vitalissima, con i suoi inconsapevoli colpi di martello mi scuoterà dal torpore.

Rifare i conti con l’identità e le sue radici. Cercare di cogliere il senso di quella coscienza atavica che guida la personalità. Riaprire ferite che ho voluto dimenticare, mettere finalmente sotto il microscopio le mie lacrime ingoiate per dare un senso al percorso fatto fin’ora. Per capire gli aborti della mia mente dovrò strappare con coraggio il grumo di sangue rappreso e guardarlo. Raccontarlo a me stessa scavando senza pietà. Solo allora il sangue circolerà di nuovo libero. Solo allora il fluido potrà liberarsi fecondo.

Adesso che posso guardare quel passato abbastanza da lontano è venuto il momento di immergerci le mani.

Solo così potrò giustificare me stessa.

Capisci, è bastato che mi ricordassi che scrivere era il mio punto di partenza e che il ritorno a me stessa doveva essere il mio punto di arrivo. Con il tuo gesto mi hai fatto vedere come ci vuole coraggio per affrontare la vita, per prendere ciò che desideriamo. Bisogna aver voglia di sfidare se stessi e mettersi in gioco, perchè navigare nelle acque della certezza svuota la percezione della felicità.

Fare il passo più corto della gamba e muoversi solo se si è certi di vincere è noioso e ottunde la mente e i sensi. Ci vuole disordine, coraggio, vita. Una vita intera, non un collage di doveri e divertimenti. Bisogna esercitare la riflessione su di sè, raccontarsi ogni giorno la propria storia e altre storie ancora. E non fare il passo più corto della gamba, perchè non inciampare è sin troppo semplice, ma ballare. Ballare rischiando il proprio equilibrio: meglio cadere esausti e pieni che appoggiarsi al muro.