Il futuro già presente di Elysium (e District 9)

Matt Damon contro Jodie Foster in una disperata guerra ad armi impari tra i poveri abitanti della Terra, satura e malridotta, e i potenti signori di Elysium, satellite artificiale e felice del nostro pianeta.

Elysium è il paradiso degli eroi nella cultura greco-romana: un luogo squisito per persone buone. Curiosamente, è anche l’anagramma imperfetto di esilio, ma ad essere allontanati non sono i reietti, ma i miliardari, gli oligarchi, i potenti. Nel film di Neil BlomkampElysium è un paradiso di indifferenza, lusso e artificiale amenità. Un paradiso asettico, i cui abitanti sono a ben vedere in esilio dalla autentica e perduta bellezza un pianeta sfregiato da inquinamento, sfruttamento e malattia. Terra vista da Elysium

Una scena del film: Elysium e la Terra visti dallo spazio

Elysium è una metafora fantascientifica: forse guardandolo vi capiterà di sentire disprezzo per l’egoismo di chi ha scelto di non condividere con il resto della popolazione della Terra i benefici della scienza e l’ingiustizia vi colpirà come uno schiaffo sul viso. Dopo mezzo secondo, potrete agilmente e comodamente rivolgere lo stesso biasimo verso voi stessi. Senza bisogno di satelliti artificiali dal nome latineggiante, noi siamo gli indifferenti che semplicemente fingono ogni giorno che una gran parte della popolazione della Terra neppure esista.
Matt Damon in Elysium

Matt Damon, cyborg eroico in Elysium

Continuiamo a sentirci sicuri, ignorando la fame dei nostri vicini, finché non comincia a strabordare e si materializza nell’immigrazione clandestina. E anche allora applichiamo la nostra rimozione, mantenendo per quanto possibile i nuovi arrivati ai margini del nostro mondo di bellezza. Questo era il tema di District 9, il primo film di Neil Blomkamp, che a differenza di Elysium era un film indipendente e a budget piuttosto contenuto, ma viaggiava sulla stessa linea di senso: in quel caso una base aliena sembrava in tutto e per tutto un centro di accoglienza temporanea o un campo nomadi.
Scena di District 9

Una scena di District 9

Quello che il regista ha fatto, in entrambi i casi, è stato spogliare la realtà della quotidiana verosimiglianza, darle un aspetto fantastico e metterla al centro di un palcoscenico. Il mondo è invisibile, finché non applica una maschera e comincia a recitare. Solo allora arriva al cuore.
Locandina del film District 9

Una locandina di District 9

Siamo abituati a immaginare gli alieni come creature che attirerebbero se non la nostra benevolenza, quanto meno la nostra curiosità, così come un certo mito del progresso ci porta a vedere nella scienza l’ancora di salvezza dell’umanità. Il rovesciamento prospettico ci fa aprire gli occhi sulla nostra direzione di marcia, tutt’altro che accogliente, democratica ed egualitaria. Possiamo aspettare la venuta di un eroe cibernetico che salvi l’umanità o possiamo smettere di comportarci come se in gioco non ci fosse il nostro futuro. Oppure lasciamo stare, in fondo è solo fantascienza, no?

Sono andata a vedere Cosmopolis, ma ho preferito lo spot Ford prima dell’inizio

Il grande difetto dell’ultimo Cronemberg non è tanto la noia, quanto l’impossibilità di dormire a causa del continuo blablabla.

Cosmopolis

Non dura nemmeno due ore, Cosmopolis, ma sembra quasi che il protagonista e gli altri odiosi personaggi riescano a riempirne almeno 12 o 13 con le loro chiacchiere. Infrangendo una regola base del cinema, Cronemberg se ne infischia di raccontare i passaggi narrativi mostrandoli attraverso l’azione, ma decide di usare una continua didascalia chiacchierata su ogni fotogramma. Tutto viene spiegato, raccontato, detto – tutto men che fatto. Avvinghiato al libro di Don De Lillo, Cosmopolis porta lo spettatore allo sfinimento e da un certo punto in poi l’assenza di svolte significative grava sui presenti in sala come l’afa di un torrido caldo agostano.

Ed è tutto quello che ho da dire. Ah, certo! C’è tutta la storia del quadretto sci-fi che mostra un futuro molto prossimo o un presente (poco) alternativo, la fredda volgarità del sesso in un’epoca in cui i corpi sembrano mere incombenze, la critica alla società dell’informazione, il marxismo… certo. Il punto con certi film non è tanto capirli, quanto quale sia la ragione per cui ci si debba infliggere la pena di farlo.

Che poi mi sono innamorata dello spot Ford: non vi fa pensare ad Aronofsky? 😉 Vabbe’, la prossima volta il terzo MIB non me lo leva nessuno, ecco.

L’ora nera

Hemile Hirsh in L'ora nera

Buoni motivi per vedere questo film:

  1. Per le femminucce Emile Hirsch  può sembrare un buon motivo nei primi cinque minuti. Poi a prescindere da quanto siate sensibili  al tipo “principe azzurro hipster” potreste chiedervi come sia possibile che uno così carino e brillante riesca sempre ad avere un’aria da snob presuntuoso a prescindere dal ruolo che interpreta. Forsecheforsecheforse… ma sì!
  2. Per i maschietti: c’è la brunetta un po’ svampita (Olivia Thirlby), la bionda adolescente esteuropea (Veronika Ozerova) e il figone di tipo californiano (Rachel Taylor). Cascare male è impossibile.
Protagonisti di L'ora nera
Ah…  vi interessa la storia? Hmmm… vabbé.
Avete presenti i film apocalittici in cui un pugno di sopravvissuti cercano un modo per sopravvivere alla catastrofe? L’uomo della strada in condizioni di straordinaria precarietà che si trasforma in eroe?
Se avete pensato a The Road siete fuori strada.
Se avete pensato alla vostra quotidiana battaglia per arrivare alla fine del mese, pure.
Pensate piuttosto a Cloverfield, a Io sono leggenda, a 28 giorni dopo.
Togliete a Cloverfield lo stile mockumentary. Togliete a Io sono leggenda la solitudine esistenziale dell’ultimo uomo sulla terra. Togliete a 28 giorni dopo la regia di Danny Boyle.
Insomma: L’ora nera funziona, nella sua onesta ingenuità e non si preoccupa di avere personalità.
In America We Trust
Forse è la fine del mondo, di sicuro la città (straniera) in cui ti trovi è stata sottoposta alla devastazione più terribile. Persone ed edifici non hanno avuto scampo. Se sei americano la prima cosa che fai è raggiungere un’ambasciata.

One Hundred Mornings

Di chi puoi fidarti quando il mondo sta finendo?
One hundred mornings
Forse ho visto troppi film, forse sono essenzialmente tragica o, più semplicemente, c’è bisogno di una situazione estrema per scoprire l’essenza delle cose, fatto sta che mi sono immaginata più volte con chi vorrei stare al mondo dopo la fine del mondo. Non è una questione banale e c’è da ammettere che ci vorrebbe anche un po’ di culo. Magari è la fine del mondo e ti trovi in un supermercato sulla Tuscolana, mentre la persona che ami di più al mondo è, per dire, a lavorare a Prati. A quel punto si interrompono le corse dei mezzi pubblici, i mezzi di comunicazione non funzionano più e io continuo a non avere la patente. Credo che scoprire se l’altra persona sia sopravvissuta e ritrovarla sia già un bel lavoretto.
Una volta il mio ex mi disse che se il mondo fosse finito sarebbe andato in capo al mondo per trovarmi, eventualmente salvarmi e sopravvivere nel mondo post-apocalittico con me. Poi quell’amore è finito e l’apocalisse non c’è stata. Insomma, non ancora.
Questo preambolo per introdurvi al tema del primo film visto all’Irish Film FestaOne Hundred Mornings. Scusate se ho fatto un po’ la spiritosa, in realtà c’è poco da scherzare e questo film è stato doloroso quanto un calcio in bocca per l’anima. Peccato che non sia mai uscito in Italia perché con tutta la sua desolante amarezza è un vero gioiello, dotato tra l’altro di una bellissima fotografia che alterna chiaroscuri e bagliori della natura irlandese e di un ottimo cast. Irlanda, in un presente non ben definito una qualche calamità si è abbattuta sul mondo e sull’umanità. Siamo introdotti nel racconto in medias res, nella casa di legno dove convivono indolenti due coppie: sembrerebbe una molto noiosa vacanza in campagna, ma apprendiamo presto che il cibo è razionato e manca la corrente elettrica. Tutti sono inchiodati l’uno all’altro in un presente senza futuro: non tentano di fare nulla di eroico, semplicemente vanno avanti con la cupa prospettiva di giornate sempre uguali o peggiori.
La domanda del claim che ho riportato all’inizio potrebbe anche diventare: quale relazione potrebbe sopravvivere alla fine del mondo, alla profonda solitudine, alla spietata necessità di sopravvivere? La risposta del film non è confortante.
Per molti versi One Hundred Mornings ricorda l’ancora più violento e amaro The Road, ma se nel film con Viggo Mortensen c’era ancora un barlume di speranza nella capacità di preservare sentimenti umani in questo film irlandese anche quest’ultima manca del tutto. Le relazioni tra i personaggi sono sottoposte a un inevitabile e lento disfacimento mentre avvengono fatti sempre più atroci. Uno sgretolamento dei rapporti che procede pezzo per pezzo lasciando alla fine un grande e incolmabile vuoto.

Super 8: ET incontra Cloverfield. Spielberg, Abrams e gli extraterrestri.

Super 8
Quando la macchina dei sogni hollywoodiana incontra la capacità di sognare che soltanto i ragazzini possono avere, allora si può restare incantati davanti alla meraviglia di un mondo esplosivo, intenso, avventuroso, larger than life, ma allo stesso tempo di piccola taglia. Succedeva con alcuni dei film che hanno segnato i gusti e l’infanzia della mia generazione – sto pensando a I Goonies, a ET,  a Ritorno al futuro. Non a caso tutti film della prima metà degli anni Ottanta e con un comune denominatore, il nome del cineasta (regista/sceneggiatore/produttore) bambino per eccellenza: Steven Spielberg. C’è ancora lui dietro questo film i cui protagonisti possono essere per le nuove generazioni quello che per noi erano stati Mikey, Chunk, Mouth, Data & Co: diretto da J. J. Abrams (quasi non c’è bisogno di dire che è il papà di Alias, Lost, Cloverfield…) e prodotto da nonno Spielberg, Super 8 è una favola fantastica sul valore della libertà, sull’adolescenza e sull’autentica quanto necessariamente ingenua passione per la settima arte.
Super 8 – forse lo sapete già, visto anche che è passato tanto tempo da quando il film è uscito nelle sale americane – è la storia di un gruppo di ragazzini che durante la realizzazione di un corto assistono al deragliamento di un misterioso treno dell’Air Force che li proietta dall’horror per fiction all’avventura reale (poi, shhh, non ditelo a nessuno che c’è anche un altro livello, quindi è l’ennesimo bel gioco di metacinema, senza però la spocchia di chi prende il linguaggio più seriamente del contenuto). Il film contiene molta autobiografia del regista che, pur non essendosi mai trovato faccia a faccia con un alieno, negli anni della pubertà aveva iniziato per gioco a fare cinema con i suoi compagni di scuola (e in questo modo aveva conosciuto Spielberg… roba da poco, pensiamo noi comuni mortali!), ma ci sono anche molte citazioni alle pellicole di Spielberg e qualche autocitazione di alcuni temi che evidentemente stanno molto a cuore a J.J. Abrams. Eppure, non è certo l’effetto nostalgia verso altri tempi e altri adolescenti a rendere questo film in qualche modo magico, quanto la grande autenticità dei personaggi e la semplicità pre-adolescenziale dei loro rapporti, resa in maniera eccelsa dai giovani interpreti tutti molto dotati – tra i quali spicca Elle Fanning, la sorellina di Dakota, che si era già fatta notare per Somewhere.

Se avete un nipote, figlio, fratellino dagli otto ai tredici anni, questo è il film giusto con cui cominciare la stagione cinematografica autunnale, ma lo è anche se vi sentite ancora un po’ Goonies, come me.

Codice Genesi: apocali-times

Codice genesiUn uomo attraversa spazi desolati alla ricerca di cibo, acqua, riparo. Uccide un gatto per sfamarsi. Entra in un rifugio dove trova un cadavere cui ruba un paio di stivali. Per i primi dieci minuti Codice Genesi sembra la versione cinematografica del videogame Fallout: in uno scenario post-apocalitico un personaggio solitario (Eli, interpretato da Denzel Wasington), del quale non sappiamo nulla, esplora lo spazio alla ricerca delle risorse primarie per soppravvivere. Il film riassume gli strati di luoghi comuni che hanno definito nell’immaginario gli scenari post-
atomici: il mondo è diventato un luogo anarchico, in cui la legge del più forte è l’unica regola vigente, ci sono bande di balordi che sembrano uscite da Ken il guerriero, autoveicoli di curiosa fattura e donne scarmigliate che ricordano Interceptor, la cultura è la prima vittima della selvaggia regressione dell’umanità come in Farenheit 451.
In questa terra inospitale, in cui gli uomini sono tornati a uno stadio di barbarie e di inciviltà, Eli va avanti nel nome della sua misteriosa/mistica missione da compiere. Non cerca guai, ma è pronto a combattere per portare avanti il suo obiettivo: scene sparatutto e combattimenti uno contro dieci non lo spaventano. Un guerriero così fenomenale e ostinato non si vedeva dagli anni Ottanta. Per un eroe di tal fatta è necessario un cattivo all’altezza della situtuazione: Gary Oldman nei panni di Carnagie, un prepotente signorotto locale circondato da scagnozzi e assetato di potere, è il perfetto contraltare di Eli.
Prodotto da Denzel Washington e diretto dai fratelli Allen e Albert Hughes (che si erano fatti notare a metà degli anni Novanta con Nella giungla di cemento e avevano diretto nove anni fa La vera storia di Jack lo Squartatore), Codice Genesi non brilla per originalità, ma la messe di citazionismi lo rende un’esca perfetta per un pubblico maschile e un po’ nerd.
Notevole l’impatto visivo, con una fotografia (diretta da Don Burgess) caratterizzata da colori poco saturi e violenti contrasti di luce che dipinge un mondo piombato nel grigiore, in senso figurato e non.
Nota sull’adattamento del titolo in lingua italiana: Codice Genesi sembra il titolo di un film d’azione e spionaggio, mentre il più suggestivo titolo originale The book of Eli, fa riferimento sia al nome del protagonista, sia al cosiddetto Libro di Elia, un apocrifo che parla (guarda caso) dell’apocalisse. Ennesima dimostrazione di come il tentativo di rendere più accattivante un titolo possa in realtà privarlo della sua polisemica ricchezza.
Indicazioni terapeutiche: consigliato in particolare a soggetti nerd, stimola le connessioni ipertestuali.